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avversarioDifficile calibrare storia e discorso, contenuti e valore letterario. Emmanuel Carrère ha questo inconfondibile dono che ci permette di comprendere – anche solo istintivamente – la grande differenza tra narrativa volatile e letteratura permanente. Scusate, sono formule che mi permetto di coniare, se non altro per capirci quando parliamo di libri, di romanzi contemporanei che oggi sono tutti posti un po’ sullo stesso piano di fruizione, per un consumo veloce e nell’intento di realizzare grandi numeri, allargare il pubblico catturando possibilmente quelli che non leggono e che quindi da un libro si aspettano di essere incuriositi senza troppa fatica o sentimento.

L’Avversario di Carrère (Adelphi 2013, ma la prima edizione francese è del 2000) cattura il lettore che invece è disposto a farsi coinvolgere e interrogare, attraverso una storia estrema, d’impressionante e indecifrabile violenza: la strage, perpetrata da un uomo mite e insospettabile, della propria famiglia, dopo quasi vent’anni di menzogne e una doppia vita la cui facciata era di grande successo professionale, e in realtà era fatta di niente.

Ma come può un uomo ingannare per diciotto anni genitori, parenti, persino moglie e figli su una presunta laurea in medicina, e un lavoro prestigioso all’OMS di Ginevra, senza che mai nessuno sappia o si accorga, indaghi? Sembra assurdo eppure così è accaduto, e non si stenta a crederlo quando ripensiamo, ciascuno di noi, ai nostri movimenti, al nostro lavoro, a come tanta nostra vita si basa sulla fiducia, la credibilità, e dunque possa essere il perfetto scenario per chi non è un criminale per scelta e ammissione, ma per follia narcisistica, per menzogna e aggiungeremmo “sortilegio”, come titolava un celebre romanzo di Elsa Morante (Menzogna e sortilegio).

L’avversario è la traduzione dell’ebraico “Ha-Satan”, quello che noi chiamiamo Satana: l’ombra malvagia dell’umanità, una macchia che ci sfiora tutti e per questo ci fa così tanta paura.

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