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Archivio mensile:dicembre 2012

vita di piVita di Pi di Ang Lee è proprio il film di Natale. Almeno del Natale contemporaneo, meno presepesco e più multietnico, soprattutto multireligioso, considerando che questo film dalle immagini impeccabili, luminose, incantevoli, cerca di affrontare – per come può farlo un film, cioè spettacolarmente – il rapporto con il divino, il cui nome può essere Khrishna, Cristo, o Allah.

Abbastanza fedele al romanzo di Martel dal quale è tratto (e che sto leggendo), il film racconta la fiaba di un ragazzo indiano sopravvissuto in mare, in chiave simbolica e trascendentale. Ovviamente nel libro, c’è uno spazio assai maggiore alle considerazioni del protagonista sulla natura degli animali e del rapporto con gli esseri umani (grazie all’esperienza del ragazzino che cresce in uno zoo). Quindi, alla fine, consiglierei di leggere il libro e vedere il film, che di solito delude o tradisce, perché questo è uno dei rari casi in cui il cinema riesce a essere complementare e arricchire la storia grazie alla capacità di mostrare immagini meravigliose.

 

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12-12-12 The Concert for Sandy ReliefPuò darsi sia un numero magico, e chissà quanti lo hanno giocato al Lotto. Di sicuro è il titolo di un album stupendo, il Concerto tenuto al Madison Square Garden di New York il 12 dicembre scorso, appunto, con tutti i più importanti musicisti pop e rock americani, dunque del mondo.

Che devo dirvi? E’ tutta gente di una certa età, ma sempre verdissima, energica, con voci e suoni strabilianti, con i pezzi memorabili che hanno accompagnato e formato generazioni intere: The Who, The Rolling Stones, Bruce Springsteen, Roger Waters ovvero i Pink Floyd (che io considero quasi come Beethoven), Paul Mc Cartney (e cioè i Beatles), Billy Joel, Bon Jovi… Insomma, possiamo dire oggi musica classica, ma fa un certo effetto vederla suonare e cantare da chi l’ha composta e per anni interpretata, e provare un’emozione fortissima, perché, signori e anche ragazzini, questo sì che è sound, e ciò che si crea nell’aria accendendo il vostro lettore, è un’autentica cascata formidabile, altissima, impressionante, vibrante, di autentica vitale musica rock.

Se non si trattasse della nostra Costituzione, stenderei anche un velo pietoso sullo spettacolo televisivo di ieri sera, il one-man show di Roberto Benigni, visibilmente euforico per aver ottenuto tale platea alle sue condizioni, cioè senza interruzioni pubblicitarie, senza pause, senza manco prendere fiato noi spettatori, annichiliti dalla verbosità un po’ ripetitiva, enfatica e retorica, purtroppo pure didascalica che mescolava battute di satira politica con osservazioni (anche discutibili) sugli articoli della Carta.

Ma io mi domando se persone di questo livello e anche di comprovata intelligenza e sensibilità sappiano a volte quel che intendono fare e fanno. Come si fa, oggi,a far sorbire due ore e mezzo secche di lezione assertiva, senza neppure due note di musica, tanto per alleggerire, solo faccia e voce e accento toscano e soliti lazzi antiberlusconici, ormai francamente patetici, tanto parlar male del povero ex premier è come sparare sulla Croce Rossa. La risposta, ahimé, credo sia nella solita vanità maschille, nel narcisismo che culla certi uomini di spettacolo o di potere nella beata illusione di essere sempre graditi, qualsiasi cosa facciano o dicano. Ma non c’è nessuna, una moglie una sorella, una figlia, una cugina, che dica loro di abbassare un po’ la cresta, i toni, le pretese?

angelsChe ci sia bisogno di un po’ di speranza lo dimostra anche un vecchio duro e impegnato del cinema, Ken Loach, che in questo ultimo “The Angels’ share”, La parte degli Angeli, vira verso la commedia e, pur calandosi nella consueta ambientazione popolare, tra i meno fortunati, tra i piccoli delinquenti e gli alcolizzati, ci offre appunto uno sguardo benevolo, affidando al protagonista giovane e teppista, una possibilità di riscatto, grazie a qualcuno che gli dà una mano, oltre che al cambiamento di prospettiva di essere non più un giovane senza freni e senza progetti, ma un neo-papà accanto a una ragazza che gli vuole bene.

Sarà per questo che il film esce ora, sotto Natale, come un piccolo inno alla bontà. Ma attenzione, Loach è sempre Loach e sa farci riflettere sulle disuguaglianze sociali in una società democratica e “civile”, dove a livello basso il furto e il ricatto sono puniti severamente, mentre ai piani alti quelle stesse azioni sono semplicemente “business”.

Il film è in versione originale con sottotitoli, ma mi sa che anche gli Inglesi vanno a vederselo sottotitolato in inglese, perché è ben dura capire mezza parola da questi giovani di Glasgow, se non il ritornello di “fu..”, insomma, ci siamo capiti.

Ricordo da ragazza di aver letto una frase fulminante di Umberto Eco, che per me era una specie di faro, sul fatto che si trovano sempre connessioni tra elementi diversi, a (ovviamente) cercarli.

imaginary friendCosì, sembra un caso, ma mentre leggo il saggio di Massimo Recalcati (del quale ho già parlato a proposito di “Ritratti del desiderio)”) dedicato alla figura paterna nella società contemporanea, e cioè “Cosa resta del padre?” (Raffaello Cortina, 2011), riflessione sull’importanza del ruolo paterno di autorevolezza e misura, adozione e sostegno, regola etica, trasmissione del desiderio, parallelamente mi trovo tra le mani il romanzo “Memoirs of an Imaginary Friend” (St. Martin Press, 2012) di Matthew Dick, un libro per “giovani adulti” che racconta la storia di una ragazzino attraverso il punto di vista di un “amico immaginario” (che non esisterebbe, ma tanto siamo nella finzione letteraria, quindi…), dove appunto la figura del padre è critica, debole, assoggettata a una madre che decide tutto in casa, che vorrebbe sapere cos’è meglio per il figlio “diverso” (perché Max è un ragazzo che ha la sindrome di Asperger). per esempio spedirlo in una scuola speciale, mentre il padre si oppone. Poi succede qualcosa (altrimenti che romanzo è?), e ci rendiamo conto che il papà di Max ha ragione e forse è riuscito, come dice Recalcati, a “trasmettere il proprio desiderio” al figlio.

Mi pare che non sia stato ancora tradotto in Italia. Speriamo qualcuno ci pensi.

moonrise kingdomHo appena parlato d’illustrazione magistrale. All’interno dello stesso campo artistico si colloca il film di Wes Anderson, Moonrise Kingdom, un film dall’ambientazione fantasticamente storica (siamo nel 1965), luminoso, dai colori forti e netti come in un film di quegli anni ’60 (del quale fra l’altro provengono le scene con lo schermo tagliato a metà, le panoramiche degli interni, la fissità della camera sui personaggi), e dallo studio dell’inquadratura pittorico, pieno di piccoli dettagli composti proprio come farebbe un illustratore.

Del resto, il film si ispira alla letteratura per ragazzi: Peter Pan e l’isola che non c’è (End’s Land), Davy Crockett, i personaggi strambi, solitari, o orfani, la canzoncina che insegna gli strumenti musicali all’inizio del film, la rappresentazione dell’Arca di Noè come in un volume pop-up, le immagini del faro a strisce bianche e rosse, la casetta a torre, la barca a vela candida, i fulmini che spezzano una torre e lasciano i personaggi appesi come burattini, che sembrano altrettante tavole pittoriche.

imgresEppure, più che un film per bambini, questo è un film di bambini e con bambini per ricordare agli adulti come sono i ragazzini o come eravamo da ragazzini, con il desiderio di avventura, di fuga, di libertà e il bisogno di muoversi autonomamente in un universo sicuro, dove gli adulti sono genitori, capi scout o poliziotti, tesi a proteggere e comprendere, più che a reprimere e soffocare. Sarà per questo che ci sono attori di gran calibro, pronti anche a prendere in giro i propri classici ruoili cinematografici, come Bruce Willis che fa il bravo poliziotto e Edward Norton come capo scout che si fa sfuggire un intero reparto da sotto il naso.

Gli adulti insomma non sanno mai bene cosa fare, mentre i ragazzini sono molto sicuri e determinati: brigano, si organizzano, e si aiutano, seri, affaccendati, concreti. Come dire che l’adolescenza non è affatto l’età “senza senno”, ma l’apice di una saggezza che poi sembra evaporarsi e lasciare sulla faccia degli adulti una certa tristezza per aver perduto sogni, amori, autonomia, fierezza di sé.

 


cappuccetto
Chi ancora pensa che i libri illustrati siano roba per bambini, si procuri per favore l’ultimo bellissimo libro di Roberto Innocenti, maestro acclamato in tutto il mondo per la sua arte pittorica, il suo calligrafismo realistico, il suo personale modo di proporre le fiabe, offrendo scenari superbi e ambientazioni in epoche per niente fiabesche, in contesti realistici.

Si tratta di un Cappuccetto Rosso (La Margherita edizioni, 2012) contemporaneo e metropolitano, dove la bambina dal cappottino rosso parte dal suo appartamento in un condominio di periferia e si perde nel cuore della città, rischiando di essere aggredita da un gruppo di balordi. Per fortuna interviene un “cacciatore” che la accompagna fin quasi alla roulotte trasformata in baracca dove vive la nonna… La storia, come la fiaba originale dei Grimm finirebbe molto male, ma (come fece Perrault) si offre un happy end dove Cappuccetto riabbraccia la mamma e il “lupo” finisce in manette.

Insomma, se ancora credete che pure le fiabe sono soltanto roba per bambini, comprate e leggete questo libro di grande formato per ammirare meglio le immagini e capirete che non solo le illustrazioni e le fiabe, ma anche i libri, i bei libri, non sono soltanto giochi per bambini.