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Archivio mensile:ottobre 2012

Ci sono dei libri che, mentre si leggono, si pensa: “No, non ce la faccio ad andare avanti!” e non per noia, al contrario: per la troppa tensione, la durezza di una storia che si fa proprio fatica a sostenere, tanto è crudele.

Ma le storie non sono tutte carine, anzi. Da che mondo e mondo, le storie ci turbano, ci possono spaventare e irritare, come commuovere e divertire, di certo non ci lasciano indifferenti. E questa tremenda storia, questa fiaba nera, è del tipo che mette i brividi e a momenti fa venire il mal di stomaco, eppure ci spinge a leggerla fino in fondo, avanti, perché qualcosa cambia in meglio, ma soprattutto perché chi racconta la storia è un meraviglioso bambino.

Sto parlando di The room, tradotto con Stanza, letto, armadio, specchio (Mondadori) di Emma Donoghue. Non è un libro nuovissimo, è uscito due anni fa, ma mi è stato consigliato da una brava bibliotecaria (però devo ancora conoscere un bibliotecario che non sia bravo) e ho deciso di leggerlo in inglese, benché mi dicano che la traduzione sia molto buona. E bisogna che lo sia, per riuscire a restituire la voce innocente e poetica, ignara del mondo ma piena di fantasia e ottimismo, il punto di vista ma soprattutto la lingua non del tutto perfetta, in certi casi approssimativa, di un bambino di cinque anni che ha vissuto sempre chiuso dentro una stanza con sua madre, una ragazza rapita a diciannove anni da un pazzo, e segregata in un capanno da giardino trasformato in prigione, con tanto di porta blindata.

Una storia “quasi” vera: chi si ricorda Natasha, la ragazza austriaca rapita e prigioniera per otto anni? E non è il solo caso. Emma Donoghue lavora su un tema orribile, ma lo fa con energia, vitalità, affidando, come nelle antiche epopee, la salvezza di una donna a un eroe, ma a differenza delle saghe, l’eroe è piccolo e inerme, ed è il proprio figlio.

Parliamo ancora di cinema. Ecco l’ottima recensione di Miriam su Prince of Persia – Le sabbie del tempo:

Siamo entrati, non poco tempo fa, nell’era della cinematografia ispirata a videogiochi di serie famosi e apprezzati in tutto il mondo. La maggior parte di questi “esperimenti” cinematografici si sono conclusi con un flop al botteghino (indimenticabili i due film di Lara Croft Tomb Raider, stroncati dalla critica, e non a torto). Già dal 1993, con Super Mario Bros., ispirato alla mitica serie targata Nintendo, si è avuto un piccolo assaggio di quello che oggi si prospetta essere una categoria cinematografica in rapida espansione;  sono attualmente in produzione tre film ispirati a grandi videogiochi moderni, ovvero Assassin’s Creed, God of War e Halo. Recentemente, hanno trovato la propria trasposizione cinematografica due videogiochi di tutto rispetto. Il primo, Tekken, a mio parere davvero sopravvalutato, e il secondo, Prince of Persia.
Prince of Persia: Le sabbie del tempo è una delle prime trasposizioni moderne operate nella recentissima storia del cinema, e malgrado la storia sia stata creata indipendentemente dalla trama del videogioco, da cui però si riprendono vari capitoli della saga, è stato operato un lavoro a mio parere egregio. La parte fantasy della trama (la ricerca delle mitiche Sabbie del Tempo) è mitigata sapientemente da una ricostruzione storiografica ricca di dettagli e precisazioni; così la parte mitologica della storia si mischia con le realtà storiche degli anni in cui potrebbe, se non fosse per la componente fantastica, essere realmente accaduta, e la grande città di Alamut, storicamente esistita, diventa fulcro di un potere divino devastante che, se usato dalle persone sbagliate, porterà alla fine del mondo. L’inserimento della Setta degli Assassini, nel senso più antico del termine, mi ha soddisfatto particolarmente per la cura con cui è stata resa l’organizzazione della Setta e l’ampio uso di droghe (“assassino” ha una radice etimologica che viene da “hashish”, droga di cui, pare, gli adepti facevano largo uso, assieme ad oppio e vino) a scopo mistico e illusionistico.

Immancabile il bacio tra l’eroe e la principessa proprio nel momento peggiore che possano scegliere, quando le Sabbie del Tempo stanno per essere liberate causando la distruzione del mondo, ma, si sa, è una delle inderogabili leggi cinematografiche a cui lo spettatore, interessato o meno che sia, deve sottostare.

Cast stellare, dal protagonista Dastan interpretato da Jake Gyllenhaal (già Donnie Darko nell’omonimo film e il cowboy omossessuale Jack Twist ne I segreti di Brokeback Mountain) all’antagonista Nizam, zio di Dastan, ruolo egregiamente interpretato da Ben Kingsley (il contabile ebreo Stern in Schindler’s List, il vecchio Fagin nell’Oliver Twist di Roman Polanski e recentemente George Méliès nel pluripremiato Hugo Cabret). Colonna sonora coinvolgente che, grazie alle melodie tipiche delle regioni del Nord Africa e del Medio Oriente, contribuisce alla creazione di un’atmosfera arabeggiante e particolarmente romantica, senza nulla togliere all’azione del film.

In definitiva, un film affatto azzardato, ricco di sfumature, dettagli artistici ed effetti speciali, che rende importanti l’azione e i sentimenti come l’amore, anche fraterno, in eguale misura.

Ho visto che tornano di moda gli anni ’80. Chissà perché. Non c’è stata moda più brutta di quegli anni: giacche con spalle da rugby, capelli fonatissimi, pantaloni corti alla caviglia con calzini bianchi e scarpe college. In più, l’esplodere di una televisione commerciale di basso livello, l’arrembaggio di giovani detti “yuppie” spregiudicati e cinici, un periodo che non ho mai capito perché si dice “spensierato”. Io ero ragazza allora ma ho sempre avuto molti, troppi pensieri.

E poi la musica. In quegli anni attaccarono tutti con l’elettronica: basta suonare gli strumenti e dal vivo, poi! Alla fine degli anni ’80 nacquero anche le boy band, di ballerini che non suonavano, casomai cantavano, e i concerti diventarono spettacoli di danza pop. Ma qualche irriducibile se ne stava aggrappato al rock and roll e forse è riuscito a traghettare questa musica fino agli anni ’90 per permettere di risorgere a gruppi rock e punk rock. So che ancora, a ormai più di vent’anni dall’esordio, i ragazzi di oggi ascoltano i Greendays.

Insomma, l’operazione del film Rok of Ages di Shankman è quella di ricordare gli anni ’80 della resistenza rock and roll, in un locale un po’ lugubre com’erano quelli rockettari, con tutte le accuse che questa musica si è sempre trascinata dietro, dal traviare i giovani con messaggi pericolosi sulla libertà soprattutto sessuale fino al satanismo. La storia infatti ripercorre certi musical anni ’80 con l’amore tra due ragazzi aspiranti cantanti, lei venuta dalla provincia, lui chitarrista sotto le mentite spoglie di barista, e l’opportunità offerta dal locale frequentatissimo, dove arriva la massima star, il leader degli “Arsenal”, credo citazione degli Aerosmith, vista anche la somiglianza tra Tom Cruise, qui in una delle sue migliori interpretazioni, e Steven Tyler, il cantante. Ovviamente, il film è assai ironico, a partire da Cruise tutto tatuato, sempre a petto nudo, adorato da tutte le donne e completamente sballato. Il povero Alec Baldwin, star patinata di quegli anni, è qui un bolso proprietario di bar, che finalmente dichiara il suo amore gay per il suo socio (anche qui cantando e ballando, scena divertentissima). E Catherine Zeta-Jones appare nelle vesti della bigotta moglie del sindaco proibizionista, per nascondere un suo avventato passato da groupie. C’è pure Mary J. Blige nelle vesti di maitresse di un locale di lapdance.

Spettacolo tratto da Broadway, è un musical ironico e molto sfavillante, che credo sia passato come una meteora dalle sale prima dell’estate, così se proprio uno è curioso, se lo vede, come ho fatto io, in rete.

 

 

 

 

Siamo quasi alla fine del mese dedicato alla Biblioteca. Ma sarebbe meglio dire il contrario e cioè della Biblioteca che dedica un mese di attività di promozione alla lettura con moltissime proposte in luoghi grandi e piccoli. Qualche giorno fa sono stata all’inaugurazione della Biblioteca Mario Luzi, una nuova struttura aperta in una zona periferica di Firenze e dedicata al poeta fiorentino (che in questa periferia viveva). Domenica invece, come recita il poster che pubblico, sarò a Massa Marittima, nella Biblioteca Badii di recente ristrutturazione, per presentare Sasha Naspini, l’autore di Le nostre assenze che ho qui recensito.

Mi preme parlare ancora una volta del ruolo essenziale della biblioteca oggi. Che è un luogo piacevolissimo, dove incontrarsi, discutere, fare ricerche e navigare in rete, leggere il giornale o i libri chiesti in prestito. Tra poco anche scaricare e-book nei propri tablet (alcune biblioteche si sono già attivate per questo servizio). Anche pranzare, come ho fatto ieri con una mia allieva.

In un paese dove i libri si leggono poco, dove gli spazi culturali sono ristretti, dove le risorse alla formazione e alla cultura sono risicatissime e tendono a diminuire, la biblioteca rappresenta un forte spazio di libertà, testimonianza, capacità di accoglienza e di trasformazione, di proposta culturale varia e di aggregazione sociale. Sì, sono un po’ fissata con la biblioteca, ci ho scritto su anche un libretto e l’ho intitolato Biblioteca mon amour.

Una volta tanto, non è un film per giovani. Anzi, è addirittura un film per donne di una certa età, quelle in attesa di rottamazione o forse già rottamate, tanto per usare un lessico molto in voga ora.

Hope springs racconta infatti una storia tragicomica: una coppia di mezz’età, ma direi anche oltre, che non si riesce più a trovare, non ha intimità, né dialogo, e va avanti per inerzia in un matrimonio di abitudine. Finché la moglie non legge il libro di uno psicologo per coppie e decide di partecipare a sedute di consulenza con il marito, per sbloccare quel tedio. Siamo in un film americano, quindi signore consolatevi: tutto riuscirà bene!

Certo, un film così non aggiunge altro al già molto detto e ridetto sulle crisi matrimoniali. Se non ci fossero infatti la superba Meryl Streep e l’ottimo Tommy Lee Jones, be’, neppure io sarei andata a vedere un film del genere. Ma, come al solito, Meryl fa l’immensa differenza e in un testo teatrale, giocato a due, ci mostra di cosa è capace anche nei panni della mogliettina docile e timida, di colpo indomita, perché trova che non è ancora il momento di arrendersi (e di rottamarsi da sé).

Quante attrici, oggi, hanno la forza, il coraggio, la capacità, di mostrare il corpo un po’ appesantito dall’età, la faccia non più levigata, e risultare meravigliose e commuoventi? Lei. Ma lo sapete, io sono una sua grande fan, e le sono grata per saper essere, in una, tutte le donne del mondo.

 

Chi sono quando scrivo?

Questo è il soggetto che ho dato ad alcuni allievi dell’Istituto Dagomari di Prato dove sto tenendo un laboratorio di scrittura, con partecipanti dai 14 ai 19 anni.

Miriam, 17 anni, ha risposto così:

Quando scrivo sono tutto, e sono tutti. Quando scrivo sono una star, sono famosa e conosciuta, e allo stesso tempo sono sempre io, piccola e insicura, una ragazza lunatica con manie di grandezza.Quando scrivo sono libera – di esprimere i miei pensieri, libera dal giudizio di altri – e allo stesso tempo prigioniera – schiava dei miei sogni, delle mie sensazioni, delle parole che scrivo. Quando scrivo ho 17 anni e sono una ragazza, sono un uomo di mezza età, sono un’anziana signora, sono chiunque, sono qualcuno e sono nessuno. Quando scrivo sono le mie parole, e nient’altro. Quando scrivo sono Miriam, ma sono migliore di me. Quando scrivo non penso a chi sono, perché divento tutto, e divento niente. Quando scrivo sono la storia che racconto, sono il messaggio che voglio trasmettere. Quando scrivo non so chi sono, perché non sono più io e lo sono al tempo stesso. Quando scrivo sono viva, e vivo attraverso i personaggi che invento, persino i più ignobili e spregevoli. Quando scrivo sono io, e io sono carta e inchiostro, sono parole e sono idee, sono una mente e una mano che scrive.

Sono io, in tutte le mie forme.

 

Oggi è la giornata della maratona FAI per il paesaggio e l’arte. Ho partecipato al percorso dentro il Giardino di Boboli e di Villa Bardini di Firenze, due meravigliosi spazi verdi, costruiti secoli fa e per fortuna arrivati fino a noi, preziosissimi, da conservare con cura e passione.

Personalmente, alcuni luoghi di Boboli, giardino che ho sempre frequentato, non li conoscevo. Non si finisce mai di imparare persino da posti che si dà per scontato di conoscere. Ad esempio la fontana dei “mustaccini”, chiamata così perché le bocchette che spruzzano acqua sono decorate da due grossi baffi.

Inoltre, la grande varietà di limoni presenti nel parco, alcuni dei quali hanno forme impressionanti come il “Digitata” che sembra un po’ un polpo.

Molto carini i libretti pubblicati ad hoc dalla casa editrice “Sillabe”, quadernetti con diversi soggetti su Boboli: gli agrumi, le camelie, le grotte, la fontana dei mustaccini (appunto). Bisogna dire grazie al FAI che ci ricorda dove viviamo e quanto possiamo godere delle bellezze intorno a noi.

Sta per uscire in libreria il mio nuovo libro, Specchio specchio, edizioni De Agostini.

Quest’immagine non rende molto, in realtà la copertina è molto originale, è carta d’argento specchiante, così ognuno ci può vedere il proprio riflesso.

E’ una raccolta di 5 famosissime fiabe rivisitate, ma vi dirò che questo termine lo uso solo come formula per intendersi. In realtà sono racconti ispirati alle fiabe e che raccontano storie attuali, trattano temi contemporanei e presenti nella nostra società, attutiti e resi ironici dall’ambientazione fiabesca.

La blogger Federica Pizzi, di Libri e Marmellata mi ha dedicato una recensione bellissima. Chi volesse leggerla, clicchi QUI.

Sono tutta presa dalla lettura del nuovo libro di Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome (edizioni e/o), proseguimento de L’amica geniale (un titolo bellissimo).

Peccato che tra un romanzo e l’altro di questa epopea novecentesca (mi rifiuto di chiamarla trilogia come i fantasy) si debba aspettare diversi mesi. D’altronde, al contrario dei polpettoni infarciti di già letto già visto, questa storia è viva e se non fosse un termine un po’ fané direi anche palpitante, e la leggiamo appena uscita dal laboratorio di una vera alchimista di parole, che sa calarci perfettamente in un ambiente, quello del rione napoletano poverissimo e in via di sviluppo dove crescono le due amiche Lila e Lena. Anche i nomi quasi si confondono (a volte Lila è chiamata Lina, da Raffaella, il suo nome completo), segnale di quella simbiosi che le due bambine sperimentano felicemente da piccole, ma che già al termine del primo romanzo si è già consumata, con il matrimonio della sedicenne Lila con il ricco salumiere del rione.

In questa seconda parte della storia, si evidenzia il solco che divide le due ragazze, Lila sposata infelicemente, ma indomita e crudele, prigioniera e tiranna tra casa e bottega; Lena liceale vogliosa di riscattarsi attraverso  lo studio, innamorata di uno studente universitario, anch’egli proveniente dal rione. Intorno, una periferia che sta cambiando rapidamente, e soprattutto la presa di coscienza di queste donne e del loro ruolo in mutazione rispetto alle madri, alle donne che “erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, cui finivano sempre di più per assomigliare, o per le fatiche o per l’arrivo della vecchiaia, della malattia.”

La grande maestra di Ferrante sta nel lavorare sui caratteri, sulle emozioni, sulle ambiguità e per esempio riuscire a farci sondare le sfaccettature della personalità di Lila, la geniale delle due amiche, costretta per miseria a incasellarsi in un ruolo che pure riesce a travalicare. Lei, crudele e sarcastica, cinica, rabbiosa, sempre in guerra con sé e con gli altri, ci commuove e ci fa pensare al lunghissimo cammino delle donne, geniali quanto lei e come lei impedite nel movimento, nella libertà. La differenza, in questa magnifica storia, è che la sua complementare Elena, forzata proprio da Lila nella sfida di migliorarsi e primeggiare, diventerà scrittrice.

Sto seguendo un appuntamento settimanale di storia del cinema raccontata attraverso un documentario americano (The story of film. An odyssey). Ieri sera il tema erano gli anni ’70 del Novecento, cioè il cinema della ribellione e dell’ingresso di altre culture, oltre che di soggetti e temi legati alla realtà sociale.

Un cinema insomma che io ho visto da ragazzina. E’ stata una fortuna poter vivere in anni molto creativi, gli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo. Il cinema come la musica, la moda, il teatro, la danza, l’arte in generale, in quegli anni ’70 ha realizzato grandi opere e ha avuto maestri che ancora si compiangono, come Pasolini e Fellini in Italia.

Certo, per carità, c’erano anche tante mazzate. Per esempio certi film criptici e allucinanti come La montagna incantata, film demoniaci, pieni di diavoli e esorcismi, film porno, quelli ce n’erano per tutti i gusti e spesso falsamente ispirati ai classici tipo Decameron, i film commedia trash, dove le donne erano sempre pupattole scemarelle.

Perché alla fin fine, i famosi film di culto di Fellini li vedevano in pochi, e quelli di Pasolini si censuravano o si mettevano direttamente al rogo. Certo, rispetto a oggi, c’era una produzione, un’industria culturale. Ma il pubblico era molto ristretto. Oggi il pubblico è aumentato, diversificato, direi anche molto interessato anche a temi complessi (basti vedere l’affollamento ai Festival di Filosofia o di Matematica). E’ l’industria culturale nel suo complesso che si ritira, tornando precipitosamente indietro, forse addirittura agli anni della guerra.