stanza

Ci sono dei libri che, mentre si leggono, si pensa: “No, non ce la faccio ad andare avanti!” e non per noia, al contrario: per la troppa tensione, la durezza di una storia che si fa proprio fatica a sostenere, tanto è crudele.

Ma le storie non sono tutte carine, anzi. Da che mondo e mondo, le storie ci turbano, ci possono spaventare e irritare, come commuovere e divertire, di certo non ci lasciano indifferenti. E questa tremenda storia, questa fiaba nera, è del tipo che mette i brividi e a momenti fa venire il mal di stomaco, eppure ci spinge a leggerla fino in fondo, avanti, perché qualcosa cambia in meglio, ma soprattutto perché chi racconta la storia è un meraviglioso bambino.

Sto parlando di The room, tradotto con Stanza, letto, armadio, specchio (Mondadori) di Emma Donoghue. Non è un libro nuovissimo, è uscito due anni fa, ma mi è stato consigliato da una brava bibliotecaria (però devo ancora conoscere un bibliotecario che non sia bravo) e ho deciso di leggerlo in inglese, benché mi dicano che la traduzione sia molto buona. E bisogna che lo sia, per riuscire a restituire la voce innocente e poetica, ignara del mondo ma piena di fantasia e ottimismo, il punto di vista ma soprattutto la lingua non del tutto perfetta, in certi casi approssimativa, di un bambino di cinque anni che ha vissuto sempre chiuso dentro una stanza con sua madre, una ragazza rapita a diciannove anni da un pazzo, e segregata in un capanno da giardino trasformato in prigione, con tanto di porta blindata.

Una storia “quasi” vera: chi si ricorda Natasha, la ragazza austriaca rapita e prigioniera per otto anni? E non è il solo caso. Emma Donoghue lavora su un tema orribile, ma lo fa con energia, vitalità, affidando, come nelle antiche epopee, la salvezza di una donna a un eroe, ma a differenza delle saghe, l’eroe è piccolo e inerme, ed è il proprio figlio.

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