trevi

Ho letto con passione il libro di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie 2012): non riuscivo a smettere. Eppure, non è esattamente un romanzo, come segnala la dicitura in copertina. E’ qualcosa di meno definibile, una via di mezzo tra il saggio, una narrazione autobiografica, un atto di amore per la letteratura del Novecento, quella di un’era tramontata forse proprio con Pier Paolo Pasolini, che Trevi giustamente definisce l’ultimo dei “moderni”, di quelli cioè che sperimentarono forme letterarie nuove, prima che tutta la letteratura si condensasse nella narrazione, soprattutto narrazione di genere, per intrattenere un pubblico sempre meno esigente, e più desideroso di evasione.

Il libro si incentra su Pasolini (che bella la foto di copertina!) e in particolare sull’ultimo libro, Petrolio, inconcluso, pubblicato molti anni dopo la morte e per molti illeggibile. Un libro sul quale, come per gli esplosivi, bisognerebbe scrivere “maneggiare con cura”, e con una cura quasi amorosa l’autore lo tratta, fornendoci chiavi di lettura profonde, legate alle intuizioni artistiche di Pasolini, al suo percorso intellettuale ma soprattutto biografico. Ripercorrere quella vita, quei sentimenti, quell’atmosfera, quella cultura, è una vera boccata d’ossigeno nell’asfissia culturale attuale, dove tutto è diventato così microscopico, a misura di ombelico di ciascuno. Ma Trevi ti cattura con maestria, con profondità, con sincerità, con una scrittura ammaliatrice. Alla fine, ho letto persino tutte le note e ho riletto avidamente alcuni passi.

C’è poi un altro motivo per il quale questo libro mi pare bellissimo, fulminante ed è il ritratto di Laura Betti, la vestale del Fondo Pasolini dove il giovane Trevi studiò per un anno, raccogliendo le interviste per farne una pubblicazione. Definita con tutte le ragioni la Pazza,  questa obesa, cattiva, sadica Betti spadroneggia nelle stanze, tiranneggia i giovani studiosi, disprezza tutto e tutti, macerata dalla propria infelicità. Mi sono venuti i brividi: anch’io, in un’altra città, in un altro “fondo” bibliotecario mi sono trovata con una persona disturbata, tirannica, ossessiva, una madre cattiva sempre pronta al rimprovero, alla denigrazione, alla minaccia. Al contrario della bulimica Betti questa era sempre a dieta e soffriva di insonnia. Ma sempre strega era. Evidentemente le Pizie della cultura, chiuse sempre in luoghi tetri come l’antro di Apollo, sono fatte così per atterrirti, e farti capire se davvero una vocazione a scrivere ce l’hai.

 

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