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Archivio mensile:febbraio 2012

Il prossimo venerdì 2 marzo terrò un incontro nella Biblioteca di Ponte San Pietro (BG) rivolto a docenti, bibliotecari, operatori culturali, animatori sul tema della scrittura, naturalmente collegato alla lettura (l’incontro inizia alle 14,45, per informazioni contattate la biblioteca). Questo appuntamento, anzi, rientra nel ciclo di incontri che terrò nelle scuole venerdì e sabato con gli studenti, nell’ambito di un progetto di promozione alla lettura promosso dalla Biblioteca (Il tempo è LIBeRO)

Il tema è apparentemente semplice: I ragazzi scrivono.

La scrittura oggi sembra appannaggio di una moltitudine (“scrivono tutti”), non più relegata ad attività intellettuale o filosofica o puramente letteraria, e gode di una diffusione molto più ampia, persino diretta, senza mediazioni (e bocciature) editoriali, perché chi vuole può scrivere e pubblicarsi il suo libro in formato cartaceo o digitale e venderselo in proprio. Siamo nell’era della totale democrazia letteraria.

Con questo, permane il problema che scrivere non significa saper scrivere. Sarà una banalità, ma gli errori “del discorso” (sintattici, grammaticali, ortografici) provocano una grande fatica nell’espressività (figurarsi nella lettura), ottenendo spesso risultati molto lontani dalle proprie intenzioni (non si fa ridere o non si fa commuovere, si pensa di essere poetici e si risulta melensi, senza accorgersene si usano frasi fatte, luoghi comuni, o si tenta il volo pindarico fuori luogo).

Che discorso da prof, vero? Ma come si fa a escludere la parte linguistica, parte integrante se non addirittura sostegno della narrazione? In ogni caso, anche con una buona idea in testa, impegnarsi nella stesura di un racconto senza averne gli strumenti e soprattutto un po’ di conoscenza letteraria, comporta la difficoltà di gestire e controllare la struttura della storia, con il rischio di salti di scena, personaggi descritti nei minimi dettagli e poi scomparsi nel nulla, situazioni che si ripetono, errori madornali nell’ambientazione, inverosimiglianza, descrizioni piatte e noiosissime, che vanno avanti per pagine e pagine oppure pagine e pagine di dialoghi simili a canovacci teatrali.

I ragazzi, ma direi soprattutto le ragazze scrivono se e quando sono ottime lettrici, attente, scrupolose, riflessive, acute conoscitrici delle differenze tra narrazioni diverse. Non c’è scampo: per scrivere, bisogna allenarsi leggendo. Un buon testo, un racconto scritto bene è il traguardo di ogni scrittore.

Parafrasando il celebre titolo di Mazzantini, potremmo sottotitolare “Nessuno si salva (punto)” il libro di Joyce Carol Oates, La ragazza tatuata (The Tattoed Girl) appena pubblicato da Mondadori, ma uscito nel 2004 negli USA. La storia è infatti tragica, spietata e cruda, la ricerca delle radici del pregiudizio e della violenza che l’autrice persegue da anni e che, almeno negli ultimi libri, non lascia alcuno spiraglio di speranza, figurarsi un briciolo di bontà.

Oates indaga qui il tema dell’antisemitismo, che ha radice antica e vigorosa, e che né la letteratura né la storia né la conoscenza sembrano poter strappare via, tanto è incagliata nella roccia impenetrabile del pregiudizio che si tramanda e si diffonde con più facilità, con pochi, essenziali, rozzi concetti.

Lo scrittore Joshua Siegl, autore di un primo e acclamato capolavoro basato sulla Shoah, vive recluso, un po’ come Salinger, in una villa appartata ed è vittima di una malattia nervosa. A soli trentotto anni, ragiona e si comporta come un anziano e si gingilla con lavori mai conclusi, tra i quali una traduzione dell’Eneide. In cerca di un assistente, dopo aver escluso brillanti studenti di letteratura o giovani laureati, alla fine offre l’incarico a una ragazza strana, sola, vagabonda, arrivata chissà come nella cittadina, una ragazza che sa a malapena leggere e scrivere, apparentemente timidissima e impacciata. Vittima del buon cuore e della sua ingenuità, lo scrittore non sa di essersi davvero messo una serpe in seno. Perché la ragazza, che ha brutti ed elementari tatuaggi per tutto il corpo, è profondamente antisemita, venendo da un luogo sperduto dell’America, dove non ha conosciuto che ignoranza, violenza, sopraffazione e una buona e profonda dose di pregiudizi più forti di ogni altro precetto, persino cristiano.

Il romanzo fiume non ci premia con un finale di comprensione – o di compassione. Perché appunto nessuno si salva e nessuno è salvo. Lo scrittore stesso è lunatico, maniaco depressivo, e ha una sorella folle. In questo mondo non ci sono sani, sembra dirci l’autrice: ci sono soltanto diversi gradi di pazzia, e bisogna guardarsi bene uno dall’altro.

Dura lezione, priva di qualsiasi ironia, che suona apodittica. In considerazione del fatto che Oates gioca proprio sul contrasto linguistico – e dunque culturale e sociale – tra il colto scrittore e la illetterata ragazza tatuata, che si chiama “Alma”, ovvero “anima”: illogica, irrazionale, rozza e infine vittima di una scelleratezza inarrestabile. Si chiude il libro con una grande tristezza, ma devo confessare anche senza una particolare commozione.

Che meraviglia questo nuovo libro di Roberto Pittarello, I laboratori creativi con adulti e bambini!

Pittarello, insegnante e animatore appunto di laboratori che stimolano la creatività sia con i bambini e i ragazzi che con gli adulti, è una di quelle splendide persone che contribuiscono a incoraggiare la conoscenza, la curiosità per l’arte, la lettura, la scrittura, a sviluppare il talento e a rendere le persone, specialmente i più giovani, felici, restituendoli alla naturale disposizione di “fare”, inventare, giocare, immaginare (www.robertopittarello.it)

Questo testo è la nuova edizione di un libro pubblicato quindici anni fa (quindi arricchito con nuove proposte). La metodologia è quella sperimentata da anni di lavoro intenso e gioioso: fare e soprattutto “far fare” insieme, in lavori collettivi, regalare la conoscenza, condividere le abilità, costruire relazioni. “La creatività” scrive Pittarello “è questo metodo di richiamo: cosa richiama cosa (…) Il metodo creativo, sottoposto a tante sollecitazioni, dà delle soluzioni non definitive. Soluzioni al momento che però allargano il campo dell’indagine, escono dalle previsioni.”

Le immagini che compongono il libro mostrano le diverse “soluzioni”, tutte da prendere come esempio per realizzare percorsi artistici, lessicali, di lettura, scrittura, per comprendere le opere d’arte, sperimentare (con la luce, per esempio),  fare libri (con un semplice foglio), film, mostre.

Uno strumento davvero prezioso, che insegna, sorprende, ispira, con semplicità, divertimento. Con il valore dell’esperienza e il piacere di lavorare con i ragazzi. Chi fosse interessato al libro, può richiederlo tramite questo sito: www.lascuoladelfare.it

Oggi è una data palindroma:

21.02.2012

Cioè si legge sia da sinistra a destra che il contrario. Come Anna, per esempio.

Non so se ci sia qualcosa di magico, forse bisognava fare qualcosa di speciale. Io come al solito ho letto molto e ho scritto un po’.

E in un momento come questo, si può dire: lavoro oro val!

 

 

 

Paradiso amaro è il titolo italiano più evocativo e forse anche più pertinente di The Descendants di Alexander Payne, un film di quelli un po’ vecchio stile, con la star George Clooney, l’ambientazione semi-esotica nelle Hawaii, il tema doloroso collegato a un tema sociale (ecologista). Il nostro protagonista in altri anni sarebbe stato infatti Harrison Ford, specializzato in ruoli di vedovo, o anche Tom Hanks (eventualmente, in ruolo più muscolare Mel Gibson), e se si va ancora indietro nel tempo, addirittura all’arcaico Cary Grant, al quale Clooney somiglia sempre di più, pur essendo nettamente più bravo. Dalla sua, Clooney ha infatti una gamma espressiva assai più ampia del blocco facciale di Grant, ed è così bravo quando trattiene il pianto o la rabbia che ci si domanda perché dobbiamo vedercelo ogni giorno in tv o su you tube nelle pubblicità del caffé o dei telefonini, mentre con faccia scemarella ci dice “imajina”.

Il film ripercorre appunto il solco ampiamente collaudato dell’uomo ricco e di successo, improvvisamente colpito da un trauma (in questo caso un gravissimo incidente della moglie) che lo porta a ripensare alla sua vita, ai suoi valori e soprattutto ai suoi rapporti familiari. Ma il film non vuole essere il tipico drammone, cerca di alleggerirsi con i toni della commedia e il fatto che il quasi vedovo scopra che la moglie lo tradiva con una specie di Big Jim permette di far levitare la storia, creando una complicità tra il padre distratto e distante e la figlia in piena crisi adolescenziale di rifiuto dei suoi esecrabili genitori.

Intanto, sotto gli occhi dello spettatore si aprono visuali del paesaggio hawaiano, in certe parti ancora intatto, verde e blu, in stridente contrasto con le ville e i campi da golf e gli alberghi grattacielo pullulanti di bianchi grassi e sciatti, in ciabatte e capelli lunghi e sporchi, insomma i ricchi americani wasp che possiedono la ricchezza anche di queste isole. Senza accorgercene, siamo finiti in parte in una storia dalla morale ecologista, perché il vedovo avvocato non se la sente di vendere i suoi terreni ai soliti speculatori, e si prende il suo tempo per decidere a cos’altro destinarlo. Si spera, s’immagina, a una associazione ambientalista che ne faccia un parco naturale. Ma fin qui non si arriva, ci si ferma sull’immagine della famigliola di papà e bambine riuniti infine davanti al sacro focolare del televisore.

Stamattina sono andata a rifornirmi di té, la mia bevanda preferita. Sarò banale, ma i miei due gusti preferiti sono l’Earl Grey e il Jasmine, uno per la mattina e uno per ogni momento della giornata. Ci sono anche altre varietà che scelgo ogni tanto, ma siccome sono abbastanza metodica, va a finire che torno sui miei due gusti.

NON USO BUSTINE! Compero il tè in un negozio molto carino, Le vie del té in piazza Ghiberti (a Firenze). E’ una casa del Tè che offre decine e decine di qualità varie, contenute in bellissimi barattoli verdi allineati sulle scaffalature di legno. Si può scegliere leggendo attentamente una lista con la divisione dei té per provenienza e qualità. Per curiosità, qualche volta ho comprato un té giapponese o uno speziato, ma come ho detto, alla fine torno sempre a bomba sul bergamotto e il gelsomino. Nel tempo, mi sono provvista anche di teiera speciale: con colino incorporato, di ghisa oppure, massima sciccheria, tutta di vetro. Questa particolare teiera è perfetta per una varietà di té (gelsomino bianco per esempio) arrotolato in palline che, con l’acqua calda, si dischiudono e allungano le foglie nell’acqua, come fili d’erba, effetto assai scenografico da proporre quando ti arrivano quegli ospiti snob tra capo e collo e tu, naturalmente, non hai assolutamente nulla in casa, soltanto biscotti del Mulino Bianco e magari questo provvidenziale té.

Le vie del té ha anche qualche tavolino per la degustazione (non so se sia giusto questo termine per il té, ma è per intendersi). Sono appunto pochi tavoli dove si può davvero passare un po’ di tempo in santa pace (i bevitori di té di solito sono persone amanti della quiete). Di certo non come il ricordo che ho del famosissimo e visitatissimo Palais des Thés a Parigi, nel Marais.

Intanto era novembre e pioveva a dirotto, anzi è piovuto ininterrottamente per tutti e cinque i giorni in cui io e mio marito siamo stati a Parigi. Non eravamo in vacanza (ero alla Fiera del Libro), ma quando si è in una città del genere e si è italiani provinciali (oltretutto gli italiani sono tutti provinciali, anche i metropolitani romani o milanesi), ci si sente in vacanza e si va a vedere i posti. Io poi, mi sono piccata di andare in questo palé dé té (comm se di an fransé). Si sa come siamo noi ragazze quando ci mettiamo in testa una cosa, no? Sicché, via per queste strade del Marais sotto il diluvio (le diluge), in cerca di ‘sto palé che non si trovava. Mio marito stringeva i denti e l’ombrello tra le dita forse per non strozzarmi sul posto e io dura, eh no bisogna vedé le palé, bisogna andà labà… Dopo un’ora, fradici e sfiniti, vediamo una coda di un centinaio di metri in attesa sotto l’acqua per allé nel palé! A quel punto, mi sono arresa. Ci siamo rifugiati nel primo normalissimo bar e ci siamo sparati una cioccolata calda avec la pannà. Per una volta, in barba al té.

Il libro di Joyce Carol Oates che ho appena recensito pone un’interessante osservazione sul rapporto tra l’attività intellettuale della scrittura e quella fisica della corsa. La scrittrice americana è infatti un’appassionata runner e descrive questo sport come un’attività complementare, creativa e indispensabile per poter essere una romanziera. Soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione delle storie che, correndo, prendono corpo nella sua mente e si associano al paesaggio che nel frattempo vede scorrere sotto i suoi occhi.

Non è il solo caso. Anche il famoso scrittore giapponese Murakami Haruki è un forte e convinto corridore e partecipa alle maratone. Su questo sport ha scritto anche un libro, L’arte di correre (Einaudi) dove spiega come sia indispensabile ossigenare il corpo e eliminare le scorie che la stessa scrittura provoca, andando a smuovere lati profondissimi e bui del sé.

Anche da noi si conoscono autori che corrono: Isabella Bossi Fedrigotti, almeno anni fa, era un’appassionata runner, e Lidia Ravera macina almeno dieci chilometri quasi ogni giorno. Non ho idea se Marco Lodoli sia dedito a questo sport, ma quando ha scritto “Crampi” (Einaudi) conosceva bene il controllo che si esercita sul corpo, i segnali muscolari, la fatica e la solitudine del maratoneta.

Sarebbe meglio non continuare a cullarsi nell’idea che gli scrittori siano persone pigre, sedentarie, tendenti alla pinguedine e completamente immersi nel loro mondo. Come vedete, per scrivere ci vogliono muscoli, fiato allenamento e via correre, correre, correre.