strage di stato

Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana, del romanzo ha solo il titolo, perché si tratta anzi di una ricostruzione fedele degli avvenimenti che precedettero la bomba esplosa il 12 dicembre 1969 nella Banca dell’Agricoltura a Milano, per la quale furono prima incolpati gruppi anarchici, poi fu seguita la famosa “pista eversiva neofascista”, per giungere, dopo ben 33 anni di indagini e una serie di processi, alla conclusione tragica nel nulla (cioè nessuna giustizia), perché il mandante era da rintracciare dentro le stesse istituzioni dello Stato democratico e repubblicano, a favore di una presunta “ragione” superiore, che sacrificava le persone per il disegno autoritario ottenuto dalla repressione di diritti e tutele, libertà civili, dissenso giovanile, contestazioni scaturite e sostenute da un temibile, troppo rilevante, partito d’ispirazione comunista (che peraltro non appare nel film).

Una ricostruzione che il regista ha deciso di proporre attraverso capitoli (da cui appunto il titolo) o scene teatrali. Devo dire che la recitazione è un po’ rigidamente teatrale, se si escludono i due protagonisti affidati a due formidabili attori, Pierfrancesco Favino nel ruolo di Pinelli e Valerio Mastandrea nei panni del commissario Calabresi. Entrambi morti, entrambi assassinati, uomini diversi, di idee lontane, ma uniti dall’umana curiosità, e da un rispetto che oggi suona antico quasi come l’onore dei cavalieri medievali.

Così il romanzo della strage diventa subito il racconto, la parabola tragica di un uomo che fa il suo dovere, al servizio di uno Stato, pronto ad abbandonarlo e tradirlo come succederà per molti altri uomini come lui, in decenni di straziante vita politica italiana e di nefasta politica corrotta, connivente, inquinata dalle diverse e criminose devianze, che siano state ideologiche, di spinta eversiva, o di cooptazione mafiosa, di affarismo, o di pura furfanteria.

Dopo tanti anni, poi, vedere gli anarchici nei “covi” ha un che di fumettistico. Come i poliziotti in bretelle e maniche di camicia, la cicca in mano, il questore che fuma col bocchino, i fascisti che parlano dialetto veneto, l’agente segreto in impermeabile, viso cereo e triste, a un certo punto ritratto in bianco e nero. Questa nostra storia italiana, così orribile, a causa dei suoi squallidi protagonisti purtroppo è stata anche questo: un osceno fotoromanzo.

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