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Archivio mensile:settembre 2013

gunsGuns di Stephen King non è un racconto orrorifico su pistoleri psicopatici o fantascientifici. E’ un piccolo pamphlet scritto in formato e-book (per Kindle, come si vede in quest’immagine) sulle conseguenze della scellerata e persistente libertà di possesso di armi negli Stati Uniti. Che, come la cronaca periodicamente ci informa, porta a tremende sparatorie, se non stragi in grandi magazzini o scuole, con la brutta sorpresa che i “terroristi” non sono che assassini spesso minorenni come i due di tredici e undici anni che spararono nella scuola di Jonesboro (Arkansas).

In effetti, come si fa ad avere “simultaneamente a portata di mano una pistola e tenerla alla larga dai propri figli o nipoti?” Così qualche bambino arraffa il fucile e fa quel che i videogiochi violenti aizzano a fare: una bella sparatoria.

Non so come faccia una società così paranoica con il mondo esterno (che poi è soprattutto quello immediato, a portata di tiro) al punto da armarsi fino ai denti, anche per l’evidente mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine e nel pronto intervento della polizia (che pure di solito interviene eccome), a proporsi come modello di pace, addirittura come costruttrice di pace. Se intanto posassero le armi e le mettessero al bando in casa propria, tra gente della stessa comunità e dello stesso paese, si sarebbe fatto un discreto passo avanti.

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cover1300_immIl film più carino, più divertente che ho visto questo mese (il mese fra l’altro della Mostra del Cinema di Venezia) è datato 1942, ed è “To be or not to be”, titolo che cita il primo verso del soliloquio di Amleto. Ma quando il film arrivò in Italia fu tradotto con “Vogliamo vivere”, forse per dare un accenno più drammaticamente neorealista a una bellissima commedia del regista berlinese, Ernst Lubitsch, fuggito provvidenzialmente negli Stati Uniti nel 1923, dieci anni prima dell’avvento del nazismo.

Quando ero ragazza, avevo visto sia questo film che il suo remake degli anni ’70 realizzato da quel genio comico di Mel Brooks. Grazie ai cineforum e ai programmi dei piccoli cinema, noi giovani appassionati potevamo vedere la grande storia del cinema, che ci riempiva di meraviglia.

Perché un film del genere, in bianco e nero e con il tipico glamour degli anni della grande Hollywood, riesce a farci ridere e pensare a distanza di sessant’anni, non soltanto mettendo alla berlina il nazismo, ma volgendo in satira il mondo del teatro, il gigionismo degli attori, il ruolo che dal palcoscenico sconfina nella vita privata, e la riflessione, in termini comici, della maschera e della recita che connota ad esempio il dramma di Pirandello.

Questo regista prolifico (oltre sessanta film in una carriera trentennale, nella quale fu anche attore), che lavorò con le dive più celebri (qui c’è la meravigliosa Carole Lombard, primo nome che giganteggia sui titoli di testa e c’è da riflettere, in epoca in cui le donne arrancano dietro ai nomi maschili) è stato studiato e copiato, tant’è che si è definito “tocco alla Lubitsch” il particolare fascino dell’allusione elegante, ironica, raffinata che magari si potrebbe ricominciare a usare.

famigliaIn margine a una notizia scioccherella, di un pastaio industriale antiquato (basta vedere il taglio di capelli) che definisce la famiglia “tradizionale” quella con la “donna come figura centrale” e naturalmente una coppia eterosessuale (sposata) con, immagino, almeno due bambini, uno maschio uno femmina come si vede nelle pubblicità dei loro prodotti, mi viene da domandare: ma cosa significa “famiglia tradizionale”?

Per esempio, io penso di avere una famiglia pressoché tradizionale: due figli (grandi), due nuore, per il momento due nipotine. Sono sposata da 30 anni con lo stesso marito. Però… Lui è divorziato, uno dei due figli non è “mio”, nel senso che non sono la madre biologica, il nostro primo figlio è sposato (civilmente) con una ragazza brasiliana e le mie nipotine che non sarebbero mie nipoti di sangue mi chiamano nonna e non, come velenosamente detto da una (so-called) amica: “nonnastra”. Il nostro secondo figlio convive con una ragazza da due anni, non hanno intenzione di sposarsi. Che cavolo di famiglia è questa? Allargata? A chi, scusate? A me pare parecchio tradizionale, festeggiamo il Natale tutti insieme, siamo devoti di papa Francesco, mettiamo al centro gli affetti e i bisogni dei più piccoli.

A proposito di donna figura centrale: i miei figli sono stati educati con il concetto della collaborazione, quindi cucinano, puliscono la casa, curano le bambine, fanno il bucato e a volte stirano. Le nuore lavorano.

Comunque, io di sicuro non sono il target del pastaio industriale “tradizionalista”: pane, biscotti, dolci li faccio in casa. E sapete con chi mi sono confrontata? Con un amico che, come me, ama cucinare per il suo bongustaio compagno. Loro due, inglesi, sono la coppia più tradizionale che abbia mai conosciuto.

Alieni1Ci sono gli alieni e vanno a due ruote (articolo uscito ieri su Repubblica Firenze)

Chi non lo avesse ancora fatto, si barrichi in casa. Altri seguano l’esempio dei fuggitivi. Quelli che hanno gridato per tempo: “la città è assediata!”. Quelli che si sono limitati a brontolare: “è una vergogna”, quelli che hanno seguito con terrore l’escalation dei segnali stradali, delle barriere, dei divieti di entrata e uscita. Perché lo sapete cos’è successo, no? Sono arrivati gli alieni. Proprio qui, nel cuore della città antica, nel salotto del Rinascimento.

Si sa, gli alieni non guardano in faccia a nessuno, dove atterrano atterrano e allora accade quello che sta succedendo oggi: strade vuote, polizia dappertutto, ululati di sirene, assembramenti di cittadini spaventati, scuole chiuse, elicotteri che volteggiano sopra i tetti e televisioni di tutto il mondo pronte ad assieparsi sul sagrato del Duomo. Alla ricerca di loro, gli stramaledetti alieni, piombati giù da qualche stella lontanissima, con le loro insospettabili astronavi. Chi l’avrebbe mai detto che gli extraterresti viaggiassero in bicicletta?

Chiaro che non sono bici qualsiasi, quelle comuni per intenderci: hanno telai sottili, leggerissimi, con ruote senza raggi che somigliano alle lame rotanti dell’antico Goldrake, emettono un sibilo sinistro e quasi non toccano terra. Non hanno impedimenti, freni, catene. Devono volare come razzi o proiettili, a una velocità siderale, magicamente senza motore, rumore, carburanti, senza accensioni né esplosioni. Ah, la sapienza aliena!

Ed eccoli, i mostri. Occhi da mosca, teste oblunghe, corpi umanoidi ma sottilissimi, avvolti in tute scintillanti, dai colori accesi come vespe o calabroni o farfalle, ma somiglianti a enormi locuste, il nostro peggior incubo. Visione dantesca: un girone con sciami di giganteschi insetti che caccia i peccatori dai loro comodi sedili di auto e moto, costringendoli a scarpinare, girare in tondo dietro transenne invalicabili… Sorge inevitabile la domanda: cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo?

Il merito è della città antica, della bellezza di strade e piazze che furono pensate come scenografie e che, liberate dalle moto e dalle auto, riprendono respiro, ampiezza, luminosità. E’ uno spettacolo mozzafiato ammirare le bici volanti che sibilano come frecce scagliate da un arco invisibile, una visione di pochi istanti, come il passaggio di una cometa.  Quel suono ventoso, la nota acuta di flauto o violino, non l’avverti sprofondato sul divano di casa davanti a uno schermo. Ti arriva solo quando sei lì che aspetti alle transenne, e hai un Incontro Ravvicinato del Terzo Tipo con le bici volanti.

D’accordo, dirai, ma il ciclismo non lo segui, non t’interessa, non ne sai niente. Cosa hai fatto per meritartelo, allora?

Niente, a volte capita di avere un regalo inaspettato. A volte il regalo è impegnativo, qualcosa che ti costringe a pensare o muoverti in un altro modo, che ti obbliga a cambiare abitudini, orari, e si sa quanto disturbo e ansia suscitano i cambiamenti. Allora, invece che fare lo struzzo con la testa sotto la sabbia, perché non fare un’esperienza nuova? Perché non godersi le giornate piene di sole e di silenzio in centro e in periferia, senza continuare a ripetere che è troppo? Non è invece una rivelazione la nostra città, sgombrata dalle solite avvilenti torme di traffico, soffocata dai fumi, preda di moto e camion, furgoni e pullman? Proviamo a seguire la scia delle comete che in questi giorni ci attraversano, magari sul loro esempio saliamo su un sellino, impariamo ad amare la bici.

ciclistaEccoli! Sono arrivati i campioni del Mondiale di Ciclismo che si tiene a Firenze.

Giornate bellissime, estive, con i palazzi che scintillano sotto il sole, le strade sgombre, e un gran silenzio soprattutto in centro.

A perte gli atleti, tantissimi cittadini sono saliti sul sellino e via per le strade, mostrando come potrebbe essere sempre la città, senza moto, senza auto. Qualcuno ha detto provocatoriamente che da tempo è stato inventato il motore e quindi non ha senso tornare a piedi o sui velocipede.

Da tempo è stata inventata anche la bomba termonucleare, non per questo siamo autorizzati a usarla.

Domani posto il mio contributo uscito oggi su Repubblica, nelle pagine di Firenze.

avalloneBellezza di nome e di fatto è la protagonista dell’ultimo libro di Silvia Avallone, Marina Bellezza. Volete qualche dato? Eccolo qua: una “ragazza bionda, alta un metro e settantacinque, di una bellezza innata pari alla furia di un uragano, con tutti gli uomini ai suoi piedi”. Caspita. Magari uno potrebbe spiegarmi cos’è questa bellezza “innata pari alla furia di un uragano”: bellezza o orrore?

Sinceramente sono perplessa nella lettura di questo romanzo, mi piacerebbe sentire cosa ne pensano le giovani lettrici. Magari loro saranno entusiaste di questo romanzo, dove Andrea il ricco ha amato Marina la Bellezza quando erano piccoli e “si erano amati, menati, odiati, baciati per sei anni” come in una canzone di Celentano. E’ scritto proprio così, come pezzi di canzone melodica, con qualche incursione cruda alla Tarantino, come il povero cervo preso a calci dai ragazzi che l’hanno investito, e poi chiuso ancora vivo e morente nel portabagagli dell’auto.

Qualcuno mi può dare qualche buon motivo per andare avanti? Guardate che sono partita, come si dice, con grandissimo credito per l’autrice di “Acciaio” che mi era piaciuto e avevo caldamente consigliato. Però a volte scrivendo non si migliora, anzi.

mammaimperfettaSono una di quelle persone che non riescono a raccapezzarsi tra la selva di tivù, dove peraltro imperano trasmissioni di zuffe o di talent di ogni tipo (anche fumettisti allo sbaraglio). Però, da due giorni seguo con gran gusto una miniserie che dura 8 minuti (ore 21 circa) su Rai2, Una mamma IMperfetta, scritta dal bravo Ivan Cotroneo.

Intanto c’è un’attrice di spessore, Lucia Mascino, credibile, simpatica, in cui tante donne si riconosceranno. Ci sono piccole situazioni quotidiane, attinte dalla vita delle persone normali (non ambienti chic o intellettuali o disgraziatissimi o borderline), svolte come tanti piccoli “problemi” in varie pagine di un blog (infatti la serie è stata lanciata sul web qualche mese fa).

Situazioni brevi, senza ammazzamenti o tragedie, a riprova che si può parlare anche della semplice “commedia umana”, dalla parte delle donne. La brevità permette anche di sfuggire alle interruzioni pubblicitarie, ormai una via crucis.