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Archivio mensile:giugno 2012

Sorry, but I understood you knew how to play a soccer game… Actually, you have to learn something more. Bay the way, now it’s up to you doing homework.

Avevo inteso che sapevate giocare a calcio… Mi sa che dovete ancora imparare qualcosina. Per inciso, tocca a voi fare i compiti a casa.

Non so se esiste il termine, ma mi pare che sia questo il nuovo sport di moltissimi italiani: dogging ovvero sia star dietro al proprio cane.

Sport molto praticato in montagna, oggi è divenuto anche pratica da spiaggia, sopprimendo le vetuste bocce, le noiose racchette, il faticoso frisbee, e anche il complicato canotto gonfiabile. Invece il cane che scava, corre, fa la gimcana tra gli ombrelloni, punta gli altri cani, scodinzola, ha il vantaggio di far sentire attivo il proprietario che guarda, controlla, fotografa, chiama, soprattutto comanda ricevendo in cambio l’impagabile gratificazione di essere obbedito.

Non avendo velleità costruttive come i bambini, il cane permette di evitare anche l’incubo dei castelli di sabbia o le piste per le palline.

In più, che gioia, con un impegno costante del genere, si può esimersi dal leggere. Non si ha proprio il tempo.

Ecco qua la scrittrice di Fifty shades of Gray, tradotto in italiano, giustamente, con Cinquanta sfumature di Grigio (Mondadori). Se non che Grey è il cognome del bellissimo e tenebroso giovane industriale che ammalia la romantica e innocente Anastacia, che proprio perché è giovanissima e inesperta e casta, riesce a frantumare la corazza d’acciaio dentro la quale sono sepolte le cinquanta ombre che compongono la personalità dell’uomo tanto bello quanto pericoloso, e mi viene da dire as usual.

Perché quella che sto leggendo, e pure avidamente come tutte le signore che si sono gettate a pesce su questa storia romantica e inquietante, non è altro che una rivisitazione, forse l’ennesima, de La Bella e la Bestia, con un tocco di Barbablù. La Bestie ovviamente è lui, ricchissimo principe nella moderna forma dell’amministratore delegato di una propria azienda, la Bella e buona è lei, e come sempre la Bella e buona, attraverso l’amore vince la resistenza e la malvagità riposte nella Bestia che, povera bestia, tale è per via della solita mamma cattiva e di un’infanzia assai orrenda. Purtroppo la psicoanalisi ha rovinato la brutalità diretta delle fiabe, fornendo sempre chiavi interpretative celate nell’infanzia.

Dicevo che sono storie da signore mature. Perché c’è qualcosa che non quadra per le ragazze e cioè l’illusione che si possa guarire un pervertito, si possa addomesticare una bestia grazie alla purezza di cuore (e di fisico, la nostra eroina è una vergine come nelle saghe medievali). Questa bella e consolante idea va bene per le storie, per le fiabe. Nella realtà gli stalker, gli ossessivi, i maniaci, si sa bene cosa finiscono per fare alle donne: le ammazzano.

Ho letto con passione il libro di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie 2012): non riuscivo a smettere. Eppure, non è esattamente un romanzo, come segnala la dicitura in copertina. E’ qualcosa di meno definibile, una via di mezzo tra il saggio, una narrazione autobiografica, un atto di amore per la letteratura del Novecento, quella di un’era tramontata forse proprio con Pier Paolo Pasolini, che Trevi giustamente definisce l’ultimo dei “moderni”, di quelli cioè che sperimentarono forme letterarie nuove, prima che tutta la letteratura si condensasse nella narrazione, soprattutto narrazione di genere, per intrattenere un pubblico sempre meno esigente, e più desideroso di evasione.

Il libro si incentra su Pasolini (che bella la foto di copertina!) e in particolare sull’ultimo libro, Petrolio, inconcluso, pubblicato molti anni dopo la morte e per molti illeggibile. Un libro sul quale, come per gli esplosivi, bisognerebbe scrivere “maneggiare con cura”, e con una cura quasi amorosa l’autore lo tratta, fornendoci chiavi di lettura profonde, legate alle intuizioni artistiche di Pasolini, al suo percorso intellettuale ma soprattutto biografico. Ripercorrere quella vita, quei sentimenti, quell’atmosfera, quella cultura, è una vera boccata d’ossigeno nell’asfissia culturale attuale, dove tutto è diventato così microscopico, a misura di ombelico di ciascuno. Ma Trevi ti cattura con maestria, con profondità, con sincerità, con una scrittura ammaliatrice. Alla fine, ho letto persino tutte le note e ho riletto avidamente alcuni passi.

C’è poi un altro motivo per il quale questo libro mi pare bellissimo, fulminante ed è il ritratto di Laura Betti, la vestale del Fondo Pasolini dove il giovane Trevi studiò per un anno, raccogliendo le interviste per farne una pubblicazione. Definita con tutte le ragioni la Pazza,  questa obesa, cattiva, sadica Betti spadroneggia nelle stanze, tiranneggia i giovani studiosi, disprezza tutto e tutti, macerata dalla propria infelicità. Mi sono venuti i brividi: anch’io, in un’altra città, in un altro “fondo” bibliotecario mi sono trovata con una persona disturbata, tirannica, ossessiva, una madre cattiva sempre pronta al rimprovero, alla denigrazione, alla minaccia. Al contrario della bulimica Betti questa era sempre a dieta e soffriva di insonnia. Ma sempre strega era. Evidentemente le Pizie della cultura, chiuse sempre in luoghi tetri come l’antro di Apollo, sono fatte così per atterrirti, e farti capire se davvero una vocazione a scrivere ce l’hai.

 

Non è l’esclamazione risentita di qualche studente, magari in prossimità di un esame di letteratura russa.

E’ il titolo molto accattivante dell’ultimo romanzo di Atiq Rahimi (pubblicato da Einaudi con la traduzione di Yasmina Melaouah) e ambientato, come i precedenti, a Kabul.

A proposito, c’è ancora la guerra laggiù. Ci sono pure i nostri soldati, sulla faccenda è calata una cortina di silenzio e mi pare che persino l’ultimo libro di Melania Mazzucco (d’accordo, non l’ho letto, ne riparlerò con calma) che ricorda proprio quell’operazione militare attraverso gli occhi di una soldatessa sia caduto abbastanza nell’indifferenza. Di quel posto lontanissimo e confusissimo, di una guerra che finge di non essere tale non si vuole sapere.

Lo scrittore afgano Rahimi però ha trovato un’ottima strategia per ricordarci il suo paese, e la sua tragedia. Attraverso l’omicidio di una vecchia usuraia, proprio all’inizio, ad opera di un ex soldato che è stato in Russia e che proprio per questo ha letto e amato le opere di Dostoevskij. Proprio mentre sta calando l’ascia sulla testa della donna, Rassul è trapassato dal pensiero che si sta comportando esattamente come Raskol’nikov, l’assassino di Delitto e castigo. Non riesce perciò a rubare i soldi, scappa sconvolto, vaga per le strade della città, e perde completamente la voce.

La storia è narrata in soggettiva, ovvero attraverso il discorso indiretto libero, in modo tale da seguire molto da vicino Rassul e poter avere le descrizioni dei personaggi e delle situazioni in cui si imbatte, (e che, se fosse lui stesso a narrare, non si curerebbe di descrivere). Inoltre, questa strategia narrativa permette uno sguardo ironico – distaccato, e quella che in effetti è una vera tragedia, di povertà, morte, violenza, droga, diventa una sorta di scena teatrale, dove il protagonista quasi pirandellianamente cerca la giustizia, addirittura si autodenuncia, ma in tempi di guerra e di fondamentalismo religioso, la sua colpa non è che una inezia, eventualmente da pagare con una semplice multa.

Che gioia quando si trova l’ultimo libro di un autore che ci piace! Nel mio caso, di un’autrice che leggo sempre volentieri e che ha inventato la figura della giornalista Annika Bengtzon per i suoi thriller ambientati in Svezia. Sto parlando di Liza Marklund e del suo “Freddo sud” pubblicato, come tutti i precedenti romanzi, da Marsilio.

Bello ritrovare Annika, che si chiama come l’amica di Pippi Calzelunghe, e che mi piace per la sua libertà, il coraggio di rimanere una reporter e rifiutare le promozioni perché non potrebbe stare alla scrivania a fare il capo senza più scrivere e fare quello per cui si sente tagliata, la cronachista di nera, dal formidabile intuito. Oltretutto, cercando di equilibrare la sua vita con una famiglia che, nel corso dei romanzi, è entrata in crisi. In quest’ultima storia infatti Annika si è separata dal marito che l’ha tradita con un’altra, e si barcamena con i bambini e un nuovo appartamento.

In più, non c’è niente di meglio che vedersi attraverso gli occhi degli altri: ecco la svedese Annika, abituata alla trasparenza dei rapporti, all’ordine, alle regole, arrivare in Spagna dove i poliziotti prendono mance, il traffico è folle, tutti mentono, la droga scorre a fiumi, le strade sono rotte, le costruzioni brutte e di ricchezza ostentata… Una Spagna che somiglia tantissimo all’Italia dove i nordici devono rimanere ogni volta sconcertati e affascinati: quel che da loro è vietatissimo, qui nel Sud è concesso, c’è poco da scandalizzarsi. Ma attenzione anche al famigerato calore umano: questo Sud può essere più gelido di una tomba.

Dubito che ancora qualcuno pensi a Marilyn Monroe come a una diva fortunata e alla sua vita come meravigliosa. Tra biografie (alcune addirittura scritte da calibri come Carol Joyce Oates con Blondie), documentari, canzoni, e racconti di riflesso in biografie di altri, come i Kennedy, che questa donna fosse infelice, problematica, disperata e incastrata nel suo ruolo di celebrità, credo che lo sappia anche il gatto. Il film Marilyn (con una protagonista assolutamente strepitosa) s’inserisce nel filone dell’umanizzare la star, mostrare il volto fragile e incompreso della donna che sapeva sedurre persino la macchina da presa, ma che sostanzialmente restava sola e vittima dei propri fantasmi, anche se intorno tutti la sostenevano e la coccolavano e l’ammiravano o addirittura, come il povero Miller, la sposavano per prendersi cura di lei.

Però, magari mi sbaglio. Il gatto che sa di Marilyn dovrebbe essere un vecchietto cinefilo, e quelli che hanno letto Blondie o hanno ascoltato Candle in the wind di Elton John hanno i capelli bianchi, e se anche non hanno vissuto gli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, magari se li sono fatti raccontare per bene e non indulgono nella nostalgia, anzi. Per i giovani, infatti, Marilyn è un manifesto di donna bellissima, o magari un trans con parrucca platino, o un frammento di vecchio film dove lei è sempre favolosa come una dea. Dunque magari il film diventa istruttivo.

D’altra parte i famosi “miti d’oggi” sono tutti cambiati e si ha scarsissima memoria di quelli di appena ieri. Qualche giorno fa, una ragazza sui trenta mi ha detto che era rimasta molto colpita dalla scena vista in tivvù di una famosa attrice… una molto bella… napoletana… non le veniva proprio il nome, comunque l’aveva colpita perché, orrore, non aveva le ascelle depilate.

Sapete chi era la pelosa d’altri tempi? Sofia Loren.

 

Immagino che in tanti decidano di partire in crociera, benché una mastodontica nave sia ancora mollemente sdraiata a poche miglia dall’isola del Giglio, la famosa Costa naufragata per, usiamo un eufemismo, imperizia.

A questi amanti delle navi di lusso alte come grattacieli, hotel a cinque stelle ambulanti per il mare, consiglio la lettura di David Forster Wallace: Una cosa divertente che non farò mai più, appena ripubblicato da Minimum Fax, a distanza di 14 anni.

Si tratta di un reportage compiuto dallo scrittore americano su una nave da crociera, una di quelle extralusso che portano migliaia di turisti a zonzo su mari visti da diverse centinaia di altezza, e che promettono – e mantengono – di viziare i propri clienti con divertimento, cibo, relax, cura persino ossessiva di ogni particolare, a partire dalla maniacale pulizia della cabina, che, per quanto Wallace si sforzi di insudiciare, appena l’indolente scrittore si allontana per mezz’ora, è resa di nuovo immacolata da una cameriera invisibile, solertissima e discretissima.

Ironico, certamente, e acutamente critico nel descrivere questo genere di vacanza che vanta un marketing fortissimo e vincente, Wallace non esita a paragonare gli imbarchi alle emigrazioni o le deportazioni di massa, e l’esposizione dei corpi di mezz’età a una visione tanatologica, e più che il divertimento emerge costantemente la disperazione di far parte di un gruppo umano capronesco, di non poter sfuggire, pur sforzandosi in un comportamento diverso, alla “sostanziale e sgradevole americanità”. Che potrebbe essere italianità, se Wallace fosse stato italiano, perché a chi non è mai capitato di sentirsi estraneo al gruppo di connazionali che applaudono quando l’aereo atterra, o urlano nel ristorante francese dove tutti sussurrano, e insistono a parlare italiano in un bazaar mediorientale, e se il venditore fa garbatamente notare che non capisce, alzano la voce, come se quel poveretto fosse sordo?

 

Ci sono dei libri che sembrano vecchi romanzi del Novecento, sia per come sono costruiti che per la scrittura piana, corretta certo, come si dice “scorrevole”, ma senza picchi, benché nella storia succedano tante cose. Ma non basta che succedano delle cose, bisogna vedere come sono raccontate, qual è la gradazione che l’autore imprime, quale ritmo.

Nel romanzo Un giorno arriverò (Salani, 2012) di Silvana Mossano il ritmo è, diciamo, andante e nemmeno con brio. Si attraversa tutta la storia dello scorso secolo, dagli anni Venti fino alle seglie del Duemila, seguendo la vicenda della protagonista Anita, figlia di contadini di un casale piemontese, che vede partire la sorella appena sposata per “la Merica” (come titolava anche un film di Gianni Amelio) e che per tutta la vita sogna di andare anche lei laggiù: appunto, un giorno arriverò.

Chi ama il genere memoir e soprattutto lo stile che scorre come un placido fiume, troverà bella questa prosa corretta e descrittiva di ambienti e situazioni ricostruite con cura. Personalmente, un romanzo del genere mi pare più una narrativa privata, e uscita quasi da un laboratorio di scrittura dove si lavora magari sulla documentazione di famiglia. Oggi un affresco di settant’anni mi pare che dica troppo e alla fine non dica niente. Del resto, basti vedere lo sbilanciamento tra la prima parte, assai corposa, e le altre due, più stringate. Come se la vicinanza all’oggi a poco a poco sgonfiasse la storia.

Non che io mi sia lasciata con qualcuno. Peraltro, non uso questo blog per sfoghi personali, si sa.

Il titolo è di un libro delizioso, che ho letto in inglese. Credo che sarà pubblicato in Italia forse da Salani. L’autore è Daniel Handler, illustrato da Maira Kalman (Little, Brown and Company, New York, 2011)

Why we broke up è un libro che non si può leggere sui tablet. E’ un bel volume, con carta patinata, e pieno di illustrazioni a tutta pagina. Ha una copertina rosso ciliegia, è insomma un prodotto che vale come libro cartaceo. E così forse sarà il futuro: basta con gli orridi tascabili dalla cartaccia e le copertine brutte in brossura, meglio l’e-book che almeno cosa meno e non taglia alberi o non inquina con gli sbiancanti per la carta riciclata. mentre per libri proprio belli, gradevoli da toccare, da vedere, da tenere e regalare, ci vuole il formato grande e il materiale cartaceo.

La storia, come si immagina, è  quella di una separazione. E’ raccontata in prima persona da Min (diminutivo di un nome altamente impegnativo come Minerva), ragazzina brillante, cinefila, che s’innamora del classico bel ragazzo campione di basket della scuola.

Brillante e sensibile, tenero, divertente, il libro però mi porta a pensare amaramente all’enorme differenza che c’è tra la nostra letteratura e quella americana, o meglio tra la nostra editoria e quella americana. Min è appunto una ragazzina che ama il cinema, conosce e cita film a profusione, nonché situazioni e dialoghi, sembra una piccola e nuova Truffaut. Una protagonista del genere sarebbe subito bollata da molti editor come “poco credibile” se non “troppo adulta, lontana dai ragazzi di oggi”, e il libro sicuramente bocciato.  Mentre in America, come si vede, è talmente verosimile che ne hanno fatto un po’ po’ di volume, e in fondo costa dodici, dico dodici dollari, alla faccia della crisi.