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Archivio mensile:giugno 2013

ultracorpiNon ci si stupisce mai abbastanza dell’impatto che la fiction ha sulle persone, in termine di suggestione e di convincimento. Ho appena parlato dell’ultimo libro di Dan Brown che, come si sa, con “Il Codice da Vinci” spinse inconsapevolmente migliaia di persone a visitare il celebre affresco di Leonardo da Vinci a Milano per vedere la M invisibile disegnata tra il capo di Gesù e quello di San Giovanni, alias la Maddalena, raccontata nel romanzo.

Ora qualcuno sta parlando di Brown come di un rivelatore, un divulgatore di segreti occulti e scientifici, insomma un Assange (Wikileaks) della letteratura: il virus di cui si parla nel romanzo è già tra noi, ne siamo già infettati! Giuro che così mi è stato riferito: parole pronunciate da un’insegnante!

Non so quanti di quelli che mi leggono conoscano un formidabile film di fantascienza degli anni ’50: L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel. Tratto da un romanzo, raccontava di extraterrestri che si sostituivano agli umani grazie a impressionanti baccelloni. Ora, a questa signora invasata, mi verrebbe tanto da rispondere sibilando: “Voi siete infettati, io da cinquant’anni sono una baccellona aliena e ora che la missione è compiuta sto per tornare nel mio pianeta.”

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infernoNell’intervista pubblicata ieri dal New York Times, lo scrittore più famoso al mondo, Dan Brown risponde così alla domanda su chi siano i suoi scrittori preferiti: “John Steinbeck per l’ambientazione vivida, Robert Ludlum per la complessità dell’intreccio e J.K. Rowling per aver ispirato tantissimi giovani ad appassionarsi alla lettura.”

Si può capire dunque la scelta del poliziesco, o ancor meglio del genere spionistico, per la stesura dei suoi romanzi didattici che catturano i lettori attraverso un plot in cui si mescolano mistero, simbologia, uno scottante problema attuale, storia, arte, scienza, mentre i personaggi corrono incessantemente da un luogo all’altro in una sorta di caccia al tesoro, con opportuni colpi di scena e rivelazioni per tenere sempre desta l’attenzione del lettore che, con i tanti dettagli descrittivi su luoghi famosi, artisti antichi e stilisti moderni, oggetti arcani e gioielli tecnologici, rischierebbe di annoiarsi e mollare il romanzo, cioè “Inferno” (stesso titolo in inglese).

Come ho già detto, apprezzo moltissimo che un autore globale e di massimo successo scriva un libro dove la chiave risolutiva sia riposta nella Divina Commedia di Dante, che persino in alcuni licei classici si è smesso di leggere e interpretare. Che anzi, ambienti la storia (più che con la vivezza steinbeckiana con pignoleria da guida turistica) a Firenze e Venezia, città d’arte oggi visitate in modo approssimativo come si deve ai tour di massa. E qui, in effetti, siamo in pieno intento pedagogico, di appassionare masse alla cultura, all’arte, all’antichità, al patrimonio letterario e artistico.

Per me Dan Brown resta soltanto un ottimo divulgatore, un po’ come era Attenbourough nel cinema. Sarà perché, come rivela, è un lettore “quasi esclusivamente di non-fiction, sia per studio che per piacere” e quanto alla narrativa, legge thriller, come capita spesso a scienziati e studiosi. Così dalle sue moltissime pagine non trapela mai quell’incanto, quella bellezza che Dante offre anche in uno solo dei suoi versi, quell’incisività, quella profondità e l’emozione che soltanto la letteratura, quando è letteratura, sa restituirci.

avversarioDifficile calibrare storia e discorso, contenuti e valore letterario. Emmanuel Carrère ha questo inconfondibile dono che ci permette di comprendere – anche solo istintivamente – la grande differenza tra narrativa volatile e letteratura permanente. Scusate, sono formule che mi permetto di coniare, se non altro per capirci quando parliamo di libri, di romanzi contemporanei che oggi sono tutti posti un po’ sullo stesso piano di fruizione, per un consumo veloce e nell’intento di realizzare grandi numeri, allargare il pubblico catturando possibilmente quelli che non leggono e che quindi da un libro si aspettano di essere incuriositi senza troppa fatica o sentimento.

L’Avversario di Carrère (Adelphi 2013, ma la prima edizione francese è del 2000) cattura il lettore che invece è disposto a farsi coinvolgere e interrogare, attraverso una storia estrema, d’impressionante e indecifrabile violenza: la strage, perpetrata da un uomo mite e insospettabile, della propria famiglia, dopo quasi vent’anni di menzogne e una doppia vita la cui facciata era di grande successo professionale, e in realtà era fatta di niente.

Ma come può un uomo ingannare per diciotto anni genitori, parenti, persino moglie e figli su una presunta laurea in medicina, e un lavoro prestigioso all’OMS di Ginevra, senza che mai nessuno sappia o si accorga, indaghi? Sembra assurdo eppure così è accaduto, e non si stenta a crederlo quando ripensiamo, ciascuno di noi, ai nostri movimenti, al nostro lavoro, a come tanta nostra vita si basa sulla fiducia, la credibilità, e dunque possa essere il perfetto scenario per chi non è un criminale per scelta e ammissione, ma per follia narcisistica, per menzogna e aggiungeremmo “sortilegio”, come titolava un celebre romanzo di Elsa Morante (Menzogna e sortilegio).

L’avversario è la traduzione dell’ebraico “Ha-Satan”, quello che noi chiamiamo Satana: l’ombra malvagia dell’umanità, una macchia che ci sfiora tutti e per questo ci fa così tanta paura.

lucyLucy (Feltrinelli) è il nuovo romanzo di Cristina Comencini, brava scrittrice oltre che brava regista italiana, una delle poche di cui ci possiamo vantare. La sua è una scrittura avvincente, caratterizzata da una profonda introspezione che si unisce alla rara capacità di raccontare le relazioni contemporanee, attraverso non solo dialoghi credibili e naturali, ma anche sguardi, silenzi, parole trattenute, che trasmettono le umanissime controversie fatte di piccole gelosie, rancori o conflitti, in cui tutti (e in particolare tutte) ci ritroviamo. Raramente ho trovato un dialogo telefonico tra madre e figlio tanto ben raccontato come in questo libro.

Certo, Lucy, la celebre “prima donna” del mondo paleolitico c’è soltanto di sguincio: c’è perché la protagonista è paleontologa e da tempo vorrebbe scrivere un romanzo storico sull’amata preistoria che tanto tempo e impegno le è costato, a scapito anche della famiglia che difatti non esiste più: il marito, come succede spesso, si è risposato con una donna più giovane e ha un bambino piccolo, il figlio già citato se n’è andato in Canada, la figlia grande si è sposata e cerca con fatica di rimanere incinta.

Insomma, l’antropologia di Comencini non è paleolitica, piuttosto contemporanea e femminile e si sviluppa attraverso tutti i libri e i film (e il teatro) dell’autrice che sa raccontare le donne, il loro cambiamento impressionante nell’arco di mezzo secolo, che le (ci) ha portate alla ribalta sociale. Credo che non sia un caso che Comencini parli di Lucy e cioè di uno scheletro femminile disseppellito dopo millenni, metafora di uno scheletro sociale femminile che da poco si è formato e si sta ancora sviluppando.

dan brownLo scrittore globale se ne va a spasso per la città, in giacchetta blu e jeans non proprio come un turista (come si sa il look turistico prevede calzoncini larghi e maglietta), piuttosto come un professore del liceo o un fiorentino, ammesso che i fiorentini conoscano altrettanto bene la Divina Commedia e i luoghi del nuovo romanzo che l’autore in jeans ha appena presentato a Firenze e che ha già scalato le classifiche mondiali.

Sto parlando di Dan Brown e del suo nuovo romanzo: Inferno. Ho appena iniziato a leggerlo in inglese e mi pare migliore del pur celeberrimo Codice da Vinci. Appassionato della cultura italiana, Dan Brown rende un servizio eccellente alla promozione del nostro paese, grazie anche alle sue dettagliatissime descrizioni di luoghi e capolavori d’arte. In questo caso, l’ambientazione è tutta fiorentina per un thriller che, almeno nelle prime cinquanta pagine che ho letto, somiglia un po’ a James Bond, con la nave ipertecnologica ancorata in Adriatico da dove un miliardario tesse le sue tele nel mondo.

Certo, quando si sta lì a ponzare su cosa potremmo mai inventarci per tornare a essere competitivi, potremmo anche ricordare che per l’appunto siamo la patria di ingegni e di opere, per fortuna ancora intatte, che fanno sognare il mondo.

 

wonderDopo qualche decina di pagine di Wonder di R.J.Palacio (Giunti), confesso che non me la sentivo un granché di andare avanti. Mi sembrava il solito romanzo per ragazzi “a tesi” sulla diversità, con il protagonista August che si racconta in prima persona in modo ironico tra paure e desideri di entrare per la prima volta a scuola, dopo dieci anni di vita sostanzialmente familiare a causa della sua deformità. Gli argomenti del romanzo a tesi ci sono tutti: la deformità fisica di un ragazzino geniale (alla Elephant man), una famiglia pressoché perfetta, dove regna l’amore e mai un litigio, un’ombra, una disattenzione, neppure da parte della sorella più grande; poi una scuola perfetta, con un preside dinamico, accogliente, comprensivo, bravi prof che sanno coinvolgere i ragazzi. Il soggetto, supportato da citazioni opportune dalla saga “Guerre stellari” e canzoni, oltretutto è già mostrato in copertina, dove campeggia “non giudicare un libro dalla copertina/ una persona dalla faccia”.

Però, andando avanti, la lettura mi ha coinvolto grazie al cambiamento di focalizzazione e all’emergere di sfumature e crepe sia nella famiglia, dove la sorella mostra umanissime debolezze, sia in una scuola dove, come in tutte le scuole, si costituiscono alleanze e divisioni pro e contro August. E’ innegabile che alcune pagine siano davvero strappalacrime, altre molto simpatiche, e dunque il libro decolla e ti porta con sé veloce e sicuro fino alla fine.

Ecco perché sono contraria a una di quelle famose regole di Pennac che recitano di chiudere il libro se non ci piace: a volte bisogna dargli tempo, credito, insomma, un po’ di respiro per poter espandersi bene nella nostra mente.

liberfestEccomi qua dopo qualche giorno di silenzio perché impegnata nel Liberfest, il Festival per i giovani lettori che per il secondo anno si è tenuto a Firenze e Scandicci, nelle biblioteche cittadine, con la partecipazione di centinaia di studenti delle scuole superiori.

Simona Baldanzi, Vanni Santoni, Flavia Piccinni, Leonardo Sacchetti sono i giovani autori coinvolti direttamente nei laboratori di scrittura attivati per un mese nelle scuole, che hanno prodotto racconti sul tema della biblioteca (pubblicati nel libretto “Bibliotecamente“); Antonio Ferrara, Fabrizio Silei, Monica Sarsini, Antonio Caponnetto, Marco Vichi, gli scrittori che hanno partecipato agli incontri e alla premiazione del concorso per lettori “Libernauta”; il collettivo di musicisti Scena Muta e Erriquez di Bandabardò sono i musicisti che hanno lavorato con gli studenti per scrivere canzoni, pubblicate nel libretto Canzoni per un lettore, musicate poi dalle band della Scena Muta e suonate lo scorso venerdì sera (per esempio cliccate su questa: aurelie).

Un lavoro di grande impegno e moltissima soddisfazione per i contenuti emersi: le bellissime canzoni, i racconti così curiosi, la partecipazione ai reading e agli incontri (per esempio con le ex detenute e Monica Sarsini, per il libro Alice nel paese delle domandine che Monica ha realizzato da un laboratorio tenuto per alcuni anni nel carcere di Solliciano).

Ora, come sapete, spesso mi domando e vi domando come mai si legga così poco in Italia e perché si sia abbandonata l’educazione, sia sparita la promozione della lettura dai programmi scolastici, quando da un semplice libro si possono realizzare tantissime iniziative, da semplici discussioni e letture ad alta voce a recensioni, interviste, produzioni testuali e metatestuali, percorsi metanarrativi, spettacoli, concerti, video e molto altro. La risposta probabilmente non è una sola, ma io ne ho in mente una, molto semplice, ed è: più semplice e conveniente controllare consumatori passivi, addomesticati da una monocultura televisiva che indica i prodotti da comprare.

Pregherei anche chi avesse in mente di sollevare l’obiezione della crisi economica e dei costi per mantenere biblioteche e scuole pubbliche, di riflettere sul fatto che nei piccoli e grandi centri si persegue ancora la scelta di destinare le magre risorse ai concorsi di Miss Italia, il passaggio della Mille Miglia, lo spiegamento di mezzi per la partita della domenica o la sagra del fungo prataiolo. Nonché di dare un pacco di milioni a compagnie aeree private per garantire i collegamenti interni a basso costo. Si chiamano scelte politiche.