tornatore

miglioreofferta_locE’ tornato Tornatore! E, per quanto mi riguarda, mi sembra un bel rientro. Sono anzi stupita delle critiche malevole a “La migliore offerta”, un film ambizioso e complesso, con attori di grande caratura, un soggetto interessante e una messinscena ricca, in stile Visconti.

Sarà che io ho letto il film in chiave interiore e psicologica, dove un uomo vecchio (Oldman), ricchissimo, esperto, stimato, proprietario di una casa d’aste prestigiosa e collezionista di un patrimonio di ritratti femminili, vive avvolto in una corazza che lo separa dagli altri, non si “sporca le mani” con il mondo (indossa sempre guanti), non mescola neppure il suo fiato con quello altrui (mette un fazzolettino sul telefono…). Quanto alle donne, quelle reali neppure le guarda, riservando invece un occhio affascinato ai ritratti di donne della storia dell’arte: antichi e distanti, volti e corpi raggelati e racchiusi dentro cornici, perfette nella rappresentazione dell’idealità femminile.

Ma poi quest’uomo è chiamato da una voce femminile affannosa, trascinato dentro una villa antica e abbandonata, nelle cui stanze si trova un tesoro accatastato e misconosciuto. In questa villa vive autoreclusa una giovane donna bella e malata, che tiranneggia e affascina il vecchio Virgil, chiedendogli di inventariare e valutare quel patrimonio familiare, per venderlo, ma la vendita poi non avverrà. Il film infatti vira su una trama da mistery, con una truffa ordita da tre giovani molto astuti e bravissimi a recitare, simulare, allo stesso modo in cui i falsari simulano opere d’arte o l’automa che Virgil trova nella vecchia villa simula la persona, muovendosi meccanicamente a certi stimoli, e rispondendo a domande grazie a un trucco.

miglioreofferta_2Ma se si considera la trama del mistery una cornice del film, un suo livello più lineare e esterno rispetto alla rappresentazione dell’interiorità, si legge la donna della villa come una rappresentazione dell’anima, che chiama alla relazione, e spinge Virgil a osare, e perdere tutto: il patrimonio, il lavoro, la collezione di ritratti, per l’amore. Non è quel che succede con l’innamoramento, con l’uscita dal sé turrito e gelido, per guarire e entrare in rapporto con gli altri, per mettersi in gioco, sentire il corpo e uscire dal guscio dell’automa senza cuore? Alla fine, Virgil si affida al tempo e seduto a un ristorante dice che “aspetta qualcuno”, e in questo finale aperto si mescola malinconia e speranza, mentre il nostro sguardo di spettatore esce a ritroso da questa strana osteria con ingranaggi di orologio, dove Virgil, come il Virgilio dantesco è seduto nel recesso più lontano del tempo, che “aggiusta tutto”.

Peccato che la critica sia sempre pronta con un ditino puntato a giudicare con grande severità un regista che ci offre uno sguardo profondo e tocca temi molto attuali, perché nella società virtuale, dove si chatta e ci si incontra in rete, dove si preferisce usare Internet, si rischia di perdere il contatto vis-a-vis, lo sguardo (molta attenzione Tornatore la riserva all’occhio), il contatto vero, fatto di pelle e calore, gesti, vibrazioni che passano da un corpo all’altro. Corpo, appunto, non “persona” (che in latino significa maschera), come l’automa che infine regna nella stanza dei ritratti svuotata.

 

 

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