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Archivio mensile:febbraio 2013

sopralacquaAlcuni di voi (non pochi, devo precisare) mi scrivono sia al mio indirizzo privato, sia qui, che vanno in libreria e non riescono a trovare neanche uno dei miei libri, eppure sono tutti nei cataloghi dei vari editori e se aprite uno dei siti delle librerie on-line (per esempio cliccate qui: Amazon) li potete trovare. Non mi resta altro da dirvi perché non ho una personale libreria, nè lavoro in una delle case editrici per le quali pubblico (e sono pure grosse aziende), né posso chiamare appunto nelle suddette per lamentarmi, perché vi posso garantire che inventano scuse assai plausibili oppure attaccano a snocciolarmi numeri, spiegandomi che le ristampe sono calendarizzate eccetera eccetera.

Pensate anzi a quanto è disperante per me, che i miei poveri lettori debbano fare tanta fatica, addirittura pietire un mio libro! In un momento in cui si vende poco o nulla, giusto i best seller erotici o i libri di cucina o i volumetti per bambini molto piccoli. Ma niente, ormai da alcuni anni si è deciso di puntare sulle novità possibilmente in odor di best seller, sperando sempre nel botto tipo Cinquanta sfumature (che peraltro è arrivato già in formato best seller dall’Inghilterra) o dei Numeri primi. Di scrittori che lavorano con serietà e consuetudine sembra che certi editori non sappiano più che farsene, e quasi quasi disprezzano il famoso “catalogo” che un tempo era il loro vanto, il loro patrimonio.

Che devo dirvi? Ogni volta mi rimetto in gioco, per questo motivo ho cambiato di nuovo editori, lo vedrete nei prossimi mesi. Credo che sarà una bella sorpresa.

 

 

noveMia Martini era una cantante che adoravo da ragazzina. Avevo 15 anni e le sue canzoni mi sembravano commuoventi, ma non del tipo autocommiserativo, casomai spregiudicate, grazie anche alla voce roca e robusta con le quali certe parole erano urlate. Insomma, per me Mia Martini era un po’ la Janis Joplin italiana, si vestiva da hippy, con la bombetta in capo addirittura (la portavo anch’io), non era sposata e nemmeno fidanzata, non era la diva tipo Mina, casomai l’antidiva. Ebbe un grande successo, e come succede talvolta in questo assurdo paese di invidiosi dovette pagarne caro il prezzo.

Mia Martini era la strega: portava jella, anche solo a nominarla. Come le antiche megere medievali, insomma, fu bandita e giusto non la misero sul rogo perché non si poteva più. Dopo molti anni d’infamia, fu recuperata e ci ha regalato meravigliose canzoni ancora, come “Almeno tu”.

Aldo Nove, scrittore sensibile, ripercorre la biografia di Mia Martini, nome d’arte di Domenica Berté, in Mi chiamo… (Skira), in pagine che alternano la prosa alla poesia, ma si direbbe alla canzone, con parole cariche di commozione, e dramma, forse anche un po’ troppo. Per una ragazza che certo è stata funestata dalla superstizione, era difficile usare l’ironia. Sarà per questo che Nove sceglie un registro narrativo giovanile, quasi da bambina,, perché per noi che l’apprezzavamo Mimì resta sempre una ragazza.

gambitMa sì, è un  film pieno di cliché: l’inglese compassato e serissimo, curatore d’arte (Colin Firth), l’avido miliardario megalomane e lord inglese (Alan Rickman), la texana bellissima sboccata e campionessa di rodeo (Cameron Diaz), sono la triade da commedia anni ’60, da Marilyn Monroe e da Blake Edwards, di Gambit (regia di Mike Hoffman con sceneggiatura dei fratelli Cohen). Però si ride da matti, per una storia divertentissima con attori bravi, e un piccolo “gambit” finale, che vivacizza l’intreccio da Pantera Rosa.

C’è sempre il confronto tra inglesi seriosi e formali e americani simpatici, spontanei, easy going. Anche perché agli americani di certo sembra sempre pazzesca la divisione sociale insormontabile dell’aristocratica e classista società inglese, dove però ha un senso l’invidia, il livore che diventa bisogno di riscatto di un povero curatore d’arte, costantemente svillaneggiato dal miliardario con l’eccentrico gusto del nudismo.

Insomma, non sarà un capolavoro, ma è un film carino che funziona e che in queste gelide giornate di febbraio e in questa Quaresima (in tutti i sensi) mette di buonumore.

 

gianninoDetesto parlare di politica, e se lo faccio è perché la parabola di Oscar Giannino, giornalista economico candidato addirittura a premier rappresenta uno spaccato sociale del nostro paese, il paese dove siamo tutti docenti e esperti senza averne i titoli né la preparazione doverosa. Che sarà mai studiare? A che servirà quel foglio di carta formale? A tutte queste persone consiglierei allora di affidarsi pure a un medico senza laurea, e farsi giudicare da un giudice senza concorso, magari come si faceva nel buon vecchio far West, dove il dentista era il barbiere e lo sceriffo a volte un avanzo di galera.

Eh, no, caro Giannino che, ironia della sorte, si chiama come Giannino Stoppani, ovvero Gianburrasca. Non basta studiare da soli (e comunque, casomai lo si dice, di essere autodidatta). Si va all’Università, e prima magari al liceo per imparare anche metodi, linee di ricerca, teorie, e soprattutto per sostenere esami, essere giudicati, valutati, cosa che nel partito fondato dal suddetto millantatore di crediti mi pare fosse una priorità: merito e trasparenza, recita il loro slogan, per un partito che si chiama FARE. Magari era la seconda penalità imposta ai poveri italiani tra: dire, fare, baciare, lettera e testamento. Mi sa che oggi, alla vigilia di elezioni tristi e confuse, non ci resta che questo: il testamento della politica.

lincoln_LOCSe Lincoln vincerà più Oscar, è perché l’oscar va alla storia e non soltanto la storia con la esse maiuscola, quella del Diciannovesimo secolo e del presidente che abolì la schiavitù, ma anche e soprattutto alla storia del cinema, che in questo Spielberg è più classico che mai, serio, ponderoso, strumento della memoria e dell’identità, un cinema che richiama i grandi registi del Novecento, americani e non, per un’opera che il regista ha voluto magnifica e icastica, a partire dalla scelta dell’attore-interprete perfetto, un Daniel Day Lewis truccato e atteggiato come il Presidente, e spesso inquadrato in un chiaroscuro da ritratto statuario.

Un film, insomma, che si pone come pietra miliare, come indiscutibile opera d’arte e che mette in bocca ai personaggi soltanto i discorsi della storia, quelli pregnanti, che ricordino al popolo americano – e anche a noi – quali sono le basi della sua democrazia e quale fu l’atto più importante per la propria unione. Un film su cui non si discute.

ahabPersonalmente, l’oscar lo darei al direttore della fotografia per le riprese magnifiche in interni a lume di lampada, per le finestre in controluce contro cui si staglia la magra e altissima figura di  Lincoln, come se fosse già pronto a spiccare il salto verso l’eternità. E poi ne darei uno italiano al nostro bravo attore PierFrancesco Favino che ha doppiato magistralmente  la complessa interpretazione vocale di Day Lewis.

Non so perché, ma per gran parte del film il trucco lincolnesco di Day Lewis mi ha ricordato la maschera di un altro famosissimo attore, Gregory Peck, nei panni del capitano Ahab negli anni ’50. Ho come il dubbio che in questa mitopoiesi cinematografica ci sia una strizzatina d’occhio anche a lui.

 

mariasScrittore tra i miei preferiti, Javier Marias è il contrario esatto del narratore moderno plasmato dal marketing: verboso, riflessivo, ossessionato da temi esistenziali, si permette di scrivere pagine fittissime, senza capoversi, che si dipanano intorno a una domanda, una sensazione, un’osservazione e altre pagine, sempre fittissime, su un discorso pronunciato da un personaggio, senza interruzioni, senza problemi di mimesi realistica, come se i dialoghi fossero filosofici, dialoghi platonici.

Gli innamoramenti (Einaudi), suo ultimo libro, ha quella capacità di cui parlavo qualche post fa (a proposito della Tamaro), di trafiggerci non per tecniche narrative oggi alla portata di tutti, con colpi di scena, sorprese, agnizioni, rivelazioni, ma per la profondità dei pensieri, e la riflessione sulla nostra condizione e il nostro rapporto con la caducità, oggi.

Lo so che anche i thriller attuali sono romanzi sociali e a volte pure un po’ filosofici. Ma il genere costringe sempre a stringere, ad attenersi all’intreccio e a usare anche un linguaggio adeguato. Qui, più che di linguaggio si parla di (e si apprezza lo) stile, che sembrerebbe passato di moda, ma che fa la differenza tra uno scrittore del quale ricordiamo benissimo il nome e una massa di intercambiabili dei quali a malapena ci si ricorda il titolo.

reevaMa chi ci crede che uno spara a un intruso alle 4 del mattino e scopre con orrore e disperazione che era la sua fidanzata, intrufolatasi in casa tipo Cat Woman per fare una sorpresa all’amato?

Pistorius, che potremmo a questo punto chiamare Pistolius, si comporta insomma come tutti gli assassini, soprattutto gli assassini di donne: ops, mi sono sbagliato! Non volevo! Non pensavo di ammazzarla, poi mi è presa la mano…

Almeno si pentissero, macché.

Perché via, si sa: una donna qualche ragione per farsi ammazzare ce l’ha sempre. Fa la furba, vuole lasciare il marito o il fidanzato, pretende libertà, rispetto, autonomia. Questa, poi, era davvero troppo: bellissima e pure ricca e anche laureata e impegnata, ironia della sorte, contro la violenza alle donne.