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Archivio mensile:gennaio 2013

effieVolete una bella storia romantica? Ottocentesca, vittoriana, di quelle che diventano sontuosi film? Allora vi consiglio “Effie” di Suzanne Fagence Cooper (Duckworth Overlook, 2010, in italiano pubblicato da Neri Pozza con la splendida copertina che vedete), studiosa e curatrice d’arte, che ha ricostruito in questo romanzo la vita prima infelice e poi felicissima di Effie Gray, assolutamente non parente di Christian Gray, per quanto, anche qui, possiamo rintracciare alcune sfumature di grigio piombo soprattutto nel primo marito dell’affascinante signora scozzese, e cioè John Ruskin, famoso critico e studioso d’arte ottocentesco, che scoprì e lanciò il gruppo artistico dei Pre-Raffaelliti. Scoperta che minò il suo matrimonio, perché il secondo marito di Effie fu appunto il giovane, bello, talentuoso Everett Millais, esponente di spicco di quella corrente, più giovane della signora e soprattutto in grado di renderla felice e madre di famiglia.

Perché appunto il geniale e incensato Ruskin non ebbe mai alcuna relazione con la moglie, sposata giovanissima, ma subito presa a noia. Eppure la povera Effie ce la mise tutta per farlo contento, viaggiava con lui, intesseva rapporti in società dove poi lui era accolto, era come si voleva all’epoca assai devota, ma fu anche assai accorta ad ottenere il divorzio in epoca che non perdonava le donne che chiedevano la separazione, neanche per la giusta causa di un matrimonio in bianco. D’altronde Ruskin era attratto dalle fanciulle, era succube di genitori soffocanti, e poco propenso a farsi una famiglia, che lo avrebbe intralciato nella sua opera di ricercatore e studioso.

Invece, il pittore non si fece tutti questi scrupoli. Dipinse e amò, ma forse aveva in più un grano di genialità e parecchie colorate sfumature di passione.

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mazzettiIn occasione della Giornata della memoria, anticipando di un paio di giorni, venerdì scorso si è tenuto a Massa Marittima un incontro con una donna speciale, splendida: Lorenza Mazzetti (nella foto al centro, tra la sottoscritta e il vicesindaco e Assessore all’Istruzione Luana Tommi, di fronte la direttrice della Biblioteca, Roberta Pieraccioli), regista e scrittrice, che ha testimoniato in un suo libro, Il cielo cade, la sua storia durante la seconda guerra e i rastrellamenti nazisti.

cielo-cadeRimasta orfana di entrambi i genitori, Lorenza fu affidata con la sorellina alla zia paterna, sposata con Robert Einstein. Famiglia ricchissima, sofisticata, intellettuale, insieme ad amici tedeschi artisti si era rifugiata nella villa di Rignano sull’Arno, ma quando passarono le truppe tedesche, che si insediarono in villa, l’ebreo tedesco Einstein non poté sfuggire all’occhio delle SS. Riparato con i partigiani sulle montagne, Robert si salvò, ma sua moglie e le figlie furono trucidate sotto gli occhi delle cuginette, Lorenza e la sorella.

Si rinnova lo strazio di una storia orrenda, testimoniata questa volta da una ragazzina che ha vissuto la distruzione totale della sua famiglia, per la guerra e per l’antisemitismo. E direi che sono toccanti le pagine dedicate a questo zio così gentile e generoso, che aveva accolto le bambine in casa come figlie, senza esitare. Il film che ne era stato tratto, nel 1996, tratteggiava ugualmente l’umanità, la gentilezza, l’accoglienza di questi tedeschi ebrei o dissidenti, quelli che avevano creato una delle nazioni più colte e raffinate del mondo, inghiottita nel buio del nazismo.

Il libro, pubblicato nel 1961 da Garzanti, era però stato rifiutato da molti editori, che lo trovavano poco interessante, e poi scritto dal punto di vista di una bambina, dunque forse poco serio. Fu Zavattini a presentarlo a Garzanti e a farne un piccolo caso editoriale. Nel 1993, Sellerio ha ripreso il testo e lo ha pubblicato nella collana “La memoria”, com’è doveroso, arrivando alla quattordicesima ristampa, meritatissima, per un libro molto bello, che si presta alla lettura di tutti. Un tempo si diceva grandi e piccini, io direi ragazzi di ogni età.

DjangoUnchainedIn un cinema strapieno di ragazzi, per lo più studenti universitari (era il mercoledì della riduzione del biglietto), ho visto ieri sera il nuovo film di Quentin Tarantino, Django Unchained. Oltre al fatto che più i giovani che i vecchi sono appassionati di Tarantino, c’era anche l’ostacolo per gli agée della versione originale, che invece i ragazzi sembrano apprezzare. Tra l’altro, un film de genere che non è proprio di sottile psicologismo, né di gran dialogo, e neppure di smaccato slang contemporaneo, si può anche seguirlo in inglese.

Il film è un megaspettacolo di cinema così come lo cucina da sempre Tarantino: con citazioni soprattutto di film anni ’70 molto popolari, e in questo caso, trattando il genere Western, di spaghetti-western, a partire dall’originale “Django” di Sergio Corbucci (1966), con cameo di Franco Nero in persona (che parla italiano nell’originale) e Don Johnson, cioè attori che interpretarono quel cinema. Ma se sto qui a elencare tutto il citato e il rimandante di Tarantino non mi basta il post, ed è meglio che si leggano le spiegazioni di critici come Gli spietati.

In due ore e passa di film, non ci si annoia di certo, anzi, si resta affascinati dalla capacità del regista di gestire il linguaggio cinematografico nel suo complesso e di raccontarci una storia che certo svolge il suo tema preferito, la vendetta, ma in questo caso, trattandosi della schiavitù dei neri in America, diventa rivendicazione e memoria per chi, anche in USA, l’ha accorciata o cancellata e finge di prendersela con un presidente di colore non per il colore, per carità, ma per il suo modo retorico di parlare!

Si ride, anche, in scene che a me hanno ricordato un vecchio film di Mel Brooks, Mezzogiorno e mezzo di fuoco, dove lo sceriffo era appunto di colore in pieno Texas razzista. Si ride ma si prova raccapriccio nel tipico orrore tarantiniano, con un uomo sbranato dai cani, un altro mazziato… Insomma, quell’orrore che ai giovani piace, con moltissimo sangue e schizzi che arrivano dappertutto, imbrattando le belle case perfettamente tenute dagli schiavi e i campi di cotone candidi per il sudore e il sangue degli schiavi.

Non so se è il più o meno bello dei film di Tarantino: rimando la discussione ai filotarantiniani. Non ho potuto fare a meno di pensare, per tutto il film, a cosa sarebbe stato in grado di fare un attore formidabile come Will Smith al posto dell’immobile Jamie Foxx, magari questo film sarebbe diventato un capolavoro.

castriIl teatro italiano ha perso un autorevole esponente con la scomparsa di Massimo Castri, regista intelligente, profondo, innovativo che ha lavorato tra gli anni felici per il teatro (gli anni 70 dello scorso secolo) fino ai meno fortunati giorni nostri, che hanno quasi cancellato la produzione teatrale italiana, almeno quella di prosa, mantenendo in vita un teatro un po’ paludato per gli anziani che vanno il pomeriggio nelle poltrone a sonnecchiare durante l’ennesima messa in scena di Pirandello in versione Lavia.

Anche Castri amava Pirandello e ne aveva ricavato bellissime regie, almeno quelle che io ricordo: “Vestire gli ignudi”, “La vita che ti diedi”, “Così è se vi pare”, quest’ultima con la bellissima e brava Patrizia Zappa Mulas, attrice e scrittrice che soltanto chi frequenta il teatro conosce, e dunque una minoranza pari o forse anche inferiore ai lettori. In quelle regie, Castri inseriva le canzonette, i filmati, i simboli, le ripetizioni, le divisioni di spazio, che ho rivisto poi in altri spettacoli, scopiazzati e decontestualizzati rispetto alla riflessione sull’incomunicabilità pirandelliana all’interno della società borghese mercantile, ipocrita, crudele, misogina.

Già che c’ero, appunto in quegli anni Settanta di fervore teatrale, lessi pure il suo saggio “Per un teatro politico” (1973, ma io l’ho letto nel 1978, da ventenne molto teatralizzata). Non so se oggi si trovi più e neppure se si legga più. Il teatro da noi è trattato come una creatura effimera e a parlare di certi protagonisti, di attori, attrici, registi, spettacoli e testi importanti sembra di raccontare un’epoca antica, più antica ancora dell’Unità d’Italia!

 

amicaIeri dal parrucchiere mi sono messa a sfogliare una delle varie riviste di moda (quelle di gossip non riesco a leggerle perché non conosco i protagonisti dei pettegolezzi, tutta gente della TV e soprattutto dei talent o reality show). Mi cade l’occhio su una presunta inchiesta sul comportamento maschile confrontato con quello femminile, così leggo e mi cascano le braccia.

La giornalista scrive che gli uomini sanno rapportarsi subito tra loro e anche se non si conoscono sanno trovare argomenti comuni come lo sport o la tecnologia. Invece noi donne… Eccoci a squadrarci e fingere complimenti su abiti o acconciatura che dentro di noi aborriamo. Be’, meno male che la rivista si chiama “Amica” (numero di dicembre scorso).

Ma poi, di quali donne si parla? Di quali uomini? Forse ho fatto un salto nel tempo e sono tornata in pieni anni Sessanta dello scorso secolo? O la giornalista sta parlando della nota serie “Mad men”, ambientata nei Sixties americani? Davvero ancora persiste lo stereotipo che le donne siano tutte sempre e soltanto rivali, non sanno parlarsi, entrare in relazione?

Per la mia piccola e banalissima esperienza, invece, mi pare oggi un dato rilevante che gli uomini, incontrandosi, parlino di bambini, poppate, pediatri, maestre, scuole. Insomma, seguono i loro piccoli come chiocce. Quanto alle donne, sono assai preoccupate per il lavoro precario, la maternità rimandata o molto desiderata e complicata, la fatica di tirar su i bambini senza aiuti sociali e neppure familiari, per avere la testa occupata dal rivaleggiare in abiti e gioielli. Ma certo, dipende dal ceto sociale che si frequenta: forse la giornalista di Amica vive ai piani alti, tra stiliste ed ereditiere.

 

nel-vento-emilianoGucci non la maison di moda, ma Emiliano, è uno scrittore giovane (37 anni), fiorentino, molto interessante. Ho appena finito di leggere il suo “Nel vento” appena pubblicato da Feltrinelli. Il libro si apre con l’omicidio orrendo del fratello dell’io-narrante, ucciso dal padre, e la conseguente fuga del protagonista adolescente fino al campo di atletica, dove si accascia ai piedi dell’allenatore dichiarando di voler correre. Echi da Stephen King in questo prologo. Tutta la storia è poi narrata in flashback nel corso della gara di cento metri dove il protagonista analizza i suoi avversari, ricorda a sprazzi l’omicidio, rievoca la sua fidanzata Caterina che lo ha lasciato, e parla dello sport, degli allenamenti, del doping, di un ambiente sospetto, corrotto, che dietro i riflettori fulgidi nasconde interessi sporchi, droghe, gare truccate.

Più che un romanzo, è un racconto lungo, che sembra mettere in scena il paradosso di Zenone sulla freccia (che non arriva mai se scomponiamo la sua velocità all’infinito), dilatando ogni istante in lunghi pensieri, emozioni e ricordi, come soltanto la letteratura e il cinema possono fare. Gucci sceglie una scrittura emotiva, carica di tensione e sofferenza, così credo che il libro possa colpire i lettori giovani, per il personaggio e le sue considerazioni, la sua rabbia e il mistero che si svela soltanto alla fine. Francamente, non capisco la copertina con un uccellino su un trespolo e poco capisco anche il titolo, da raccolta di poesie di Pascoli.

immaginarioQualche tempo fa ho recensito “Imaginary friend” auspicando che qualche editore lo pubblicasse in italiano. Ebbene, Giunti lo ha tradotto e pubblicato a settembre 2012 (mi scuso per la mia scarsa informazione) e me ne felicito per due motivi: il primo perché è un bel libro per tutti, non solo per ragazzi, il secondo perché Giunti è l’editore con cui pubblicherò tra pochi mesi una serie dedicata alle ragazzine. Dunque, penso di aver scelto bene.

Già che ci sono, voglio parlare di questa collana “Extra” per gli adolescenti, nella quale è inserito “L’amico immaginario” e dove troviamo anche il romanzo di successo “Oh Boy!” (2008) di Marie-Aude Murail, una storia commuovente e umoristica, premiatissima anche in Italia.

Non è facile oggi proporre e stimolare alla lettura i ragazzi che hanno oltrepassato i quattordici anni.sparare balle Sembra che la lettura non faccia più parte delle loro preferenze, convogliate soprattutto nei social network e nelle chat veicolate dagli smartphone. Non ha molto appeal neppure la lettura su tablet, riservata ai lettori fortissimi. Dunque, una collana per adolescenti oggi fatica a emergere sugli scaffali delle librerie. Peccato, perché incontriamo gran belle storie, con personaggi che sanno trasportarci altrove, che sanno farci vivere esperienze speciali (come Oh Boy!) o che raccontano storie di sentimenti e relazioni tra ragazzi, come “L’arte di sparare balle” di Jordan Sonnenblink (2011), con un ragazzino di origine cinese, San, che si inventa “maestro zen” per conquistare l’affascinante Woody (soprannome di Emily, in onore di un cantante folk americano che lei ama suonare).

Insomma, non è solo un peccato: è un oltraggio che ai nostri ragazzi sia sconosciuta e dunque negata la strada che può farli smettere di rimbalzare come palline di un flipper da un emoticon all’altro, da un negozio o da un bar all’altro, per accedere e impadronirsi delle parole che esprimano l’interiorità, la complessità delle emozioni, un modo per uscire dal solipsismo e da un infelice consumismo.