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Archivio mensile:Maggio 2012

Forse oggi dichiararsi lettore è out perché lettore non è un ruolo, casomai è immaginato come strumento (un lettore dvd, che già di per sé è obsoleto, come dice la terminologia multimediale).

Che vuol dire essere un lettore? Non fai un tubo, capirai, stai lì in poltrona a leggere. Non sei connesso, invece tutti siamo connessi all around the clock, grazie al magico smartphone delle nostre brame. Non appari, non sei protagonista di nulla, neppure della tua piccola, assai gratificante storia che puoi scrivere (anche senza conoscere nessuno strumento narrativo, che ci vuole?) e pubblicare on-line o anche pubblicare su carta, si chiama self-publishing: tu sei LA STAR!

Invece il lettore, che star è? Di quelle spente da millenni, che riverberano un lucetta fioca nel nero dell’Universo, quando oggi bisogna sparare grossi riflettori sul proprio ombelico per vederselo meglio.

Ecco, invece io qui, voglio parlare del lettore, perché prima di scrittore io sono da sempre – e sempre spero di esserlo – un lettore, anzi una lettrice. Una lettrice che ama le storie, che l’estroversione la conosce non solo come “stare con gli amici” o essere connessa a un mondo ignoto e virtuale, ma come esperienza di altro che la lettura può darmi, come contatto di un insondabile, profondo mondo interiore che gli altri scrittori hanno scandagliato per me, e hanno raccontato con le parole perfette perché anch’io, lettrice, possa riconoscermi nell’umano pensiero, e come diceva il poeta, fingermi là “ove per poco il cor non si spaura”. Sono una lettrice di storie dove si raccontano vite molto diverse dalla mia, perché chi l’ha detto che devo per forza specchiarmi in quel che leggo? Io voglio invece sapere chi sono gli altri, quali molteplici, poliforme vite ci sono intorno a me, io sono, come dice un grande scrittore, una esploratrice dell’esistenza e lo faccio da lettrice prima ancora che da scrittrice. Io leggo perché la letteratura mi aiuta a stare meglio con me stessa e a fare uno sforzo per capire e conoscere gli altri così differenti da me, leggo perché la letteratura è conoscenza dell’anima delle persone, e leggo perché leggendo imparo a pensare e a parlare molto meglio, e già questo non mi sembra poco in un mondo dove si usano sempre le stesse frasi, spesso brutte, scorrette, se non molto triviali, per comunicare e persino per rappresentare una vita che invece avrebbe bisogno di un enorme apparato linguistico per essere raccontata e rappresentata.

(nella foto, giovanissimi lettori di Udine)

 

Un ragazzo ha chiesto ad Andrea Camilleri (il celebre autore della serie di romanzi polizieschi del commissario Montalbano, nota per chi non conoscesse) perché i ragazzi non leggono.

Lo scrittore ha rsposto con tutta sincerità che non lo sa affatto perché i giovani non leggono e che lui si sforza, come può, a incoraggiare a leggere, anzi per invogliare i suoi lettori a incuriosirsi di altri romanzi, tra le pagine del succitato Montalbano cita titoli, parla di altre storie, come Simenon o altri autori amati.

Insomma, usa la ben collaudata strategia metaletteraria che si incontra di frequente nella narrativa: autori che citano autori, titoli, personaggi, o che addirittura riassumono alcune storie. E’ quasi naturale che la letteratura, che nasce e si nutre di letteratura, rimandi a se stessa. Bisogna però vedere se chi legge ha voglia ed è disposto a cogliere questi rimandi.

Capita spesso che siano gli stessi ragazzi a chiedere come mai i ragazzi non leggono. Verrebbe da rispondere che magari potrebbero dircelo loro stessi come mai non amano la lettura. Invece è come se ci chiedessero cosa abbiamo fatto noi per respingerli dalla lettura, come mai non riusciamo, noi che si legge e pure si scrive, non diciamo ad appassionarli, ma neppure a scalfirli nella loro idea che la lettura è un fatto noioso e ininfluente, niente che abbia a che fare con la loro vita.

Sarà una mia senile impressione, ma non c’è persona, per strada e nei locali, nei bar, nei bus, nei treni, e purtroppo anche in auto o in moto, che non abbia in mano uno smartphone e, più che telefonare (forse out), lo fissi, come fosse una personalissima palla magica che ti indica dove andare e cosa fare. E che soprattutto ti permette di evitare ogni sguardo, ogni pallido contatto con gli altri: lo strumento perfetto per i timidi è diventato il tiranno anche di chi non è timido, per il delirio di total connection, per informazioni preziosissime, tipo: sto scendendo dal bus o forse “sto andando in bagno.”

Poi si dice che nessuno legge. Hai voglia a metterti a consigliare libri bellissimi, emozionantissimi, avventurosi, brividosi, amorosi. Hai voglia a metterti a fare reading, con musicisti, attori, cantanti, in modo da attrarre la gente attraverso la chiave spettacolare. Hai voglia a parlare della lettura come esperienza emotiva, sensoriale, cognitiva eccetera eccetera. Queste sono tutti tentativi faticosissimi che nel paese dei non lettori sono come arrampicate da free climber su montagne ostiche e infide.

Perché nessuno legge sui tablet e se ne guarda bene dal farlo su uno smartphone. Quello non serve per avere informazione, ma è come uno specchio in formato mignon al quale ognuno in cuor suo ripete: “Smartphone delle mie brame, chi è il più bello del reame?”

 

Ci sono notizie che ricordi benissimo anche dopo decenni, ricordi dove eri e con chi e cosa stavi facendo. Per esempio la notizia dell’assassinio del giudice Giovanni Falcone, vent’anni fa.

Camminavo con mia sorella in centro a Firenze, vicino a piazza Santo Spirito. Chiacchieravamo. Poi, la locandina del giornale fuori da un’edicola annuncia la tragedia: Falcone assassinato. Restiamo impietrite davanti alla notizia. Mia sorella balbetta: Ma no, non è possibile. Io dico: Non lui. Ci guardiamo e commentiamo, a caldo: Come il generale Dalla Chiesa. Era morto esattamente dieci anni prima, nel 1982, anche lui con la moglie, ma erano soli, in auto ed erano stati crivellati dai colpi in stile gang di Chicago, come amava la mafia. Si disse che la mafia non usava tritolo, un’esplosione del genere era stata come un terremoto.

Noi corremmo a casa, sconvolte.

Ai funerali, la vedova del poliziotto Schifani, della scorta di Falcone, piange e intima agli assassini di inginocchiarsi e dice: “Se avete il coraggio di cambiare” poi vacilla, singhiozza e geme: “Ma loro non cambiano.”

Sembra ieri.

 

 

 

 

Se Beppe Grillo si fosse impegnato prima, e magari su scala mondiale, chissà se oggi avremmo un film come “Margin Call”. Perché siamo proprio nel cuore del capitalismo finanziario di qualche anno fa e quello che avviene è una catastrofe sul modello Lehman Brothers, con tremendi conseguenze che non vediamo, ma sappiamo, noi spettatori di un dramma molto teatrale, tutto girato dentro il palazzo newyorkese dove si decidono con grandissimo cinismo i destini di milioni di persone.

D’altra parte, osserva uno degli spietati trader, tutti vivono in un mondo artefatto, assai al di sopra delle proprie possibilità, cullati nell’illusione che vada tutto bene, salvo disperarsi e maledire la causa dei loro problemi quando si scopre la fragilità del sistema, quando i signori della finanza decidono di sacrificare persone e cose, per riequilibrare i propri conti e restare in sella (dorata).

Certo, è un film faticoso e angosciante. Infatti eravamo un pugno di spettatori, in sala. Un po’ forse per il titolo incomprensibile (che è questa chiamata al margine? Boh), un po’ per le faccende da top manager che alle persone normali sinceramente interessano poco. Il film poi ti mostra il solito mondo di maniaci del lavoro, poveracci senza famiglia, senza vita propria. Ma davvero vale la pena guadagnare ottanta milioni di dollari l’anno per essere così? Per spenderli in macchine di lusso e abiti, case vuote, e niente affetto? Ci si consola dei nostri assai magri guadagni, comunque ci si sente infinitamente più ricchi andando via dal cinema sottobraccio al nostro compagno di vita (e da una vita), insieme agli amici affezionati (pure loro da una vita).

Come si fa a non tenere conto della tragedia accaduta a Brindisi? In una scuola?

Non  voglio aggiungere commenti indignati e addolorati a quanti sono espressi in queste ore. Invece. mi servirò della chiave letteraria.

Ho sotto mano un libro poetico e profondo, per ragazzi. S’intitola La ragazza che leggeva le nuvole, di Elisa Castiglioni Giudici, con illustrazioni di Lucia Sforza (Il Csstoro, 2012). Un libro illustrato non per i più piccoli, ma per adolescenti, ambientato in India e negli Stati Uniti, e narrato in prima persona dalla protagonista Leela, una ragazza legatissima alla nonna che le insegna a leggere le nuvole nel cielo e a non temere, neppure la terribile tigre bianca.

Da questo romanzo che fa leva sull’immaginazione, il coraggio, la fiducia, traggo questo brano dedicato a Melissa:

“Per intere settimane, non udii altro che l’eco dei frantumi del mio cuore cadere nel vuoto che mi sentivo dentro. Non ero più sicura di nulla e non credevo in nessuno. Di una cosa però ero certa: ero arrabbiata. Ero furiosa con il mondo intero, egoista e indifferente, che nonostante la sua morte continuava as andare avanti come se niente fosse cambiato. Odiavo il sole che continuava a sorgere e tramontare. Odiavo il vento della sera che continuava a rinfrescare l’aria. Odiavo il gelsomino che continuava a profuare di miele l’aria. Era così ingiusto…”

L’indomita bibliotecaria Antonella Agnoli ha scritto un utilissimo e sfidante libretto dal titolo Caro sindaco, parliamo di biblioteche, pubblicato dall’Editrice Bibliografica lo scorso novembre e presto diventato un successo (siamo alla terza ristampa), non solo tra gli addetti ai lavori. Perché l’importanza dello spazio libero, abitato, confortevole della biblioteca (laddove esiste) è chiarissimo per tutti i cittadini che la frequentano, e che sanno come oggi una mediateca offre, oltre ai libri gratis (e non sarebbe poco), corsi di ogni genere, uso libero di Internet, uno spazio bellissimo per i bambini, sale accoglienti per i ragazzi, giornali e riviste, film, musica, magari un ristorante, di sicuro un buon bar.

Allora, perché tagliare i fondi alla biblioteca? Che, certo, rispetto agli asili o ai servizi sociali di base appare meno indispensabile, così, quando un povero sindaco è costretto a scegliere, come nella celebre “Scelta di Sophie”, offre la biblioteca alla mannaia. In realtà, dati alla mano, Agnoli dimostra che la biblioteca costa assai meno di quelle sagre o quelle sfilate di miss che a volte gli amministratori considerano di successo popolare e magari di lancio per l’immagine del cosiddetto territorio. Agnoli non vola alto, confrontando le frequenze della biblioteca con, che so, il British Museum o qualche prestigioso ente musicale che, si sa, è appannaggio di intellettuali. Ci porta invece i numeri del pubblico delle partite di calcio in un anno, circa mezzo milione di persone, che sono un’inezia rispetto al milione e oltre di visitatori della Biblioteca di Sala Borsa di Bologna (cui si aggiunge l’oltre mezzo milione di frequentatori del website).

Dobbiamo ancora sentirci dire che la cultura costa e non paga, che le biblioteche sono un lusso oppure un fiore all’occhiello, ma niente di più? Vogliamo invece vederle per quello che sono: la realizzazione concreta, culturale, popolare, viva, del servizio pubblico, l’autentico spazio democratico nella sua missione di formare e sostenere cittadini informati e consapevoli?

Sono rimasta inchiodata al romanzo di Sasha Naspini, Le nostre assenze (Elliot, 2012) fino all’una di notte. Magari è un’ora normalissima per tutti, ma per me vi assicuro è tardissimo e se sono stata alzata con il libro in mano è perché volevo arrivare alla fine. Non capita sempre, vero?

Al libro sono arrivata visitando lo stand delle edizioni Elliot al Salone di Torino. Perché il precedente “I Cariolanti” di Sasha Naspini era pressoché introvabile nelle normali librerie, pur essendo un romanzo di un certo successo e ne avessero parlato bene i critici. Poi le librerie si lamentano. Ma è chiaro che con la rete non c’è confronto e quindi bisognerà attrezzarsi a svolgere un lavoro di consulenza, informazione, promozione, possibilmente non di libri già noti o bestseller, che non ne hanno alcun bisogno, ma di ottimi romanzi come questo.

Si tratta di un romanzo di formazione. Siamo in Maremma negli anni Ottanta e un bambino trova un vero tesoro, come nei classici dell’avventura, nella forma di un rarissimo reperto etrusco, uno scudo di bronzo. Ma quel ritrovamento operato con le tecniche dei tombaroli porta tante, troppe disgrazie, moltissimo dolore, a cominciare dalla morte del compagno di furto, sepolto dalla frana della tomba. Della tanto vagheggiata ricchezza, il protagonista e io narrante non godrà mai, perché suo padre, il vero tombarolo, lo inganna e scappa in America dove, lui sì, diventa ricco. Così non resta che meditare e realizzare, anno dopo anno, con rabbia e dolore, una vendetta che infine si consumerà, ma con inaspettati risultati.

Sasha Naspini è molto bravo nel mostrarci come questo tema, la vendetta, non è affatto quel motore addirittura liberatorio dei film americani, invece è come una malattia che impedisce di vedere, con semplicità, con chiarezza, le scelte possibili che possono guarire fratture e impedire altri lutti. Come in una tragedia greca, però, il protagonista è segnato da una specie di destino che si autoinfligge, e che resta aperto, nel finale, perché siamo assai lontani dalla tragedia greca e anche dagli end, happy o meno, americani.

Resta nel cuore la bellissima atmosfera della storia, l’amicizia conflittuale tra i due ragazzini, il poverissimo Michele e il protagonista e quel tesoro etrusco che Michele offre in cambio di un po’ di attenzione, di affetto, e poi la famiglia di paese che fotografa il cambiamento sociale di questi ultimi trent’anni nella piccola provincia italiana. Un pezzo vivo e bruciante di noi.

Entrando, salta all’occhio di chiunque: il Salone del Libro di Torino è affollato dai ragazzi e dai bambini. Se non ci fossero le scolaresche, probabilmente i corridoi sarebbero vuoti e gli stand languirebbero, visitati giusto da sparuti e poco motivati lettori. Invece, i bambini con gli zainetti e i cappellini colorati sciamano, si passano i libri di mano, sfogliano, comprano, riempiono sacchetti e borse, allegrissimi. Vanno ai laboratori pieni di entusiasmo, fanno domande agli scrittori, si mettono in coda per gli autografi. I ragazzi delle superiori ascoltano la musica, si fotografano accanto ai “totem” degli scrittori, si siedono sulle pile dei volumi, provano il kindle, ululano tipo concerto rock a Rita Borsellino.

Volete un ritratto dei lettori? Eccolo: giovani, giovanissimi, piccolini, disciplinati e curiosi. Ovviamente insieme ai loro pazientissimi insegnanti.

Ma la letteratura per ragazzi, quella è ancora un rebus. Malgrado tutta questa folla di piccoli e meno piccoli lettori, gli addetti ai lavori, i giornalisti, la comunicazione tutta si occupa soprattutto di autori per grandi, per quelli che non leggono un tubo.