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Archivio mensile:ottobre 2013

dunneL’amicizia raccontata con nostalgia e incanto da Catherine Dunne  in La grande amica (Guanda, 2013) è giovane e potente al punto da cambiare non proprio la vita ma il punto di vista, la sensibilità della protagonista e io narrante Miriam che, a sedici anni, va a lavorare in un albergo per i mesi estivi.

E’ il 1973, siamo a poche decine di chilometri da Dublino, sulla costa, ma a Miriam sembra di andare lontanissimo, e quei tre mesi la faranno crescere, cambiare, lei unica figlia in una famiglia di tutti fratelli, con una madre severa e un padre brusco ma comprensivo, e un destino già segnato di vice-mamma all’interno di una famiglia maschile.

Ma al mare, in albergo, c’è la folgorazione nella figura di una ragazza più grande, bellissima e disinvolta, appunto “la grande amica” che cancellerà i resti dell’infanzia di Miriam con le sue timidezze e le paure, facendola diventare una ragazza spigliata, pronta a vivere una piccola avventura di nascosto dai genitori e cioè un breve viaggio in Cinquecento, loro due sole, libere.

La citazione a “Il grande amico” del titolo in realtà è nella versione italiana, perché il titolo originale è “Heart of Gold”, come l’album di Neil Young che le ragazze ascoltano, rapite. Ma è giusta, perché il racconto (un po’ strano chiamarlo “romanzo” come in copertina) sa trasmetterci la pienezza, la gioia, la fiducia e la sensazione di “tornare a casa” che offre l’amicizia femminile (il “cuore d’oro” femminile), sebbene il risvolto sia amaro e sia legato alla stilla di veleno del tradimento.

Un libro che si legge d’un fiato.

seicomeseiFrancamente non è facile recensire Sei come sei (Einaudi), l’ultimo romanzo di un’autrice di valore come Melania Mazzucco. Il titolo (che per altro mi ricorda la canzone di Morgan “Sono come sono”) e la copertina danno l’impressione di essere un libro per adolescenti o come si dice oggi young adults. Bene, non lo è, posso garantirvelo. Intanto la protagonista è piccola, ha undici anni e mezzo, ma è saggia e acuta come una donna, anzi una scrittrice ultraquarantenne, sarà per questo che dichiara di voler fare, da grande, la scrittrice. Essendo piccola, il lettore sui quindici anni si sente sollevato dal leggere una storia così complicata e verbosa in modo classico, da metà Novecento, un romanzo a tesi sulla trasformazione delle famiglie oggi, quasi un manifesto per ribadire che sull’amore non si possono mettere etichette o barriere.

Il tema “forte” in sé sarebbe bastato: appunto, la figlia di due papà, con tutto quel che significa oggi, ancora, in Italia. Invece qui c’è  materiale per altri dieci romanzi: la morte di uno dei due, la ricerca d’identità della bambina quasi omicida di un compagno di classe, la mamma biologica armena (cioè appartenente a uno dei popoli più sfortunati della Terra), la coppia molto speciale di uomini formata da un musicista “emergente” e uno studioso della Bibbia tutta narrata in analessi, quindi all’imperfetto o trapassato, in lunghe digressioni rispetto alla scena di ricongiungimento tra figlia e padre (il vedovo) dopo anni di lontananza forzata.

La mia impressione è che sia mancato quell’elemento apprezzabile che è la leggerezza, chiamiamola anche ironia, e che intorno a Eva tutto sia un po’ troppo pesante, faticoso, drammatico, a partire dal suo nome, Eva, la prima donna, ovvero prima donna “concepita” da due uomini. Vista l’intelligenza superiore della bambina, tanto valeva chiamarla Atena, che già 2500 anni fa fu partorita dalla testa di Giove.

IERI E’ USCITO IN LIBRERIA IL MIO NUOVO ROMANZO IO, LA DANZA LE AMICHE E PAPA‘, PUBBLICATO DA IL CASTORO (MILANO):

DANZA

 

Bianca sa che la danza è il suo destino. Ora deve solo convincere gli altri. Un romanzo appassionante e coinvolgente, una storia sulla fatica di crescere (a qualsiasi età), sul diritto di ognuno di coltivare sogni e sull’importanza della tenacia che serve per inseguirli

Bianca ha tredici anni e vuole fare la ballerina. Non è un capriccio, sente che quello è il suo talento, e il suo destino. I grandi si oppongono, ma quando finalmente riesce a convincere tutti, resta un problema: vivere lontano dalla famiglia. Come fare? Dopo dubbi e riflessioni sarà il papà a decidere: si trasferirà in città insieme a lei, portandosi dietro il suo lavoro di libero professionista. Ma non sa che cosa lo aspetta…

Inizia così per loro una grande avventura di convivenza e conoscenza reciproca, non sempre facile, tra scarpette da danza e tutù, di nuove amicizie e nuovi incontri, ma anche di difficoltà lavorative e scolastiche. Un anno indimenticabile, da cui usciranno entrambi un po’ cresciuti. Paola Zannoner ci guida nel magico mondo della danza e ci fa conoscere Bianca, una ragazza sognatrice guidata da forte determinazione, e Art, suo papà, che decide di mettersi in gioco pur di supportarla nell’inseguimento di un sogno e nell’inevitabile confronto con la realtà vera.

Passando davanti a una scuola superiore occupata dagli studenti, leggo sullo striscione: We don’t need no education. Lì per lì scuoto la testa e mi dico: Come sarebbe che non hanno bisogno di formazione, di educazione scolastica? Non basta già tutto il divertimento coatto, le informazioni effimere, la superficialità che li avvolge?

Più che una dichiarazione, fra l’altro vecchia di quasi quarant’anni per la citazione di The Wall dei Pink Floyd, mi sembra un grido di dolore: non abbiamo bisogno di educazione in questa società che non sa che farsene, non abbiamo bisogno di saperi in un mondo che li cancella costantemente, non c’è bisogno di cultura nella civiltà della non-cultura.

la-civiltà-dello-spettacoloE qui mi riferisco al saggio di Mario Vargas Llosa, il premio Nobel della letteratura che nel suo “La civiltà dello spettacolo” appena pubblicato (Einaudi) spiega come davvero la nostra società abbia a poco a poco cancellato la cultura e la sua complessità che prevede studio e disciplina, memoria, approfondimento, passione, per sostituirla con una pseudo-cultura fatta di frivolezza, curiosità, notizie e informazioni effimere, che svaniscono subito, una sub-cultura televisiva, di puro intrattenimento dove “il comico è sovrano” e davvero decide pure le sorti economiche o politiche di nazioni intere.

We need education, dovrebbero scrivere gli studenti, e pretendere di essere considerati studenti, persone che si nutrono di conoscenza, perché senza quel nutrimento la nostra vita, affidata alla tecnologia, diventa insensata, materiale e sostituibile. E di fronte alle inevitabili disgrazie o malattie o difficoltà, non abbiamo difese né risorse e non possiamo farci semplicemente una bella risata.

 

 

oblate-bambini1renziEcco la nuova sezione bambini e ragazzi della Biblioteca delle Oblate di Firenze, inaugurata stamattina dal sindaco Matteo Renzi (nella foto a destra, con l’assessore alla cultura Sergio Givone)

E’ uno spazio molto bello, luminoso, solare, pensato per diverse fasce d’età, dai piccoli ai ragazzi. Dalle porte si accede  al bellissimo giardino rinascimentale (quello con le arcate nella foto sotto).

oblate-bambini2E’ un segno di grande apertura e civiltà, e direi anche di speranza, che si costruiscano e amplino, migliorino, abbelliscano le biblioteche, come spazi di incontro, lettura, partecipazione, formazione. Le biblioteche sono oggi ancor più una risorsa, in un periodo di difficoltà economica: permettono di accedere ai libri gratuitamente, offrono spazi per lo studio, la ricerca, incontri, accesso alla rete, wi-fi, contribuiscono a farci sentire meno soli e ci ricordano che leggere e studiare sono forti strumenti di conoscenza e di arricchimento personali e sociali.

carrére2Emmanuel Carrère è lo scrittore contemporaneo che sa oltrepassare la cortina delle apparenze, della fantasia, delle menzogne anche letterarie per mettere a nudo la propria debolezza, quel senso di fallimento che lo perseguita (e che lo fa identificare in Limonov, di cui ho già parlato), e che ha distrutto anche un grande amore. Sa raccontare con sincerità e pathos, e ne esci commosso, trasformato. Sono pochissimi gli scrittori capaci di tanto, perché molti (e io mi metto tra questi) fanno il loro mestiere in modo più artigianale, meno personale, si limitano a narrare un storia – propria o altrui – senza mettere in gioco la propria vita e i propri affetti intimi.

La vita come un romanzo russo (Einaudi 2010) racconta come al solito in prima persona un viaggio in Russia alla ricerca di un sopravvissuto ungherese, un viaggio divenuto poi una ricerca delle proprie radici mai ben definite, di un nonno georgiano emigrato in Francia, un uomo strano, cupo, depresso, in cui l’autore ritrova alcuni aspetti del sé, come un’ombra proiettata nei decenni sulle generazioni future. Il viaggio in una città atroce della Russia contemporanea s’intreccia alla fine dolorosissima di un amore, causata non tanto dal tradimento, quanto dall’incomprensione e l’egocentrismo di Carrère, un egocentrismo purtroppo caratteristico di molti artisti, che parlano solo di sé e tutto riportano alla loro opera, ai loro travagli, e, non dovendo andare in un preciso luogo di lavoro, se non scrivono, elucubrano, ma anche se scrivono elucubrano, perché il mestiere è anche questo: elucubrare.

Eppure in queste elucubrazioni, nelle fantasie diventate un articolo scandaloso su una rivista, nella ricerca di una storia per un film, nel travaglio di un sé frammentato, spezzato, ricomposto, rintracciamo l’autenticità di una voce che anziché fornirci illusione o consolazione romanzesca, ci mostra come la realtà disattenda sempre le aspettative e ricami un’inaspettata storia su di noi.