bruck

Non è una novità, però lo è. Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck è stato pubblicato quattro anni fa, ma l’edizione in formato e-book è di adesso, dunque ecco una novità elettronica.

E poi mi domando sempre di più perché i romanzi abbiano una vita così breve, così effimera, legata all’anno di pubblicazione. Mi chiedo perché tutto il pubblico dei lettori si debba trasformare in una massa di critici letterari che devono leggere sempre l’ultima novità per parlarne, per lanciarla. Il libro, poi, che ha bisogno di tempi lunghi, del famoso passaparola per cui si va a cercalo anche dopo un po’ di tempo, forse anche dopo anni.

Soprattutto per la letteratura. Soprattutto per storie che non hanno un riferimento diretto all’attualità, ma come questo memoir di Edith Bruck raccontano una storia dentro la più grande e tragica Storia del Novecento. E ogni volta che leggiamo una vicenda legata alla Shoah, la storia di un sopravvissuto, come l’Anita quindicenne scampata ad Aushwitz di questo toccante romanzo, ogni volta scopriamo un piccolo frammento in più di quel puzzle di sofferenza e violenza, che ebbe un identico  funereo scenario, per migliaia, milioni di anime con la loro distinta unicità.

In più, la storia di Anita ci colpisce perché così vicina alle donne, alle ragazze ancora oggi abusate e maltrattate. Proprio lei, sopravvissuta al lager e ancora bambina, è vittima dell’abuso di uno zio, indifferente alle sue ferite di internata, e anzi sordo, come altri intorno a lei, ai suoi racconti strazianti, che la ragazza può sussurrare soltanto a un bambino di pochi mesi, nel quale finalmente può vedere la speranza del rinnovarsi della vita.

E per fortuna arriva il lieto fine: il viaggio dalla Cecoslovacchia misera di questo inizio di dopoguerra verso la Terra Promessa, lo stato di Israele che si sta costruendo e che oggi a volte si dimentica cosa sia e da cosa sia nato.

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