romanzo russo

carrére2Emmanuel Carrère è lo scrittore contemporaneo che sa oltrepassare la cortina delle apparenze, della fantasia, delle menzogne anche letterarie per mettere a nudo la propria debolezza, quel senso di fallimento che lo perseguita (e che lo fa identificare in Limonov, di cui ho già parlato), e che ha distrutto anche un grande amore. Sa raccontare con sincerità e pathos, e ne esci commosso, trasformato. Sono pochissimi gli scrittori capaci di tanto, perché molti (e io mi metto tra questi) fanno il loro mestiere in modo più artigianale, meno personale, si limitano a narrare un storia – propria o altrui – senza mettere in gioco la propria vita e i propri affetti intimi.

La vita come un romanzo russo (Einaudi 2010) racconta come al solito in prima persona un viaggio in Russia alla ricerca di un sopravvissuto ungherese, un viaggio divenuto poi una ricerca delle proprie radici mai ben definite, di un nonno georgiano emigrato in Francia, un uomo strano, cupo, depresso, in cui l’autore ritrova alcuni aspetti del sé, come un’ombra proiettata nei decenni sulle generazioni future. Il viaggio in una città atroce della Russia contemporanea s’intreccia alla fine dolorosissima di un amore, causata non tanto dal tradimento, quanto dall’incomprensione e l’egocentrismo di Carrère, un egocentrismo purtroppo caratteristico di molti artisti, che parlano solo di sé e tutto riportano alla loro opera, ai loro travagli, e, non dovendo andare in un preciso luogo di lavoro, se non scrivono, elucubrano, ma anche se scrivono elucubrano, perché il mestiere è anche questo: elucubrare.

Eppure in queste elucubrazioni, nelle fantasie diventate un articolo scandaloso su una rivista, nella ricerca di una storia per un film, nel travaglio di un sé frammentato, spezzato, ricomposto, rintracciamo l’autenticità di una voce che anziché fornirci illusione o consolazione romanzesca, ci mostra come la realtà disattenda sempre le aspettative e ricami un’inaspettata storia su di noi.

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