Bilbao

Bilbao è, come molte città italiane, mezza deserta per le ferie d’agosto. Che meraviglia, però, girare per le strade poco affollate, senza traffico! Oltretutto, in questi giorni la temperatura è ottima, tira un venticello fresco e il cielo è di un blu scuro, di smalto come nei paesi nordici.

Si viene a Bilbao, oggi, per un motivo che non è né l’antica città né qualche attrattiva commerciale. Si viene per il superbo Museo Guggenheim, inaugurato 15 anni fa, opera iperbolica del geniale Frank O. Gerhy. Direi anzi il suo capolavoro, perché se si guardano altre costruzioni dell’architetto si può rimanere assai perplessi. Non so voi, ma io non vorrei mai vivere in una casa acciaccata come una carta, e neppure in un palazzo attorcigliato come quello di Praga. Invece, dal Museo Guggenheim non ti staccheresti più. E’ come un mastodontico pesce arenato sull’ansa del fiume Nerviòn, con il corpo ricoperto da luccicanti scaglie grigie (lastre sottili di titanio). Oppure è una massa di onde gonfie che ingrossano il letto del fiume. O è una nave d’acciaio, con la prua attaccata sotto il ponte e il pennone che s’innalza dall’altra parte del’imboccatura. Più che un edificio, questa è una immensa scultura che ospita opere d’arte in quelle che, più che sale dalle forme razionali, sembrano cavità di un corpo animalesco oppure cabine di un gigantesco sottomarino. Non a caso, gli artisti che hanno lasciato le loro opere permanenti, hanno lavorato in sintonia con lo spirito di questa affascinante opera: la scultura di nebbia del giapponese Fujiko Nakaia fa sollevare vapore acqueo danzante sul laghetto intorno alla facciata; la scultura di fuoco di Yves Klein fa spuntare lingue di luce colorata dall’acqua; e accanto al pescione di titanio spunta il filiforme, leggerissimo ragno di bronzo “Maman” di Louise Bourgueois, mentre al suo ingresso sembra fare la guardia il gigantesco, ironico, cagnolino fiorito di Jeff Koons. Dentro, le impressionanti sculture di Richard Serra ripropongono il concetto di percorso dentro l’opera, con enormi coni di forma ellittica e serpentoni dove si rischia di perdere il senso dell’orientamento e della percezione dello spazio.

Fuori dell’edificio, si passeggia, si sta seduti al bar o sdraiati sulle panchine. I bambini saltano e fanno il bagno nei giochi d’acqua della fontana, poi corrono nel parco attrezzato lì vicino.

Ah già. C’è questa grande differenza tra l’Italia e la Spagna: che ogni villaggio, ogni località di montagna che ho visitato, ogni quartiere delle città, e anche il giardino davanti al museo offrono parchi gioco per i bambini, con altalene, scivoli, casette, eccetera. Sembra che il binomio principale, il più importante per la contemporaneità, sia cultura e cura dell’infanzia.

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