lonely people

still-lifeLook at all the lonely people, cantavano i Beatles cinquant’anni fa. E così il film di Uberto Pasolini, Still Life, sembra ricalcare questa famosa, bella e dolente canzone scritta e interpretata da ragazzi per lo più allegri e dediti all’amore e alla “revolution” giovanile di costumi e diritti, ma che appunto in Eleanor Rigby parlano di morti in solitudine, di gente dimenticata e funerali solitari (nobody knows). Di questo tratta Still Life, che noi traduciamo con “Natura morta”, ma significa pure “Ancora in vita”, un film triste sulle morti in totale abbandono, di chi già da tempo si era alienato dalla vita sociale e dalla rete affettiva delle relazioni.

A un certo punto mi pare persino che i Beatles siano citati, in questo film inglese tutto in stretto accento british, quando appunto il ragazzo scapigliato addetto all’obitorio dice al protagonista, un ometto tutto precisino che cerca di dare dignità alle sepolture: “you don’t belong to all this”. E allora qual è il nostro posto? Da dove veniamo? Where do they all come from? Where do they all belong? Non sono le domande della vita? Da dove vengono, qual è il loro posto? E qual è il ruolo, lo scopo dell’esistenza? L’inquadratura con le donne che si abbracciano intorno a una bambina in carretto sembra dire che è quello lo scopo, l’amore che stringe le persone, le fa riunire, le fa trionfare sul cimitero, dà dignità a qualsiasi vita, ben oltre la morte.

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