cose

Con questa connessione ondivaga, un po’ come tutto in questo paese, cerco di lavorare. Proprio ieri leggevo di come funziona (male e a macchia di leopardo) il sistema Wi-FI, e solo grazie a gente volenterosa, carica di uno spirito d’iniziativa immenso e lodevole, contro la caratteristica più evidente del nostro paese e cioè l’immobilismo, che se vogliamo essere carini chiamiamo “tradizione”, ma che segna invece lo spirito saturnino e conservatore, terrorizzato da qualsiasi cambiamento, persino da quelli a vantaggio di tutti.

vasquezDetto questo, e scusate lo sfogo, parliamo di libri. Chissà perché a un certo punto escono titoli tutti un po’ simili. Giorni fa ho parlato de “Le cose che non ho”. Ed ecco “Il rumore delle cose che cadono” (Ponte alle Grazie) del colombiano Juan Gabriel Vasquez. Quando ero piccola, la maestra mi diceva che “cosa” non si doveva usare mai, perché termine troppo generico e bisognava sforzarsi di descrivere, di esprimere la sensazione o l’oggetto sfuggente. Magari è questo l’intento: come anche il titolo del romanzo appena uscito di Riccardo Romani: Le cose brutte non esistono, dove “cose” significa (forse) mondo, dal momento che l’autore si è ispirato a un suo viaggio in America, dove la bellezza non manca, ma francamente anche la bruttezza ha una sua decisiva parte.

Quanto a Vasques, il romanzo è deludente. Partirebbe anche bene, con un bel personaggio misterioso che l’autore decide di conoscere dopo che è stato assassinato in piena Bogotà (per intenderci, nella patria dei narcotrafficanti), ma in un periodo successivo all’esplosione di violenza tra l’esercito (lo Stato) e il famoso “cartello” appunto dei narcotrafficanti, il cui capo si chiamava Pablo Escobar. Insomma, l’indagine su una vita “minore” permette di raccontare una società che cerca di rendersi normale, come normale è il narratore, professore universitario, sposato, padre di una bambina, impelagato in una storia che lo costringe a rivedere un passato poco conosciuto del suo paese, quello di una tentata “rivoluzione pacifica” promossa da giovani idealisti statunitensi che insegnarono alla fine degli anni ’60 del secolo scorso a coltivare marjuana ai contadini per liberarsi e che innescò inconsapevolmente quel percorso finito nel traffico di droga più potente del mondo.

Una storia bella, ma lenta, prolissa. Non tutti hanno il dono di Marquez (per restare in Colombia) e neppure quello verboso, ma assai penetrante, di Philip Roth.

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