mia martini

noveMia Martini era una cantante che adoravo da ragazzina. Avevo 15 anni e le sue canzoni mi sembravano commuoventi, ma non del tipo autocommiserativo, casomai spregiudicate, grazie anche alla voce roca e robusta con le quali certe parole erano urlate. Insomma, per me Mia Martini era un po’ la Janis Joplin italiana, si vestiva da hippy, con la bombetta in capo addirittura (la portavo anch’io), non era sposata e nemmeno fidanzata, non era la diva tipo Mina, casomai l’antidiva. Ebbe un grande successo, e come succede talvolta in questo assurdo paese di invidiosi dovette pagarne caro il prezzo.

Mia Martini era la strega: portava jella, anche solo a nominarla. Come le antiche megere medievali, insomma, fu bandita e giusto non la misero sul rogo perché non si poteva più. Dopo molti anni d’infamia, fu recuperata e ci ha regalato meravigliose canzoni ancora, come “Almeno tu”.

Aldo Nove, scrittore sensibile, ripercorre la biografia di Mia Martini, nome d’arte di Domenica Berté, in Mi chiamo… (Skira), in pagine che alternano la prosa alla poesia, ma si direbbe alla canzone, con parole cariche di commozione, e dramma, forse anche un po’ troppo. Per una ragazza che certo è stata funestata dalla superstizione, era difficile usare l’ironia. Sarà per questo che Nove sceglie un registro narrativo giovanile, quasi da bambina,, perché per noi che l’apprezzavamo Mimì resta sempre una ragazza.

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