impossible

The impossible di Bayonaimpossible ti tiene incollato sulla sedia per almeno una mezz’ora di film: l’inizio folgorante con l’aereo che entra nello schermo come un missile e che presagisce lo sconquasso che verrà. Della storia, sappiamo già tutto: è la ricostruzione fedele dello Tsunami di nove anni fa sulle coste tailandesi, raccontato da una famiglia sopravvissuta per miracolo, “The impossible” appunto. Dunque, per sconvolgerci, stupirci, commuoverci, ci vogliono effetti speciali, roboanti, e bisogna dire che davvero non si sprecano. L’onda che travolge tutto, la marea stritolante, e poi lo sfacelo sono perfettamente ricostruiti. Come impressionanti sono le ferite sul corpo della protagonista, Naomi Watts, e sui corpi dei sopravvissuti. Si trema e si geme per quella sorta di martirio di una madre ferita, che si trascina o è trascinata, come in una specie di Passione di Cristo al femminile.

schielePoi però, il film ha un vero tonfo. Si incammina dritto verso la storia strappalacrime, senza riuscirci in pieno perché ci sono alcuni elementi davvero “impossible”: il padre abbandona i due figlioletti più piccoli per cercare la moglie, e se anche è vero (il film dichiara esplicitamente che è tutto vero), lo spettatore lo trova criminale, più che impossible. I dialoghi si limitano a una serie di “mi dispiace” da fiction americana e di “Grazie” e “ti voglio bene”. Mai nessuno che si domandi, per esempio: Ma che cavolo è successo? Di sicuro una cosa è successa: è scomparsa la sceneggiatura, e allora sarebbe stato molto meglio un film muto, incentrato sulla grandiosità della ricostruzione scenica e delle inquadrature, che ne fanno un film pittorico, di grande bellezza visiva. Ewan McGregor si aggira in un paesaggio bruegheliano e Naomi Watts ci offre una maschera tumefatta da ritratto di Egon Schiele.

Grande impegno anche dalla musica che si affanna su toni sentimentali a tutto volume. Ma con tutto questo dispendio di energie, di ricostruzioni e di effetti, di bravura soprattutto del giovane protagonista (non capisco la candidatura alla Watts, casomai al truccatore, l’insuperabile make-up desiger italiano Alessandro Bertolazzi), mi pare che si sia sprecata un’occasione per toccarci davvero il cuore.

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