naspini

Sono rimasta inchiodata al romanzo di Sasha Naspini, Le nostre assenze (Elliot, 2012) fino all’una di notte. Magari è un’ora normalissima per tutti, ma per me vi assicuro è tardissimo e se sono stata alzata con il libro in mano è perché volevo arrivare alla fine. Non capita sempre, vero?

Al libro sono arrivata visitando lo stand delle edizioni Elliot al Salone di Torino. Perché il precedente “I Cariolanti” di Sasha Naspini era pressoché introvabile nelle normali librerie, pur essendo un romanzo di un certo successo e ne avessero parlato bene i critici. Poi le librerie si lamentano. Ma è chiaro che con la rete non c’è confronto e quindi bisognerà attrezzarsi a svolgere un lavoro di consulenza, informazione, promozione, possibilmente non di libri già noti o bestseller, che non ne hanno alcun bisogno, ma di ottimi romanzi come questo.

Si tratta di un romanzo di formazione. Siamo in Maremma negli anni Ottanta e un bambino trova un vero tesoro, come nei classici dell’avventura, nella forma di un rarissimo reperto etrusco, uno scudo di bronzo. Ma quel ritrovamento operato con le tecniche dei tombaroli porta tante, troppe disgrazie, moltissimo dolore, a cominciare dalla morte del compagno di furto, sepolto dalla frana della tomba. Della tanto vagheggiata ricchezza, il protagonista e io narrante non godrà mai, perché suo padre, il vero tombarolo, lo inganna e scappa in America dove, lui sì, diventa ricco. Così non resta che meditare e realizzare, anno dopo anno, con rabbia e dolore, una vendetta che infine si consumerà, ma con inaspettati risultati.

Sasha Naspini è molto bravo nel mostrarci come questo tema, la vendetta, non è affatto quel motore addirittura liberatorio dei film americani, invece è come una malattia che impedisce di vedere, con semplicità, con chiarezza, le scelte possibili che possono guarire fratture e impedire altri lutti. Come in una tragedia greca, però, il protagonista è segnato da una specie di destino che si autoinfligge, e che resta aperto, nel finale, perché siamo assai lontani dalla tragedia greca e anche dagli end, happy o meno, americani.

Resta nel cuore la bellissima atmosfera della storia, l’amicizia conflittuale tra i due ragazzini, il poverissimo Michele e il protagonista e quel tesoro etrusco che Michele offre in cambio di un po’ di attenzione, di affetto, e poi la famiglia di paese che fotografa il cambiamento sociale di questi ultimi trent’anni nella piccola provincia italiana. Un pezzo vivo e bruciante di noi.

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