La talpa

Del romanzo che avevo letto trent’anni fa (mamma mia quanti sono!) ricordavo vagamente la trama complessa, ma soprattutto il protagonista George Smiley, il personaggio principale dei primi libri di John Le Carré. Per cui, andando a vedere il film del regista svedese Tomas Alfredson, non avevo alcun timore di conoscere già il finale, e di sapere come andavano le cose. Fra l’altro, il film è davvero una sfida per lo spettatore che deve stare attentissimo, e non rilassarsi con scene d’azione o magari con dialoghi dove si spiega tutto, chi è quello e che fa quell’altro, al limite del didascalico.

In questo film, i flashback si distinguono a malapena dal tempo narrativo della storia: nessuno che dice “cinque anni fa” per esempio, e il colore della pellicola, l’illuminazione, restano inalterati. Poco cambiano anche gli attori, un po’ più giovani ma del tipo “nato vecchio” tipico dell’agente segreto o del burocrate. Altro aspetto interessante del film è l’uso pressoché esclusivo degli interni, degli archivi e delle stanze anche un po’ squallide, tanto che Londra potrebbe benissimo essere la DDR raccontata da “Le vite degli altri”, tanto per equiparare il sistema spionistico, ossessivo e raggelante dell’epoca della guerra fredda. Ma anche il sistema aziendale, dove le guerre più che esterne sono guerre tra capi, tra manager, nelle quali perdono la vita gli altri, i giovani agenti che sacrificano gli affetti se non la vita.

Dicevo che non c’è timore di ricordare un intreccio complicato e giocato come una partita a scacchi (che infatti sono usati dal capo per indicare i suoi collaboratori). Purtroppo chi era la Talpa l’ho capito subito, non tanto per la memoria del libro, ma perché quando si mette un attore famosissimo e di grande calibro all’interno di un gruppo di attori assai meno noti, è come mettere un neon sfolgorante sul suo capo. Credo che l’intenzione del regista fosse proprio questa, magari per farci dipanare un po’ meglio la storia in mezzo a tanti nomi, luoghi e passati.

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