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Archivio mensile:gennaio 2012

Come si arriva a un libro, oggi?

Sembra facilissimo, basta entrare in una libreria o in una biblioteca, anzi, chiedere a un bibliotecario, spesso ottimo lettore, anche a un libraio-lettore (non tutti lo sono, ma alcuni sì, e molto attenti e preparati). Leggere una recensione, in rete o su un giornale o una rivista, navigare tra blog letterari…

Però c’è sempre il sistema infallibile: il consiglio degli amici.

Per esempio: questo Gli effetti secondari dei sogni (Mondadori) mi è stato consigliato da un’amica, Laura. Non ci sarei arrivata, altrimenti. Primo, perché è un romanzo francese e di francese confesso di leggere poco o nulla. Sono più attratta dalla letteratura britannica e americana, israeliana, latino-americana, esteuropea. Inoltre, perché il libro non è una novità e come ben si sa, difficilmente si nota su scaffali in libreria o si legge una recensione. Dei libri si parla solo se sono freschissimi, appena sfornati. Poi, quasi scompaiono. Sono contenta perciò di recuperare un romanzo pubblicato quasi 4 anni fa e che mi ha molto colpita.

Il romanzo di Delphine Du Vigan è interessante per il tema e per la scrittura: si tratta di una narrazione in prima persona della piccola e geniale Lou, tredicenne dal quoziente intellettivo altissimo, ragazzina prodigio che frequenta già il liceo e che un giorno, alla richiesta di preparare una relazione di studi sociali, propone l’intervista a una senza tetto, giovanissima e intravista per caso. Si tratta di una fantasia, quella di riuscire a entrare in contatto con una clochard, ma poi la fantasia si trasforma in realtà e Lou riesce ad avvicinare, poi far parlare, infine diventare amica di No (nome che è una negazione, ma anche diminutivo dell’originario Nolween), diciottenne abbandonata, priva di famiglia e amici e costretta a vivere in strada. Poi il sogno legittimo di aiutarla concretamente diventa per Lou l’imperativo di ospitarla a casa sua, dove sua madre, preda di una brutta depressione, grazie alla nuova presenza si rianima. Sembrerebbe una storia a lieto fine, ma non siamo in una fiction televisiva, siamo nella letteratura, che non ha il bisogno di compiacere né di soddisfare facili aspettative. Il finale peciò è un po’ più amaro, anche se aperto alla speranza. Nessuno può avere la presunzione di redimere o cancellare il passato altrui, né di trasformare una dura, difficile, ferita esistenza in una vita di routine. Ma può offrire un’opportunità, e donare calore.

Certo, sapere che in Francia ci sono almeno 300.000 senza tetto è una notizia sconvolgente. Bisognerebbe smetterla di sbandierare il famoso benessere di un’Europa dove sempre meno ci si occupa dei più deboli, e invece si scavano fossati sempre più profondi.

Ecco fatto: ho pagato il canone TV con massimo fastidio.

Anzi, ho aspettato quasi fino all’ultimo.

Di tutte le imposte, mi sembra la più odiosa. Si paga per avere un servizio pessimo, anzi, nessun servizio pubblico. Personalmente, guardo il notiziario della 7 (TV privata), non seguo nessuna trasmissione televisiva, persino gli interventi di Crozza li guardo in rete. Non c’è nulla di bello in 800 e passa canali che possa interessarmi, men che meno nella RAI di Stato, che non sa proporre nulla di culturalmente interessante. Anzi, quando accendo la TV mi sembra di ripiombare nel Medioevo: la matrice è rimasta quella del Circo. Chiudendosi all’editoria la televisione pensava di fare la furba, di proporre un modello più dinamico e giovanile, e si è ritrovata più vecchia e paludata che mai.

Ma, come nel Medioevo, si paga il balzello per il possesso di un elettrodomestico, per far parte di una comunità ininfluente. I nostri pareri non interessano ai dirigenti politici di viale Mazzini, che sembrano i burocrati delle dittature. La liberalizzazione non vale per la televisione di Stato, l’ultima Città Proibita.

Si va a vedere “The iron lady” di Phyllida Loyd esclusivamente per lei, the superb actress, la camaleontica, insuperabile Maryl Streep. Chi poteva infatti misurarsi con un personaggio duro e difficile da restituire in modo accattivante, con Margareth Thatcher non per nulla definita “signora di ferro”? E chi a quella donna tremenda poteva conferire umanità e una patina di dolente dolcezza? Soltanto una delle massime attrici cinematografiche della storia del cinema.

Così, se c’è un’agiografia del film, non è certo a favore della signora Thatcher, che qui vediamo in anni senili, malata e preda di allucinazioni, e ci suscita quella compassione che lei stessa ha rifuggito in tutta la sua vita, proponendosi come Capo guerriero e inflessibile, unica donna che sa decidere e non piegarsi, in mezzo a una massa di uomini spesso tentennanti, a volte persino concilianti. Il film rappresenta invece l’ultimo tassello del puzzle di una carriera sfolgorante e di altissimo livello, quello di Maryl Streep, donna bellissima e capace di attraversare personaggi difficili, addirittura controversi, lasciando sempre la sua indelebile traccia di grande interprete.

Poi, come si vede, il fattore età in certi casi non esiste. Se le donne, più degli uomini, temono la vecchiaia e lo sfiorire del loro splendore, e molte attrici lamentano la mancanza di ruoli che non siano di nonne o ricorrono alla chirurgia plastica già a trent’anni, qualcuna, di calibro formato da un talento immenso e da una forte disciplina, dalla capacità di migliorarsi e crescere sempre, ci affascina e stupisce ogni volta, con film bellissimi, di grande forza, dove la sua faccia, il suo corpo, sa anche trasmetterci tutta la complessità, la doppiezza, e persino la follia del potere.

Non tutti, anzi probabilmente pochi sanno che a Firenze, oltre ai giardini storici e ai grandi Parchi, ci sono piccoli gioielli botanici dove passare un po’ di tempo nel silenzio e nella bellezza. Volendo anche nella contemplazione della bellezza del panorama da una posizione rilevata ma non troppo alta o lontana.

Uno di questi piccoli gioielli è il giardino delle Rose proprio sotto il piazzale Michelangelo, che fino a qualche tempo fa era aperto soltanto in primavera ed estate, oggi invece è aperto tutto l’anno (dalle 10 fino al tramonto), grazie alla mostra permanente di sculture di Folon che s’inseriscono perfettamente nel terrazzamento coltivato con circa un migliaio di varietà di rose.

E’ un luogo magnifico, ve lo assicuro. In questo inverno soleggiato e abbastanza mite, spesso sono andata a leggere sulle panchine nel balcone che si affaccia sul Duomo, circondata dai bronzi di Folon (la foto qui accanto è mia). Scusate, ma le agenzie di rating tipo Standard & Poor, perché non considerano anche questi aspetti di bellezza e vivibilità nella valutazione di un paese?

vedi: giardino delle rose

E il topo rise (Atmosphere Libri, 2012) è un romanzo “frame” della scrittrice israeliana Nava Semel, un testo composto da parti narrative, poesie che compongono la storia di una sopravvissuta alla Shoah. All’epoca dei rastrellamenti nazisti era una bambina di cinque anni, e fu nascosta in un pozzo sotto terra da contadini.

Sembrerebbe una fiaba, difatti Semel si avvale di diversi registri narrativi, tra i quali anche la leggenda. Come le più antiche e popolari fiabe, è una storia atroce, orrenda, piena di mostri. Per cominciare la famiglia di contadini, spietati e avidi, che tengono la bambina dietro pagamento. Non bastasse, la piccola subisce anche la violenza del figlio dei contadini. Come nelle fiabe, c’è un animale totemico, il topo, nel quale la bambina, dapprima terrorizzata, finisce per identificarsi. E come nelle fiabe c’è un lieto fine, anche se la felicità non apparterrà mai alla bambina divenuta donna.  Un sacerdote la salva, ci sarà un futuro per lei, vivrà in Israele, avrà figli e alla nipote infine raccontera, frammentata e spaventosa, la sua storia.

Semel avverte il lettore fin dalle prime pagine: “Non si tratta di quel genere di storie amate dal pubblico. Invece di una vecchia signora, date loro qualcosa di più leggero e ottimista, con una trama avvincente (…) Il pubblico del nuovo millennio emette il proprio giudizio in fretta. Dice di aver l’impressione di aver sentito abbastanza. Il mondo è pieno di storie, una storia vale l’altra (…)” Sembra proprio di sentir parlare certi esperti di marketing, certi responsabili editoriali. O la propaganda di una dittatura mediatica in cui storie e temi sono decisi e offerti come prodotti, manipolando l’opinione e anche le impressioni, le emozioni della gente.

Nel nuovo millennio, questa storia, la storia di una persona segnata dall’orrore, parte di una comunità immensa di persone straziate e persone scomparse, diventa una specie di mito. Ed ecco, nella parte finale del libro di Semel, il mito rivelarsi verità storica con il ritrovamento di un diario, per ricordare a tutti che le parole scritte e tramandate possono orientarci e ristabilire quel principio di realtà che nella confusione di storie che “valgono una l’altra” a poco a poco svanisce.

Per certi film, bisogna sospendere il giudizio su parametri prettamente cinematografici ed esprimere un’opinione più sui contenuti e sul coraggio degli autori. Ecco, il film di Nadine Labaki, dal titolo interrogativo “E ora dove andiamo?” fa parte proprio di questo genere di film diciamo astratti dal contesto cinematografico. Si ammira perciò il lavoro di una regista che già aveva dato una bella prova di sé con il film Caramel e si tralasciano le sbavature narrative, le inquadrature ripetitive, e l’immagine che sembra appannarsi dopo la bella scena iniziale che mostra un compatto gruppo di donne tutte vestite di nero, incedere in una danza “macabra” verso il piccolo cimitero. Certo, ricorda “Volver” di Almodovar, ma là era colore, ironia, qua è tristezza e dolore. Una scena intensissima che vale tutto il film.

Magari le donne potessero davvero fermare le guerre, i conflitti, le incomprensioni. Nadine Labaki ci propone questo messaggio di pace e di speranza, affidato alle donne che più degli uomini dovrebbero odiare la guerra. Quelle del suo film, poi, animano un villaggio dove convivono in fragile ma tenace equilibrio musulmani e cristiani e si adoperano come matte per attutire i contrasti, anche drogando gli uomini, anche regalando loro uno spettacolo semi-erotico con ballerine professioniste, anche mettendosi le une i panni religiosi delle altre.

Per quanto sia una specie di fiaba, il morto ci scappa e se al cimitero si iniziava, al cimitero si finisce. Dove andiamo, con i conflitti, lo si sa.

Non che di essere una gran cuoca, ma oggi ho fatto una torta di ananas seguendo una ricetta inglese. E’ buonissima, così consiglio la ricetta. Si tratta della torta “capovolta” all’ananas (tra l’altro, carino il fatto che si capovolga un dolce fatto con un frutto dal nome quasi palindromo). Le ricette inglesi e americane sono più pratiche perché invece di usare i grammi, si usano cucchiai e tazze, così non si diventa matti con le bilance.

ingredientI:

  • 1 lattina di ananas
  • 1/2 tazza di burro (o margarina, io ho usato margarina)
  • 1 tazza di zucchero
  • 2 tazze di farina
  • 2 uova
  • 1 bustina di lievito
  • 1 pizzico di sale
  • 1 tazza di latte (o succo d’ananas, io ho usato questo)
  • 2 cucchiai da tavola di burro (oltre alla tazza)
  • 3/4 di zucchero di canna

 

Miscelare il burro o la margarina con lo zucchero, aggiungere le 2 uova e poi la farina e il lievito , ammorbidendo la pasta con il succo di ananas. Aggiungere un pizzico di sale.

Preparate poi la glassa: in una padella, sciogliere il burro, poi aggiungere l’ananas a pezzetti e lo zucchero di canna, mescolare bene. Mettere questa glassa sul fondo della tortiera, poi versarci sopra l’impasto preparato in modo da coprire tutta la glassa (conviene versare l’impasto non in un unico punto centrale, ma un po’ alla volta intorno e poi al centro della tortiera, in modo da non far spostare i pezzi d’ananas).

Infornare a 180° per 3/4 d’ora. Comunque, controllate la torta in modo che sia ben cotta dentro (io uso sempre uno stecchino per vedere se dentro è asciutta).

 

 

L’amica geniale (edizioni e/o) è l’ultimo libro di Elena Ferrante, la scrittrice che, come pochissimi autori nel mondo, vive appartatissima, mai fotografata figurarsi ripresa in televisione! Il nome stesso è uno pseudonimo, che accresce il mistero: sarà proprio una donna o chissà, forse un uomo che scrive sotto sembianze femminili?

Senonché, le storie raccontate dalla scrittrice riservata sono tutte al femminile, e toccano temi squisitamente femminili come il rapporto con la madre, la maternità, la relazione con un uomo, la separazione traumatica, e, come in questo ultimo romanzo, l’amicizia femminile, quell’amicizia esclusiva, forte, carnale, fino alla simbiosi, che soltanto le donne stringono tra loro.

La storia inizia negli anni ’50, in una periferia napoletana (Napoli è lo scenario di tutti i romanzi di Ferrante), dove due bambine diventano amiche per la pelle, ma a differenza di molte storie basate sui (buoni) sentimenti, la loro è un’amicizia competitiva, fatta di letture e studio accanito, di sfide all’intelligenza. Lila, piccola, nervosa e “cattiva”, è un genio nella matematica, ha una memoria e una capacità di apprendimento prodigiose; Elena, io narrante, è invece meno talentuosa, più disciplinata, studiosissima, ligia, ma sarà lei a proseguire gli studi fino al liceo classico che, in quella fine degli anni 50 in Italia, e in particolare nel poverissimo Sud, era considerato un traguardo irraggiungibile per il proletariato, anzi, per quella che la ragazza definisce “plebe”.

Insomma, l’amica geniale, che all’inizio pensiamo giustamente sia la strabiliante Lilia, è invece Elena: così infatti la definisce Lilia che, abbandonando gli studi, presto tralascia la lettura, la frequentazione assidua della biblioteca, per dedicarsi a una più banale, raggiungibile, scalata sociale che la vede sposarsi al giovane proprietario di una salumeria e trasformarsi, sedicenne, in una giovane mogliettina piccolo-borghese.

Sono anni lontanissimi, come si vede. Anni in cui studiare è un merito, un’attività che pochi, intelligentissimi e motivatissimi, possono vantare. Anni in cui i bambini che vivono nella periferia di Napoli non sanno cos’è il mare, non ci sono mai stati, come se il mare non bagnasse Napoli, per citare il titolo di un famoso romanzo di Maria Ortese. Ma c’è anche la voglia di emergere, cambiare, trasformare una società semi-rurale, dove la gente non ha memoria per il “prima” in un mondo moderno, dove si perdonano torti e odi da clan, si costruiscono nuovi palazzi confortevoli, si avviano attività, commerci, laboratori, per migliorarsi.

Il merito del romanzo, che come sempre succede nelle storie di Ferrante si legge d’un fiato, è proprio quello di riportarci con vivezza al nostro passato attraverso gli occhi di una ragazza che si dedica allo studio con accanimento, senza però tralasciare gli amici, la vita del quartiere, in sostanza senza tradire un’appartenenza. Il libro però è inconcluso: si tratta soltanto della prima parte di un affresco che durerà cinquant’anni. La seconda parte deve ancora uscire.

Attendiamo fiduciosi con due piccolissimi appunti per l’editore: un’attenzione maggiore ai troppi refusi e una copertina migliore. Oggi pagare 18 euro per un libro del genere è abbastanza seccante: se non si sceglie la versione digitale, che almeno quella cartacea sia bella, valevole della spesa.

Del romanzo che avevo letto trent’anni fa (mamma mia quanti sono!) ricordavo vagamente la trama complessa, ma soprattutto il protagonista George Smiley, il personaggio principale dei primi libri di John Le Carré. Per cui, andando a vedere il film del regista svedese Tomas Alfredson, non avevo alcun timore di conoscere già il finale, e di sapere come andavano le cose. Fra l’altro, il film è davvero una sfida per lo spettatore che deve stare attentissimo, e non rilassarsi con scene d’azione o magari con dialoghi dove si spiega tutto, chi è quello e che fa quell’altro, al limite del didascalico.

In questo film, i flashback si distinguono a malapena dal tempo narrativo della storia: nessuno che dice “cinque anni fa” per esempio, e il colore della pellicola, l’illuminazione, restano inalterati. Poco cambiano anche gli attori, un po’ più giovani ma del tipo “nato vecchio” tipico dell’agente segreto o del burocrate. Altro aspetto interessante del film è l’uso pressoché esclusivo degli interni, degli archivi e delle stanze anche un po’ squallide, tanto che Londra potrebbe benissimo essere la DDR raccontata da “Le vite degli altri”, tanto per equiparare il sistema spionistico, ossessivo e raggelante dell’epoca della guerra fredda. Ma anche il sistema aziendale, dove le guerre più che esterne sono guerre tra capi, tra manager, nelle quali perdono la vita gli altri, i giovani agenti che sacrificano gli affetti se non la vita.

Dicevo che non c’è timore di ricordare un intreccio complicato e giocato come una partita a scacchi (che infatti sono usati dal capo per indicare i suoi collaboratori). Purtroppo chi era la Talpa l’ho capito subito, non tanto per la memoria del libro, ma perché quando si mette un attore famosissimo e di grande calibro all’interno di un gruppo di attori assai meno noti, è come mettere un neon sfolgorante sul suo capo. Credo che l’intenzione del regista fosse proprio questa, magari per farci dipanare un po’ meglio la storia in mezzo a tanti nomi, luoghi e passati.

Anzi, ottima. Nanni Moretti è stato nominato presidente della giuria del prossimo Festival del Cinema di Cannes, a maggio. Una bella soddisfazione non soltanto per lui, ma per tutti quelli (e io mi annovero tra questi) che hanno seguito la sua ricerca.

A mio parere si tratta di una ricerca più intellettuale che cinematografica, considerando Moretti un “esploratore” della condizione umana e di alcuni temi essenziali come la solitudine, il rapporto con il potere, la crisi delle relazioni, la caduta dell’ideologia e la difficoltà nella comprensione dell’altro. Temi che hanno contraddistinto una cinematografia scarna, incentrata sugli attori e sulla loro capacità espressiva, ridotta nei movimenti di macchina e sottratta a ogni superflua spettacolarità, dunque ridotta dentro interni se non stanze (come appunto “La stanza del figlio”), a contraddistinguere un discorso interiore.

Per queste sue caratteristiche, Nanni Moretti è molto amato in Francia, ma per fortuna anche nel nostro paese, dove in moltissimi siamo orgogliosi di lui. Bravo Nanni.