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Archivio mensile:settembre 2012

Monsieur Lazhar è un film intimistico, semplice e sobrio, che tocca un tema difficile, drammatico e che contiene importanti spunti di riflessione, senza mai calcare la mano, o diventare retorico o spingere il tasto della commozione, gigioneggiare con il pubblico.

Non è mica facile, fare film del genere. Perché sulla scuola ne sono stati fatti molti, di film, con il/la classica insegnante che arriva nel ghetto, nella scuola difficile, nella classe tremenda e riesce ad arrivare al suo obiettivo, trasformare dei pigri e rozzi adolescenti in un team fortissimo, di ballerino o cantanti o atleti. American dream.

Invece il professor Lazhar è un rifugiato, e mente per poter avere il posto di insegnante in una classe dov’è avvenuta una tragedia. Dato che non era un professore, ma un impiegato statale, i suoi metodi sono vecchiotti, eppure la sua personalità, la saldezza, la calma, la capacità di capire e l’affetto sincero per i ragazzi ne fanno un bravo insegnante, l’ideale per aiutarli a superare un trauma.

Niente happy end, perché Lazhar deve andarsene dalla scuola, una volta scoperto l’imbroglio. Scricchiolerebbe altrimenti l’espediente narrativo che ha permesso di rendere realistico l’ingresso di un quasi sconosciuto in una scuola e cioè l’impossibilità di trovare subito un sostituto e quindi la disponibilità della preside a chiudere un occhio, anzi tutti e due, di fronte al buon andamento della classe, e alla serietà dell’insegnante.

In mezzo a colossi fantascientifici, film di animazione, e autentiche mazzate, questo piccolo film rappresenta un confortante esempio di intelligenza e sensibilità.

Sono appena rientrata da due giorni a Taormina per il Taobuk, festival di letteratura che comprende anche uno spazio ben evidenziato per gli studenti, dalle scuole primarie a quelle superiori.

Le domande, che circolano già da tempo e rimbalzano da un’iniziativa all’altra sono: perché tanti festival letterari? Servono i festival?

Ho risposto tante volte che sì, c’è bisogno di festival letterari, e di iniziative sulla lettura, che queste iniziative sono sempre molto partecipate, segno di curiosità, interesse, necessità di confronto e di incontro. E’ un antico e moderno ritrovarsi intorno alle storie, magari richiamati da un narratore, come un tempo. Rispetto alle migliaia di sagre culinarie e di prodotti tipici, di mercatini e fiere, queste occasioni di incontro che restituiscono identità, memoria, stimolano il pensiero, educano il linguaggio, spesso ispirano gli spettatori, sono anzi momenti rari e preziosi.

Il Taobuk poi è animato da una libraia, Antonella Ferrara, aiutata da due collaboratrici per un impegno che sfinirebbe una squadra intera (penso al Liberfest, dove eravamo un bel gruppo compatto e diversificato!). In una cittadina celebre per l’arte antica, il cinema, il passato di VIP e che ora è assalita da torme di turisti in ciabatte e canottiera (com’è d’uso viaggiare per il mondo oggi, soprattutto i croceristi, un tempo i turisti più eleganti, oggi i più sciatti), un festival come questo rappresenta, per i cittadini, una vera boccata d’ossigeno.

 

 

In questi giorni sono a Verona in occasione del Festival internazionale del gioco e del giocattolo Tocatì.

E’ la decima edizione di questo divertentissimo festival che coinvolge bambini e adulti in sfide, gare, danze, giochi di strada, spettacoli, concerti, mostre, nelle piazze e nelle strade del bellissimo centro storico di Verona.

Personalmente, tengo un laboratorio con gli studenti del liceo scientifico sul giornalismo (a partire dal mio “Voglio fare la giornalista”): in questi due giorni gli studenti si sguinzagliano tra le strade e raccolgono interviste, commenti, informazioni, materiali che saranno poi pubblicati su una rivista on-line preparata per quest’occasione, Il giornale del Tocatì. Ovviamente gli studenti seguiranno alcune linee-guida fornite da me.

Mentre i miei giornalisti lavorano agli articoli, vado in giro per assistere ai numerosi spettacoli organizzati sia dalle associazioni italiane che da quelle di cinque delegazioni di paesi stranieri (Grecia, Scozia, Spagna, Svizzera, Croazia). Si va dal classico tiro alla fune in piazza, al ballo scozzese, dal gioco della pelota messicano alla corsa con le botti, dalle bande in concerto alle acrobazie sui muri dello streetbouldering.

E ora vi saluto, perché vado a seguire l’incontro con Loredana Lipperini alla Biblioteca Civica, alle 17,30, per la sezione “Narrazioni in gioco”.

Ecco il logo della campagna che si tiene in questi giorni in diverse città italiane:
Lo sapevate? i ciclisti saranno premiati con un piccolo omaggio dalla FIAB (associazione nazionale degli amici della bicicletta). Il premio vero dovrebbe essere dato da un’attenzione maggiore alla bici soprattutto nelle nostre belle città del sud dove il clima non è ostico come ad Amsterdam, eppure tutti vanno in auto. Più che di “premio” si dovrebbe però parlare di “progetto” urbanistico, e non di scelta simpatica e individuale, come è ancora vissuto nel nostro paese l’uso della bici.

E’ vero che la poesia è un settore negletto dell’editoria. Purtroppo, non ci sono molti lettori e oggi se non c’è un pubblico possibilmente vastissimo cade la scure sul prodotto magari di altissima qualità. Certo, con alcune eccezioni. Se uno scrittore e giornalista famoso legge in televisione una poesia di Szymbowrska, ecco che la poetessa Cenerentola diventa regina. Ma è, appunto, un caso.

I poeti sono abituati a lavorare in una sorta di cono d’ombra, partecipano a Festival e pubblicano in rete. Quando perciò si riesce a pubblicare un libro, è un piccolo evento. E questo è il caso del bel libretto Fiori sulla muraglia (Florence Art Edizioni) di Caterina Trombetti, poetessa affermata, allieva del geniale Mario Luzi, delicata autrice di poesie e poemetti che lo stesso Luzi ha definito di una “semplicità come vocazione ed essenza e semplicità come ideale stilistico da salvaguardare”. E bisogna considerare che il termine “semplice”, usato spesso a detrimento, significa “senza artificio”, quindi diretto, chiaro, puro.

Che sia chiaro il poetare di Caterina Trombetti lo si avverte in questo suo testo tradotto in spagnolo: Fiori della muraglia Flores en la muralla. Le parole e i versi risuonano quasi più intensi e vibranti nella lingua iberica, si avvicinano ai componimenti di Lorca, giocano con il testo originale come in un’eco profonda e duratura, un ispessimento della dolcezza che, nel rendere il suono più rotondo, scuro e aspro, ne evidenzia la “semplice” forza. Anche il verso sembra restituire il significato della fragilità umana e della sua fugacità, come questo bellissimo: “assaporarti / un momento / già vale la vita” che diventa “haberte probado/ un momento/ ya vale la vida”.

Vado a vedere l’incensatissimo film in 3D The Brave, tradotto con “Ribelle”, perché magari da noi “Coraggiosa” non era abbastanza forte e poi ricorda la parola “brava”, dunque poteva intitolarsi anche Bravissima, come la trasmissione dei piccoli talenti…

Ragazze che leggete il mio blog, che ne pensate?

Non vorrei suscitare la vostra sensibilità, ma io l’ho trovato un film a tratti noioso e alla fine abbastanza deludente. Si tratta di una fiaba al femminile, se non femminista, ma mi pare un po’ vecchio stile: la ragazza che si ribella al suo destino di principessa obbediente, non vuole sposare un buzzurro qualsiasi, è una bravissima arciera, ricorda la mitica Ippolita e, per carità, andrebbe anche bene, ma francamente che resti con la mamma, ricucendo il rapporto lacerato a causa della testardaggine di entrambe, e non ci sia uno sbocco amoroso, be’, fa rimanere un po’ male, che dite?

In più è un film dai colori cupissimi, tipo viaggio nell’interiorità, e mi domando anche perché disturbare gli effetti 3D, dal momento che non aggiunge nulla a una qualsiasi visione bidimensionale, non c’è nulla che offra l’impressione di “entrare nel film” come il bellissimo Hugo Cabret, per esempio.

Cast stellare di attori per le voci (Emma Thompson la regina) e persino di doppiatori italiani, con Anna Mazzamauro che presta la voce alla strega e Giobbe Covatta al re.