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Archivio mensile:luglio 2012

In un paese spensieratamente non lettore, convinto che tanto la lettura non serva a un piffero (poi si vedono i risultati), ci sono piccoli e luminosi esempi di come i pochi ma tenaci lettori si organizzano soprattutto in zone dove non c’è una biblioteca pubblica e neppure una libreria.

Per esempio Stefania, ventenne studentessa universitaria che vive a Pianura (Napoli), che io ho conosciuta da ragazzina, quando sono stata invitata nella sua scuola dove i professori avevano organizzato una gara di lettura. Altri tempi, anche se soltanto dieci anni fa. Nella scuola media c’era la biblioteca “G. Rodari”, sostenuta dall’appassionato volontariato dei docenti e che permetteva ai ragazzi e alle ragazze come Stefania di incontrare libri e autori e crescere lettori e lettrici, magari, come ha fatto Stefania, decidere di fare un liceo e poi l’università, invece che convincersi che la cultura e figuriamoci la letteratura non valga un tubo.

La biblioteca non c’è più, benché la stessa Stefania abbia provato a tenerla in vita. Allora cosa ha fatto la  mia amica? Ha messo su pian piano una sua biblioteca in casa e l’ha aperta alle ragazze della sua zona, consigliando letture, proponendo percorsi. Un piccolo gesto di generosità che rappresenta però il bisogno di tenere in vita luoghi di incontro, trasmissione, scambio e conoscenza culturale.

Ma perché una ragazza così deve fare promozione alla lettura da sola?

 

 

Ogni tanto si inciampa in un libro-palla. Eccolo qua: Betibù di Claudia Pinero. La cosa migliore del volume è la bella copertina, giallo girasole con la figurina di Betty Boop: ottima idea dell’editore per lanciare la novità di un’autrice di tutto rispetto. Soltanto che non tutti possono scrivere gialli e noir, e anzi sarebbe meglio che alcuni autori si astenessero e magari proseguissero con storie diverse, anche per dare a noi lettori qualche alternativa di genere.

Non so se la lentezza, l’artificiosità del romanzo siano ampliate dalla traduzione, come mi hanno detto (purtroppo non so leggere lo spagnolo), fatto sta che qui non si decolla. L’ho passato a mia madre, grande lettrice, ma dopo due giorni ho visto che il volume giallo stava sotto alla pila di tre libri sul comodino: brutto segno.

Lo spettacolo di Marco Paolini “Dedicato a Jack London” (ieri sera al Teatro Romano di Fiesole – FI) mi ha dato l’impressione di un lavoro, come dire, destressante per lui rispetto alle grandi fatiche come Galileo. Da solo in scena, accompagnato da un chitarrista che funziona da commento musicale di sottofondo, con musiche di Woody Guthrie, Paolini recita i racconti di Jack London, puntando tutto sulla sua potenza scenica e sul fascino del raccontare o leggere storie.

Ma soprattutto sulla potenza della televisione. Perché in fondo lui lì da solo sul palco ricostruisce il rapporto uno a uno della tivvù, dove tu sei davanti allo schermo e lui vi appare da solo. E bisogna dire che non poche persone, nel pubblico, sembravano assistere allo spettacolo come nel salotto di casa propria, sgranocchiando noccioline, bevendo birra e fumando a go-go, tanto eravamo in un’arena all’aperto. Che poi l’aria diventi irrespirabile come davanti agli stabilimenti di Piombino, chi se ne importa? Si può!

Inoltre, via, si sa: chi andrebbe mai ad ascoltare uno che recita i racconti addirittura ignoti di Jack London se quell’uno non fosse un attore assai famoso grazie alla tivvù? E si può dire allora grazie a Paolini se riempie un Teatro Romano di centinaia di fan in silenziosa adorazione, proni ad ascoltare una letteratura classica d’avventura, lontana anni luce dall’oggi e senza nessun appiglio con l’attualità, solo per il gusto birichino di Paolini di dire: forza, beccatevi questo, proprio a un popolo di non lettori e di tantissimi giovani, come ho visto ieri sera, ai quali se per caso un professore osasse proporre Jack London come lettura estiva, farebbero scattare petizioni di protesta al preside e le solite giaculatorie sull’incomprensione dei prof che si piccano di far leggere classici noiosi e distanti dai gusti dei giovani.

Bene, anche per questo noi amiamo Paolini.

Non si tratta dell’ennesimo thriller, ma di un libro divertentissimo e spietato che farà scuotere i capini di tante signore bene che passarono la loro giovinezza in Versilia, capace tutt’oggi di suscitare sospiri nostalgici e attirare inspiegabilmente torme di semi-VIP. Sto parlando di Morte dei Marmi del bravo Fabio Genovesi, pubblicato da Laterza. Via, bisogna leggerlo soprattutto ora, proprio perché non si andrà in Versilia e forse neppure in ferie, per via della crisi, ma soprattutto dei prezzi che non calano mai in Italia, neanche se ci fosse il più infausto default.

Dicevo attrarre inspiegabilmente torme di VIp o semi VIp e ricconi, perché come racconta Genovesi, il famoso Forte dei Marmi, e direi un po’ tutta la Toscana in generale, è il posto meno ospitale della terra. Eppure le nostre città sono turistiche, più turistiche di così si muore: città d’arte o di vacanza, pullulanti di alberghi e ville e agriturismo e campeggi, con coste belle, dipinte dai Macchiaioli, pinete fin sulle spiagge, borghi medievali dai tettucci rossi sorvolati da miriadi di rondini… Ma la gente è respingente e astiosa, erede di quei maledetti toscani descritti da Malaparte, gente dura e villana, fatta di cacciatori, mangiapreti, e pronta a dividersi in contradaioli nemici uno dell’altro persino in una stessa famiglia, non solo a Siena, ma in mezza regione.

Da toscana, quanto ho riso e ho annuito leggendo le pagine sui villeggianti chiamati servilmente “Signori”, sulla cittadina di griffe estranea a chi ci vive, come succede nel centro di Firenze, sull’arrivo di miliardari che comprano case a botte di milioni in contanti, come nel capoluogo si comprano negozi con valige di banconote e non c’è verso che qualcuno resista di fronte a cifre da capogiro che ti risolvono tutta la vita e anche quella dei tuoi eredi prossimi e futuri. Altro che orgoglio o amore della propria città o del famigerato territorio: non solo pecunia non olet ma è in grado di smantellare un’intera civiltà più in fretta di una guerra.

Che devo dirvi? Jo Nesbo non mi ha convinto.

Ho scaricato Lo spettro, nuovo thriller che ha come protagonista il detective Harry Hole, sgangheratissimo come erano i personaggi di Hadley Chase, ma confesso di aver abbandonato la lettura. Sarà anche ambientato a Oslo, ma è una grandissima americanata. Non ce l’ho fatta proprio a leggerlo. Mi pare di aver già dato con Il leopardo, che pure mi aveva molto incuriosita.

E dire che una recensione parlava di questo romanzo come una novità rispetto agli altri, soprattutto per la scrittura. A me pare né più né meno che la solita scrittura di genere, e molto hard boiled per giunta. Mi sa che lo spettro, alla fine, è proprio lo stile che resta inchiodato al crime.

L’estate è l’occasione buona per vedere film persi al cinema, almeno per me che non sempre ho occasione di vedere le ultime uscite. Oggi poi un film rischia spesso di non apparire proprio al cinema, e passare direttamente nella versione HD. Magari è il caso di questo film di Jason Reitman, Young Adult, con una strepitosa Charlize Theron che interpreta la parte di una scrittrice di libri per ragazzi. Che dite? E’ per questo che mi sono incuriosita? Un po’ per questo, un po’ perché la sceneggiatura è della scrittrice/blogger Diablo Cody, autrice del film premio Oscar Juno, un po’ perché dal trailer mi è sembrato un bel film, una commedia dolente e ispirata.

Ora però c’è un piccolo problema: la trama è di per sé abbastanza banale. La scrittrice quasi quarantenne e insoddisfatta, sola, nevrotica, torna nella sua cittadina natale per ritrovare un amore di gioventù che invece è felicemente sposato e neo padre. La grande fantasia della scrittrice galoppa fino a immaginare di iniziare una vita meravigliosa con quel suo ex boyfriend, benché lui le mostri una cortese ma disinteressata attenzione. Infine, il velo si strappa e la protagonista apre gli occhi e decide di tornare a casa sua, più solida e forse matura.

Dicevo che la trama è appunto niente di che, ma il film è di grande spessore, grazie alla qualità dell’interpretazione della Theron, che sa usare un registro espressivo molto vario e profondo, e soprattutto grazie a quella che la critica cinematografica definisce “scrittura filmica” e che è il risultato di tutti gli elementi di un film a partire da una buona sceneggiatura, una buona regia, un’ottima fotografia, la capacità degli attori di calarsi nella parte e far sì che anche una storiella assuma profondità e ironizzi persino sullo stereotipo del film generazionale.

Che sia la scrittura il fondamento del film, è palese non solo dalla scelta del personaggio, ma dal “farsi” di una storia che la protagonista sta scrivendo sul suo portatile nel corso del suo viaggio a ritroso, attingendo da dialoghi rubati alla strada e alla sua illusione, ricamando realtà e finzione attraverso la sua immaginazione. Perché è immatura e squilibrata, non ha ancora avuto il riconoscimento del nome e si limita ad essere “ghost writer”, ma sa scrivere e alla fine, abbandonate le fantasie disturbanti, a quello la bella ex reginetta del liceo resta solidamente attaccata, come perno della sua esistenza.

Ci vediamo stasera alle 21 a Marina di Campo, all’Isola d’Elba, per parlare insieme del mio libro “Voglio fare la giornalista” (De Agostini), per la rassegna di incontri con l’autore organizzata dalla Libreria Macondo.

Ciao!