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Archivio mensile:aprile 2012

Qualcuno mi chiede se a Londra sono andata a vedere la mostra su Damien Hirst che gli dedica una personale alla Tate Gallery, nientemeno.

Bene, sono andata alla Tate, anzi ho anche pranzato lì, ma non sono andata a vedere la mostra perchè a me Hirst non piace. Lo so che è un atteggiamento assai comune non gradire l’arte contemporanea, per la sua perturbante estetica, ma mentre i lavori di alcuni artisti mi incuriosiscono e mi toccano (impressionanti per esempio le opere di Cattelan alla Dogana di Venezia), a me Hirst pare che faccia il paio con Kitsch. Non mi è piaciuto neppure il teschio con diamanti esposto lo scorso anno a Firenze, che credo sia uno dei suoi pezzi forti.

E siccome Hirst è uno degli artisti più ricchi al mondo, assai celebre e celebrato, non sarà certo la mia banalissima opinione – e il mancato mio biglietto – a fargli un baffo.

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Tre ore attaccata alla tivvù non mi capita mai di passarle. E’ successo ieri sera con lo spettacolo Itis Galileo di Marco Paolini, uno dei pochi che sa fare teatro con un scena povera, ma con una presenza capace di riempire i grandi spazi scenici che sceglie, che siano vallate o fabbriche o come ieri sera dai laboratori nel tunnel del Gran Sasso per raccontarci storie indimenticabili, commuoventi e profonde.

Come si fa a raccontare Galileo dopo Brecht?  Paolini ha scelto la strada di una narrazione che coniuga attualità con un passato remotissimo, e spiega il celebre Dialogo in lingua veneta (in “lingua madre” per il veneto Paolini) con la maschera e i gesti di un Arlecchino che, grazie alla sua popolarità e al comico della commedia dell’arte, risulta comprensibilissimo.

E poi, per i giovani, che significa Galileo? Ecco come lo mostra Paolini: un “precario”, uno di voi, uno che fa oroscopi, all’epoca bisognava far questo per campare, uno che se ne va da Pisa dove non ci sono prospettive per Padova, la Harvard dell’epoca, uno che è un genio ma non in tutto, perché con la compagna Marina Gamba non si comporta bene… Insomma Galileo ci è molto più vicino e simile di quel che non immaginassimo. Ma poi, ecco lo scarto, ecco l’esempio: il vecchio, costretto all’abiura, prigioniero agli arresti domiciliari, solo, e con grande rischio personale, scrive la sua opera più importante e rivoluzionaria e prima di morire la invia in Olanda, perché sia stampata e divulgata.

Paolini ci porta piano piano dentro la scienza e la filosofia dell’epoca, dentro il tema del confronto tra potere e scienza, attraverso un personaggio che seppe distruggere certezze secolari aprendo la strada alla ricerca scientifica, all’esplorazione dell’ignoto non per gloria, per soldi, potere, ma per la forza della conoscenza. Ci conduce, Paolini, per mano, con ironia, leggerezza, con semplicità, con l’arte del teatro, della dissimulazione e dello svelamento, e ancora una volta ci offre un testo bello, profondo, uno spettacolo da brividi, e molto su cui pensare.

Ecco una ragione inopinabile per la durata del libro cartaceo rispetto all’agilità, l’impalpabilità, la comodità, la leggerezza dell’e-book: due giorni fa, in pieno viaggio, si è bloccato il mio kindle. Non sono a servite le procedure di riavvio, devono sostituirmelo, perciò aspetto nei prossimi giorni il nuovo tablet. In compenso, ho passato il lunghissimo viaggio in aereo e treno con giornali e riviste o dormicchiando. Una noia abissale!

Con un libro, non succede. A meno che non bruci, ma significa che nell’incendio ci sei anche tu, quindi… A meno non ti finisca in acqua, ma bisogna che ti cada di mano mentre sei in nave, probabilmente appoggiato a un parapetto, cioè un modo molto scomodo per leggere.

Continuerò a pubblicizzare il tablet, ma… sempre meglio avere a portata di mano anche un libro di carta. Soprattutto quando si viaggia.

Certo, questo paese ha il dono del comico!

Così, dopo l’impatto con il baillame e la noncuranza, se non altro si può prenderla sul ridere.

Leggo infatti su una rivista che tra i vari candidati sindaci nelle prossime amministrative, c’è anche lo scrittore Federico Moccia, che qualche anno fa fu benedetto da una fama spropositata per aver scritto libri d’amore per ragazzi. Bene, forte di questa esperienza e naturalmente di quella dei numerosi incontri per le scuole, di interviste e di presenze ai festival, ha deciso di proporsi come sindaco di una località in provincia di Chieti (mi scusino molto gli interessati se non ricordo il nome del paese). Ora sì che si ragiona! Da anni si sa che per fare il sindaco bisogna anzitutto saper raccontare grandissime panzane: chi meglio di lui?

Mamma mia che colpo tornare in Italia!

Sono arrivata domenica e mi sono trovata in pieno sciopero dei treni, in un caos folle della stazione di Mestre (dovevo andare a Udine per un incontro con le scuole che infatti ho avuto stamani). La sensazione è quella di arrivare in un paese tutt’altro che accogliente, anzi respingente!

Magari siamo tutti sempre disinformati, mentre dovremmo stare sempre accorti, perché qua gli scioperi piovono come grandine, non sono fatti rari ma consueti. Fatto sta che invece, ci illudiamo di meritarci servizi decenti, così in tanti speravamo e guardavamo il tabellone dove i treni apparivano soppressi uno dopo l’altro, tipo goccia cinese. Dopo di che, parte la solita mobilitazione all’italiana: chi chiama in soccorso i parenti che arrivano in auto, chi si fa ospitare dagli amici sulla via di casa, chi  attende il primo treno garantito, per arrivare a destinazione a mezzanotte, sperando che il treno non si trasformi pure in zucca.

 

 

 

Mi sono fatta due domande. Sono domande da italiana tipo e probabilmente qualunquiste e sciocche, ma tant’è, non posso farci niente.

Prima domanda articolata in varie domande: come mai a Londra c’è tantissimo personale dappertutto, nei bar, ristoranti, negozi, magazzini, supermercati, musei eccetera? Siamo in una metropoli europea, dove gli stipendi immagino non siano a livelli di Cina o India, dunque? Come mai da noi le assunzioni sembrano costi esorbitanti e dunque i dipendenti sono pochi e sopraffatti dal lavoro?

Seconda domanda che forse si collega alla prima: Come mai una metropoli del genere, con un numero di turisti impressionante, con un flusso continuo di gente, è pulita? Come mai per terra non ci sono cartacce, mozziconi di sigaretta, bottiglie, lattine, bicchieri di carta, a volte anche set di posate, sacchetti di plastica? Non ci sono assolutamente escrementi? Neppure nei parchi? E sui muri non c’è una scritta? Figurarsi un chewing-gum attaccato? O i simpatici avvisi degli sposi ai lampioni? O striscioni?

Sul ponte Millennium oggi però ho individuato due lucchettucci appesi. Sono sicura che se torno domani saranno spariti.

 

Vengo a Londra ogni tanto e ogni volta la città e cambiata e bisogna proprio dire in meglio. Così, questo da una parte meraviglia e rallegra, dall’altra sconforta per il confronto con l’essperante lentezza di qualsiasi progetto nel nostro paese.

Per esempio le bici. L’ultima volta che sono venuta qui, lo scorso anno, non c’era una bici in giro. Non c’era nulla che faceva pensare a Londra come città ciclabile. Del resto, quando mai lo è stata? Erano tipici i taxi, che sono sempre quelli neri fatti un po’ come cassettoni, erano tipicissimi i bus rossi a due piani, ma le bici?

Fatto sta che dopo una serie di bruttissimi incidenti mortali, il Comune ha preso la decisione di incoraggiare l’uso della bicicletta e ha fatto alcune scelte. Ha realizzato le piste ciclabili dove ecco subito apparire un notevole numero di ciclisti, attrezzati con caschetti e giacchette e zaini. Ha fatto mettere le rastrelliere e soprattutto ha promosso il bike hire come a Parigi. Certo, ti dicono i londinesi con espressione critica, le piste ciclabili non sono dappertutto, sono scollegate… E tu rispondi: Ma davvero? Ahi, male! Bisognerà che miglioriate, eh… E dentro di te pensi che in un anno questi hanno fatto quello che noi abbiamo impiegato vent’anni a fare in modo tentennante e mai efficiente.

Fra l’altro, ovviamente sulla bici si è costruita una campagna promozionale: il concorso fotografico, il concorso letterario per le scuole, i parties, i tour… Qui la campagna si chiama Bikeminded, e se noi la chiamassimo Bicidea, ma soprattutto SI FACESSE?