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Archivio mensile:novembre 2013

Chi immaginate nei panni di Arlecchino tra gli attori italiani?

Per esempio, direi Elio Germano oppure un comico tipo Giacobazzi, ma sarebbe abbastanza ovvio. Invece, a sorpresa, Arlecchino è interpretato da un attore grande e grosso, bruno, affascinante, che ha magistralmente vestito i panni di uomini duri e spietati, come il Libanese in Romanzo Criminale o duri e sportivi come Regazzoni in Rush.

Favino_arlecchino--190x130Sì, si tratta di Pierfrancesco Favino che ha prodotto e curato la regia di Servo di due padroni (da Goldoni), dove recita la parte di un Arlecchino moderno, ma sempre veneto, affamato, furbastro, e con una vocetta di testa che mostra ancora una volta l’ampia gamma recitativa, la versatilità e la qualità di uno dei nostri migliori attori.

Il quale ci offre un tocco di Broadway con uno spettacolo ricco, brillante, cantato e ballato, con musica dal vivo di un quartetto formidabile, e una compagnia che funziona alla perfezione. Due ore e mezza che volano in un teatro pieno di ragazzi, finalmente. E soprattutto con un’operazione intelligente, di collocazione storica agli anni ’30 di musichette allegre, radio, trii femminili, tra camicie nere che compaiono sullo sfondo, a dare qualche sprazzo di storia di una cultura italiana che ha sempre dovuto sottostare a censura, cercando possibili scappatoie in sottintesi o doppi giochi.

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foto 2Sarà che sono stata bibliotecaria e critico letterario, ma trovo che intervistare un autore soprattutto pubblicamente, con la presenza attenta e partecipata delle persone, sia un’esperienza stimolante e felice, un ritrovarsi e sentirsi parte di quella comunità pensante ed esigente che sono i lettori.

Così, venerdì sera, con il gelo improvviso calato sull’Italia, mi sono sentita assai fortunata di intervistare e far parte del pubblico  venuto nella sala dell’Abbondanza di Massa Marittima per ascoltare Cristina Comencini parlare del suo lavoro di scrittrice e regista, del suo metodo, della sua ricerca, con passione e verità, con energia, competenza e lucidità, intelligenza, sentimento.

Letteratura e cinema d’autore permettono riflessioni profonde, che integrano frammenti autobiografici con immaginazione, studio, osservazione. Comencini ci ha parlato di come le nascono le sue storie: da concetti che le interessa sviluppare, conoscere, comprendere, da sentimenti prima ancora che da figure o storie, sentimenti che diventeranno in seguito personaggi e relazioni.

Comencini è l’autrice per eccellenza delle relazioni contemporanee, dello scenario complesso, nuovo, profondamente cambiato negli ultimi trent’anni in Italia, trasformato per la radicale mutazione antropologica della donna, un cambiamento impressionante, avvenuto nell’arco di pochi decenni che ha scardinato un ruolo cristallizzato da secoli.

Perciò parlare con Comencini significa ampliare l’orizzonte letterario e cinematografico alla psicologia, la sociologia, l’antropologia, la politica, la filosofia, perché i suoi testi – letterari, cinematografici e teatrali – chiamano in causa introspezione psicologica, conflitti generazionali e dinamiche interpersonali, la scena sociale, il mutamento di costumi e il soggetto politico femminile.

Poi, c’è una piccola nota personale: come scrittrice, come donna italiana, sono fiera di una autrice di grande spessore in un panorama letterario e cinematografico che si appiattisce sulla televisione e sulla sua grande superficialità e che pretende di confondere il valore culturale con quello merceologico. Quando si sente vibrare le parole profonde e appassionate di un’autrice di calibro (una tra le rarissime registe italiane, che sa confrontarsi con i diversi media), si sente, si vive la differenza, la necessità che qualcuno ci coinvolga in viaggi introspettivi e concettuali, ci restituisca a noi stessi.

(la foto che ho pubblicato è stata scattata dallo scrittore Sasha Naspini, confuso tra il pubblico)

 

I libri di Elena Ferrante hanno questa capacità di risucchiarti dentro le pagine, anzi tra le righe, facendoti partecipare con ansia e commozione agli accadimenti, in modo tale che è difficilissimo staccarsi dalla lettura, riporre il libro e attendere magari il giorno dopo o la sera dopo, per rituffarsi nel magma caldo, pulsante, delle parole, delle frasi che sanno evocare sentimenti forti, violenti, cattivi, con l’uso di termini volgari dentro una forma pulitissima di scrittura attenta, precisa, piena, ricca, una scrittura mai compiaciuta di sé, ma concentrata a esplorare e mettere a nudo sentimenti e pulsioni, a esprimere il rimosso, ciò che non si dice o si nega.

ferranteIn quest’operazione di esplicitazione, Ferrante racconta il percorso delle donne negli ultimi cinquant’anni, attraverso la relazione tra le due amiche Elena e Lila, la studiosa e la geniale, la liberata, diventata scrittrice di successo e finalmente fuggita dal rione poverissimo dove è nata e la cattiva ragazza, la libera d’azione e di pensiero Lila, indomita, pronta a pagare prezzi alti per la non sottomissione al codice patriarcale e maschile, e, trattandosi di Napoli, anche mafioso. Ecco dunque il terzo romanzo e terzo episodio de L’amica geniale, intitolato Storia di chi fugge e di chi resta (edizioni e/o), dove le due amiche e due facce di un femminile che ha trasformato la vita sociale italiana, seguono i loro percorsi diversi e complementari, l’una di donna intellettuale l’altra di proletaria, sullo sfondo di un paese percorso dalle lotte politiche e dalle battaglie civili degli anni ’70 fino ad arrivare al nuovo millennio.

Una storia che non ha nulla di eroico, benché eroica a volte appaia Lila, l’irriducibile, ma anzi, mantiene un tono malinconico, disilluso, e poco speranzoso. Le donne hanno conquistato qualcosa, ma il mondo non è migliorato, anzi. Nelle prime pagine, la scrittrice lo dice chiaro e tondo che se da giovane pensava fosse il rione napoletano un luogo brutto e impossibile, da adulta ha capito che è il mondo umano in generale a essere così asfittico e intollerabile e “l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose”. Un tono pessimistico che non lascia adito ad alcuna possibilità, forse nemmeno alla narrazione che in una simile ottica appare come una bottiglia lanciata nel mare, che pure molti (e non uno solo) sono pronti ad afferrare.

 

 

 

prima-neveEffettivamente, oggi sembra sia caduta la prima neve sull’Appennino. Ma non è di questa condizione atmosferica che voglio parlare (benché con una stagione calda lunga come quest’anno, il freddo e la neve sono festeggiati come un miracolo), bensì del film, seconda opera di finzione del regista Andrea Segre, La prima neve. Che ho visto in una sala parrocchiale, perché oggi le sale (poche) sono occupate dai soliti blockbuster che vanno sul sicuro: filmoni rombanti per un pubblico giovane e bisognoso di ammazzamenti stellari o soprannaturali, a meno che non si vada in massa a farsi quattro risate con Checco Zalone, cioè si vada al cinema per vedere la televisione.

Invece, il film di Segre è pacato, soffice come le foglie che cadono nell’autunno spettacolare del Trentino, colorato di rosso e d’oro come una pala trecentesca, dove i migranti sono accolti con benevolenza e si affida loro mestieri semplici e legati alla terra, gli stessi mestieri che fanno gli autoctoni, non, come recita la solita tiritera, a svolgere mansioni che gli italiani non fanno più.

Siamo in una terra bella e antica, fatta di villaggi, di miele e legno, di case con il camino, come nelle fiabe. Ma a differenza delle fiabe, non ci sono orchi né lupi, e “l’uomo nero” è venuto da lontano portando chiuso dentro di sé un profondo dolore che suscita rispetto e compassione. Poi, è una terra dove si parlano da secoli molte lingue diverse, così se Dani lo straniero parla toghese, il piccolo Michele parla in dialetto, la mamma italiano e fra loro i migranti parlano francese, dunque si evidenzia non l’estraniamento linguistico, ma la mescolanza. Nota originale nel panorama cinematografico italiano che affronta il tema della migrazione in toni drammatici, anche autoflagellanti e non sempre raggiungendo l’obiettivo che si prefigge, cioè la comprensione civile. Questo film, con la sua bellezza visiva, con la sua storia di dolore e d’amicizia, di semplice umanità, lo sa fare.

 

Come annunciato ieri, oggi pomeriggio ho presentato il libro per ragazzi di Marco Vichi, La notte delle statue (Salani) in occasione di una festa-presentazione collettiva nella libreria Castalia di Firenze.

vichiOriginariamente, Marco aveva scritto questa fiaba moderna, il viaggio notturno e magico di un bambino dentro il “giardino delle meraviglie” di Boboli (riconoscibilissimo benché non citato esplicitamente) su “un quadernone, come facevo allora. Il giardino lo conoscevo molto bene, tanti anni fa si entrava senza pagare un biglietto e io vi andavo spesso. Una mia amica, laureata in storia dell’arte mi aveva dato lo spunto, dicendo che sarebbe stata bella una storia dove si animavano le statue classiche, famose, del giardino rinascimentale. E’ bastato questo spunto perché io immaginassi subito una storia.”

Ma il libro non è stato pubblicato subito, nel frattempo Vichi ha intrapreso una carriera di scrittore di noir e romanzi d’investigazione, e la fiaba magica era stata messa da parte. Finché quest’anno, Marco ha deciso di riprendere in mano quel lavoro, rivederlo, e “usando l’esperienza trentennale di narratore, realizzare un libro in collaborazione con un artista che spesso illustra le copertine dei miei libri, Francesco Chiacchio.”

Una storia che ha il grande vantaggio di essere senza tempo, oltre che per ogni età, e dunque senza quella specie di data di scadenza che sempre più spesso ha la narrativa per ragazzi, dove, citando idiomi del momento e gadget presto “obsolescenti”, si rischia di finire invecchiati prima ancora di essere pubblicati.

la-notte-delle-statueLa notte delle statue (Salani) segna l’esordio di Marco Vichi, apprezzatissimo autore di romanzi soprattutto d’investigazione (celebre la sua “serie” incentrata sulla figura del commissario Bordelli e ambientata nella Firenze degli anni ’60 dello scorso secolo), nella letteratura per ragazzi.

Si tratta di un bel libro illustrato dalle matite suggestive e oniriche di Francesco Chiacchio, che sviluppa una fiaba fantastica e notturna, ambientata nel giardino di Boboli, dove le celebri statue classiche, di cavalli e bellissime fanciulle, giganti e bambini paffuti a cavallo di pesci strampalati, prendono vita, scherzano, danzano, intorno al piccolo Gigo che si è smarrito nel giardino ed è rimasto lì durante la notte.

“Io ai bambini ci credo e quello che racconterò l’ho sentito uscire dalle labbra di un bambino” così inizia la fiaba. Ne parliamo domani con Marco Vichi alla Libreria Castalia di Firenze (via Romana 153r) alle 16,30 in occasione della doppia presentazione: del mio “Io la danza le amiche e papà” e de “La notte delle statue”