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Archivio mensile:maggio 2013

Quaranta scrittori toscani riscrivono il Decameron attraverso cento novelle moderne, guidati da Marco Vichi che introduce e compone la tessitura che unisce storia a storia: ecco il Decameron 2013, appena pubblicato da Felici, che sarà presentato giovedì 30 maggio al Caffé Letterario Le Murate di Firenze alle 18,30. Un’occasione per celebrare i 700 anni della nascita di Boccaccio, ma anche per parlare di oggi attraverso l’angolo visuale di un collettivo di scrittori di varie località toscane e di diversa esperienza ed età. Sono molto contenta di far parte di questo bellissimo progetto letterario. Vi aspettiamo!

decameron invito firenze

gatsbyAhi, ahi. Quando si crede di fare un capolavoro con un famoso romanzo, attori di massima bravura, epoca perfetta per abiti e scenografie, e con il tripudio di tecnologia cinematografica, spesso si cade nel polpettone. Nel film dove c’è troppo eppure troppo poco, come in Gatsby di Baz Luhrman.

Ma poi, quando uno ha per le mani Di Caprio al massimo della sua avvenenza e espressività, potrebbe farci piangere e tremare, invece si rimane indifferenti e un po’ annoiati sulla poltrona, nella visione del palazzo di Gatsby che sembra la casa di Batman (e un po’ questa New York ha un’aria da Gotham City) con lui vestito simil-Jocker, persino in completo rosa, quando è sexy in maglioncino e pantaloni bianchi e quando con uno sguardo potrebbe far cadere fulminata tutta la platea femminile.

Toby Maguire, il narratore, sembra Buster Keaton, sia per la fissità dell’espressione sia per il look: magari sarà una citazione del cinema muto. Poi c’è la visione contemporanea dello sballo e del divertimento di massimo lusso, con musiche rap, ormai ovvia dopo Moulin Rouge dello stesso Luhrman, e per noi italiani l’assuefazione all’interpretazione volgare, esagerata se non sordida di “cena elegante” organizzata da questo romantico criminale per l’amata che però a questi party non va mai.

Alla fine, resta la struggente bellezza del linguaggio letterario di Fidzgerald che appare in sovrimpressione, come dire che le parole sono talmente incisive e intraducibili che non c’è verso: il cinema non ce la fa.

 

NOLibertà obbligatoria era il titolo di un album (1976) di Giorgio Gaber. Inevitabile citarlo per questo film del regista cileno Larrain, “No. I giorni dell’arcobaleno” che racconta il periodo del referendum (1988) che pose fine alla dittatura di Pinochet in Cile. Grande vittoria della democrazia, si suppone. Ma il film ci rivela o ci ricorda (a chi se lo ricorda e lo sapeva, per esempi io no) il motivo alla base di quella vittoria: una indovinatissima campagna pubblicitaria a colpi di jiingle e immagini allegre, divertenti, in linea con la spensieratezza degli anni ’80 e dei film tipo Flashdance, Ritorno al futuro (citato fra l’altro dal protagonista che gira in skateboard), canzoni come “We are the world”, e balletti in stile aerobica alla Jane Fonda. Insomma, made in USA che in Cile ha messo mano prima foraggiando il dittatore, poi mollandolo: la democrazia permette una migliore circolazione delle merci.

Dunque, il film non è affatto liberatorio o entusiasmante. Si capisce che la libertà è un’opzione, che alla gente comune interessa “stare bene”, cioè risolvere i problemi materiali di base. La famosa libertà di espressione è appannaggio di intellettuali e artisti, che da soli non bastano mai a costruire una Repubblica democratica, a meno che non sia platonica.

Certo, devo confessare quanto sia stato per me faticoso vedere questo film, girato in formato televisivo d’epoca, un po’ sgranato e con colori contrastanti, simile insomma alle immagini tv degli anni ’80. Operazione artistica amatissima dalla critica, ma che io ho trovato esasperante, anche perché, da miope, mettere a fuoco scene sgranate e contrastate mi è parso uno sforzo immane. Magari è un modo per non farci cadere nella rete illusoria del cinema che, quando è bellissimo e ben fatto, ci fa sognare e emozionare, mentre qui bisogna riflettere soprattutto sulle facili illusioni.

side_effectsIl thriller è un genere che appassiona un pubblico talmente vasto, che i registi oggi lo usano come strategia narrativa per denunciare disastri o disagi. Per esempio, questo “Effetti collaterali” di Soderbergh ha tutta l’aria del film di denuncia sull’uso massiccio, e l’abuso, degli psicofarmaci nella nostra società (in realtà quella americana, ma è un po’ la stessa cosa). In questo thriller dove l’assassina è (o finge di essere) una depressa, non ci sono però posizioni da prendere, come nei thriller classici: i personaggi sono tutti responsabili, parzialmente colpevoli, complici e vittime di un sistema che lucra e fomenta il disagio psicologico, esistenziale, e nella chimica ha trovato, oltre che un ottimo business, una perfetta modalità di controllo e manipolazione sociale. Un film che fa pensare, lascia pensierosi e sconfortati.

StokerMa ce n’è un altro, che uscirà a giugno e che ho visto in anteprima, definito “thriller psicologico” e che è invece un piccolo horror confezionato in una glaciale e perfetta visione, splendide inquadrature, per raccontare una morbosissima storia di uno zio psicopatico e una nipote pure lei mica tanto a posto con la testa. D’altra parte, si chiamano Stoker, come l’inventore di Dracula il vampiro (e come titola il film del regista Chan-wook Park), e alle storie vampiresche sembrano ispirarsi le atmosfere notturne, il sangue versato, la cupezza dei personaggi. Ma è un film francamente assurdo, con un bel po’ di citazioni da Psycho di Hitchcock, un po’ di Others, tant’è che è presente la purtroppo botulinizzata Nicole Kidman, che in quel tremendo film ci terrorizzò tutti. Il regista però non ha in mente di terrorizzare, ma forse di dirci che la famiglia è una vera gabbia di matti. Uscendo dal cinema, c’è chi diceva: “che mazzata” e chi: “bellissime inquadrature”, ma in una cosa tutti concordavano: consigliarlo? Mai.

svevaECCOLE!

Sono arrivate le mie ragazzine: sono Sveva, Fatima, Vittoria, Aurora, Celeste, Thais. Sono le protagoniste della serie “La banda delle ragazzine” appena pubblicata da Giunti. I primi due titoli, li vedete sono : La gara di Sveva e Fatima e il furto misterioso. Si tratta di storie ambientate in un paese dove le bambine si trovano la sera dopo cena, d’estate, a giocare e vivere curiose e misteriose avventure.

fatimaLe illustrazioni sono curate dalla bravissima Linda Cavallini, che ha disegnato bambine davvero simpatiche e carine. Ciascuna di loro ha una sua dote: Sveva è sportiva, Fatima è un po’ la detective del gruppo, Vittoria è appassionata di moda, Celeste di cinema, Aurora di animali, Thais di pittura. Insieme, realizzano progetti, si aiutano, si sostengono: sono delle vere amiche.

Per chi sono questi libri? Per le bambine (ma anche i bambini) dai 7 ai 10 anni. Che troveranno nei libri anche gli stickers delle loro personagge!

mielePer essere il film d’esordio alla regia di Valeria Golino, Miele dimostra una grande capacità filmica, una sicurezza e un’originalità di sguardo insolite nel panorama di commediucole italiane, Oltretutto, Golino sceglie una storia difficile, che potrebbe pure scatenare chissà quale vespaio, se non fosse che oggi troppi sono i problemi sul piatto sociale, e troppo frastornata è la gente da un discutere che è diventato tutto politico e pochissimo culturale, anzi, ormai la scena politica ha messo in ombra tutto il resto, figurarsi il povero cinema italiano boccheggiante.

Ma Golino, con questo bellissimo film sull’eutanasia (o sul senso della vita se vogliamo) è stata inserita nella selezione del Festival di Cannes, così almeno avrà un pubblico (francese, estero) attento e partecipe, che potrà apprezzarla e che magari, in quanto donna, la valorizzerà di più che non un paese, il nostro, non solo preda dell’anestesia politica, ma preso pure da una furia misogina che non ha eguali.

Davvero ammiro il coraggio di questa attrice bella e intensa, che ha saputo nel tempo scegliere ruoli non banali e che oggi si mette dietro la macchina da presa, per raccontare un personaggio femminile impressionante, che offre una fine dolce (come il miele) a malati terminali o inguaribili. Interpretata da un’androgina Jasmine Trinca, Miele ci guarda con i suoi occhi nerissimi, severi, profondi come la notte, come a domandare a noi – che la vediamo sussurrare ai malati se sono convinti, se non ci hanno ripensato –  se ce la sentiamo di giudicare, e in nome di cosa, chi decide con disperata lucidità la propria fine.

complesso-telemacoLo psicanalista Massimo Recalcati ci aiuta a orientarci in una società dominata dal narcisismo, da un individualismo infantile e regressivo, dove si è abbandonata una legge alla quale siamo sottomessi tutti come esseri umani, la “Legge della Parola”, che delimita e regola l’esperienza umana, permettendo di controllare e liberarsi dalla violenza, dall’angoscia, dalla depressione.

Questo suo ultimo volume di riflessioni, “Il complesso di Telemaco” (Feltrinelli), dopo i suoi illuminanti volumi dedicati alla figura del padre, ci accompagna dentro la relazione genitori-figli, dal punto di vista dei giovani, dei figli che spesso sono “capofamiglia”, considerati spesso “partner” o “amici” da adulti non cresciuti, che rifiutano il ruolo di maturità che gli compete, genitori che non vogliono essere o fare i genitori, ma eterni ragazzi.

Proprio ieri sera in televisione ho visto un intervistato che definiva il nuovo premier “un ragazzo come noi”: quarantasei anni e uno è sempre ragazzo, con capelli (se ne ha) incanutiti, in jeans e scarpe da ginnastica sporche. Per carità: dal momento che nonni venerabili hanno preso il posto dei padri, è chiaro che i padri sono ragazzi e i figli una specie di nulla, dal momento che nessuno lascia loro il posto, o come dice Recalcati “non assume le conseguenze simboliche della loro parola”. Così, milioni di giovani, ammonisce lo psicanalista (e chi è genitore sa che è vero, avendone la diretta esperienza) vivono come prigionieri volontari nelle loro camerette, senza desideri, né prospettive, senza possibilità di avvenire, in un presente di godimento obbligatorio, nella “dispersione ludica”. Sono dei Telemaco diseredati che popolano la “scura notte dei Proci”.