prima neve

prima-neveEffettivamente, oggi sembra sia caduta la prima neve sull’Appennino. Ma non è di questa condizione atmosferica che voglio parlare (benché con una stagione calda lunga come quest’anno, il freddo e la neve sono festeggiati come un miracolo), bensì del film, seconda opera di finzione del regista Andrea Segre, La prima neve. Che ho visto in una sala parrocchiale, perché oggi le sale (poche) sono occupate dai soliti blockbuster che vanno sul sicuro: filmoni rombanti per un pubblico giovane e bisognoso di ammazzamenti stellari o soprannaturali, a meno che non si vada in massa a farsi quattro risate con Checco Zalone, cioè si vada al cinema per vedere la televisione.

Invece, il film di Segre è pacato, soffice come le foglie che cadono nell’autunno spettacolare del Trentino, colorato di rosso e d’oro come una pala trecentesca, dove i migranti sono accolti con benevolenza e si affida loro mestieri semplici e legati alla terra, gli stessi mestieri che fanno gli autoctoni, non, come recita la solita tiritera, a svolgere mansioni che gli italiani non fanno più.

Siamo in una terra bella e antica, fatta di villaggi, di miele e legno, di case con il camino, come nelle fiabe. Ma a differenza delle fiabe, non ci sono orchi né lupi, e “l’uomo nero” è venuto da lontano portando chiuso dentro di sé un profondo dolore che suscita rispetto e compassione. Poi, è una terra dove si parlano da secoli molte lingue diverse, così se Dani lo straniero parla toghese, il piccolo Michele parla in dialetto, la mamma italiano e fra loro i migranti parlano francese, dunque si evidenzia non l’estraniamento linguistico, ma la mescolanza. Nota originale nel panorama cinematografico italiano che affronta il tema della migrazione in toni drammatici, anche autoflagellanti e non sempre raggiungendo l’obiettivo che si prefigge, cioè la comprensione civile. Questo film, con la sua bellezza visiva, con la sua storia di dolore e d’amicizia, di semplice umanità, lo sa fare.

 

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