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Archivio mensile:luglio 2013

Con questa connessione ondivaga, un po’ come tutto in questo paese, cerco di lavorare. Proprio ieri leggevo di come funziona (male e a macchia di leopardo) il sistema Wi-FI, e solo grazie a gente volenterosa, carica di uno spirito d’iniziativa immenso e lodevole, contro la caratteristica più evidente del nostro paese e cioè l’immobilismo, che se vogliamo essere carini chiamiamo “tradizione”, ma che segna invece lo spirito saturnino e conservatore, terrorizzato da qualsiasi cambiamento, persino da quelli a vantaggio di tutti.

vasquezDetto questo, e scusate lo sfogo, parliamo di libri. Chissà perché a un certo punto escono titoli tutti un po’ simili. Giorni fa ho parlato de “Le cose che non ho”. Ed ecco “Il rumore delle cose che cadono” (Ponte alle Grazie) del colombiano Juan Gabriel Vasquez. Quando ero piccola, la maestra mi diceva che “cosa” non si doveva usare mai, perché termine troppo generico e bisognava sforzarsi di descrivere, di esprimere la sensazione o l’oggetto sfuggente. Magari è questo l’intento: come anche il titolo del romanzo appena uscito di Riccardo Romani: Le cose brutte non esistono, dove “cose” significa (forse) mondo, dal momento che l’autore si è ispirato a un suo viaggio in America, dove la bellezza non manca, ma francamente anche la bruttezza ha una sua decisiva parte.

Quanto a Vasques, il romanzo è deludente. Partirebbe anche bene, con un bel personaggio misterioso che l’autore decide di conoscere dopo che è stato assassinato in piena Bogotà (per intenderci, nella patria dei narcotrafficanti), ma in un periodo successivo all’esplosione di violenza tra l’esercito (lo Stato) e il famoso “cartello” appunto dei narcotrafficanti, il cui capo si chiamava Pablo Escobar. Insomma, l’indagine su una vita “minore” permette di raccontare una società che cerca di rendersi normale, come normale è il narratore, professore universitario, sposato, padre di una bambina, impelagato in una storia che lo costringe a rivedere un passato poco conosciuto del suo paese, quello di una tentata “rivoluzione pacifica” promossa da giovani idealisti statunitensi che insegnarono alla fine degli anni ’60 del secolo scorso a coltivare marjuana ai contadini per liberarsi e che innescò inconsapevolmente quel percorso finito nel traffico di droga più potente del mondo.

Una storia bella, ma lenta, prolissa. Non tutti hanno il dono di Marquez (per restare in Colombia) e neppure quello verboso, ma assai penetrante, di Philip Roth.

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Sign-Tag-Facebook1A quanti mi scrivono e mi chiedono l’amicizia, se per caso leggono il mio blog sappiano che NON HO UNA PAGINA FACEBOOK, e se c’è una cosa del genere non sono stata io a farla.

Aggiorno questo blog letterario dove, come si vede, soprattutto parlo di libri e film, e non uso questo spazio per raccontare fatti privati. Non ho molto tempo per andare a cercare amicizie virtuali o mantenere corrispondenze. Non cerco lavoro, almeno al momento, dunque non uso nemmeno Linkedin e non intendo iscrivermi.

Non twitto.

Ho questa pretesa di cercare di scrivere cose sensate su quel poco che conosco.

 

 

delacourtVi ricordate la canzone ironica di De André: Quello che non ho?

Be’, un verso diceva: Quello che non ho è quel che non mi manca, e in poche parole dice tutto quel che un libro intero, “Le cose che non ho” (Salani) di Gregoire Delacourt cerca di trasmetterci.

L’ho comprato fidandomi di non mi ricordo quale recensione. Ma l’ho trovato, almeno fin dove sono riuscita a leggerlo, cioè a metà, abbastanza falso. L’autore vorrebbe bissare il successo dell’Eleganza del riccio, così mentre là avevamo una portinaia filosofa, qui abbiamo una merciaia che esordisce addirittura con un assioma che dovrebbe “fare intelligente”: si mente sempre a se stessi. Ohibò!

Non mi stupisce che ne sarà tratto un film, anzi penso che si presti benissimo se si sceglie l’attrice giusta e un regista di quelli francesi ironici, insomma se si fa una specie di Il mondo di Amelie. Ma un romanzo deve la sua forza alla scrittura e che è stato scritto da un pubblicitario si sente. Eccome.

cataluccioSfidando il bollore fiorentino, qualche decina di migliaia di turisti visiterà quest’estate la Galleria degli Uffizi e probabilmente anche il Corridoio Vasariano, soprattutto dopo che Dan Brown lo ha descritto nel suo ultimo libro. Così, mi permetto di consigliare un piacevolissimo libretto appena pubblicato da Sellerio, La memoria degli Uffizi, scritto con levità da Francesco M. Cataluccio. Si tratta di un racconto personale, un percorso dentro la Galleria compiuto attraverso i ricordi di un bambino fortunato che fu iniziato all’educazione artistica dai genitori e che è rimasto per sempre affezionato a un luogo divenuto familiare.

Seguendo l’itinerario tra le sale e tra gli artisti proposti da Cataluccio, possiamo rivedere gli Uffizi famosi e “ufficiali” (le sale di Botticelli, i quadri di Leonardo, etc.), e magari conoscere le sale con gli artisti meno universalmente noti, come Giottino o Sassetta, entrare nel Gabinetto delle Stampe, ripercorrere appunto il Corridoio Vasariano, quel meraviglioso tunnel che si dipana lungo i palazzi, il Ponte Vecchio, le case e unisce Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti, un tunnel con affacci mozzafiato e pieno di opere stupende.

Ma soprattutto possiamo cogliere il suggerimento di visitare un museo come questo insieme ai bambini, come facevano i genitori dell’autore: stimolando in loro l’osservazione e la fantasia, attraverso giochi sui dettagli e i personaggi dei quadri e delle statue. Senza cioè preoccuparsi di essere insegnanti e di riversare sui nostri figli informazioni e contenuti difficili, estratti da guide, ma con un atteggiamento di curiosità, di gioco e infine di vera passione per l’arte.

ceramiNon capita spesso di poter incontrare un autore che apprezziamo. Ancor più di rado possiamo incontrare qualcuno che reputiamo un maestro, un autore che ci ha insegnato qualcosa, che ci ha permesso di crescere e riflettere. Sono stata fortunata. Vincenzo Cerami ho avuto modo di incontrarlo, e di dirgli quanto mi era servito, per il mio lavoro di scrittrice e di formatrice, il suo libretto preziosissimo “Consigli a un giovane scrittore” (Einaudi, 1996).

Tutt’oggi questa guida chiara, precisa, che con leggerezza offre a tutti i rudimenti della narratologia in termini accessibili, resta uno dei pochissimi libri che sanno dare indicazioni pratiche, veri e propri consigli, a chi vuole scrivere narrativa o vuole tentare la strada della sceneggiatura. Pochissimi davvero, in Italia, dove moltissimo invece desiderano scrivere e spesso di cimentano con grande spensieratezza e pure un po’ di beata incoscienza, inciampando subito nelle piccole o grandi trappole del racconto.

Magari si potrebbe approfittare dell’estate per procurarsi questo delizioso libro che io ho letto e riletto (certe pagine le so persino a memoria) e che non è invecchiato mai nei suoi quasi vent’anni di glorioso servizio.

Oggi pomeriggio alle 17,30 sarò ospite alla trasmissione Fahrenheit (RADIO 3) per parlare della Banda delle Ragazzine, la collana che sto pubblicando con Giunti. Sono già usciti: “La gara di Sveva” e “Fatima e il furto misterioso”. 

A ottobre è in uscita “Celeste e il film magico” e una bellissima sorpresa: Il diario dei segreti della banda! Ecco in anteprima la copertina di Celeste: bella, vero?

celeste