libertà obbligatoria

NOLibertà obbligatoria era il titolo di un album (1976) di Giorgio Gaber. Inevitabile citarlo per questo film del regista cileno Larrain, “No. I giorni dell’arcobaleno” che racconta il periodo del referendum (1988) che pose fine alla dittatura di Pinochet in Cile. Grande vittoria della democrazia, si suppone. Ma il film ci rivela o ci ricorda (a chi se lo ricorda e lo sapeva, per esempi io no) il motivo alla base di quella vittoria: una indovinatissima campagna pubblicitaria a colpi di jiingle e immagini allegre, divertenti, in linea con la spensieratezza degli anni ’80 e dei film tipo Flashdance, Ritorno al futuro (citato fra l’altro dal protagonista che gira in skateboard), canzoni come “We are the world”, e balletti in stile aerobica alla Jane Fonda. Insomma, made in USA che in Cile ha messo mano prima foraggiando il dittatore, poi mollandolo: la democrazia permette una migliore circolazione delle merci.

Dunque, il film non è affatto liberatorio o entusiasmante. Si capisce che la libertà è un’opzione, che alla gente comune interessa “stare bene”, cioè risolvere i problemi materiali di base. La famosa libertà di espressione è appannaggio di intellettuali e artisti, che da soli non bastano mai a costruire una Repubblica democratica, a meno che non sia platonica.

Certo, devo confessare quanto sia stato per me faticoso vedere questo film, girato in formato televisivo d’epoca, un po’ sgranato e con colori contrastanti, simile insomma alle immagini tv degli anni ’80. Operazione artistica amatissima dalla critica, ma che io ho trovato esasperante, anche perché, da miope, mettere a fuoco scene sgranate e contrastate mi è parso uno sforzo immane. Magari è un modo per non farci cadere nella rete illusoria del cinema che, quando è bellissimo e ben fatto, ci fa sognare e emozionare, mentre qui bisogna riflettere soprattutto sulle facili illusioni.

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2 commenti
  1. Liz Saldaña ha detto:

    Cíao Paola¡ sono Liz dal Messico…sonó a Roma 🙂

  2. ruby2day ha detto:

    salve! mi è piaciuta questa riflessione,a me il formato anni ’80 non è dispiaciuto affatto. E’ vero , si capisce che alla gente interessa stare bene ma anche che con un messaggio costruito bene si possono trasmettere altri valori, come per esempio nel film, la parte della campagna pubblicitaria che esaltava la giustizia, Le scene con le famiglie dei “desaparecidos” mi hanno fattto venire i brividi! Hanno raccontato una storia “raccapriciante” come la dittatura di Pinochet usando ironia, allegria forse per alleggerire il messaggio a quelle generazioni (tipo la mia!) che non hanno vissuto (per fortuna) quella dittatura!

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