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Archivio mensile:febbraio 2014

libriPer anni, bibliotecari e insegnanti, scrittori, librai, lettori, non abbiamo fatto altro che ripetere l’importanza di attivare nei più giovani “il piacere della lettura”. Sembrava così facile! Non “il piacere del testo” di cui parlava l’illustrissimo Roland Barthes e che pretendeva strumenti interpretativi, ma il semplice abbandonarsi alla narrativa, all’intreccio, all’avventura, alla storia!

Già, ma poi si scopriva che ai giovani leggere non sembrava quasi mai questo gran piacere. Che i libri consigliati non erano poi questo gran divertimento, questa bellezza. Erano sempre troppo lunghi, o noiosi, o descrittivi, o qualcos’altro che non era mai piacevole, né positivo.

Leggere prevede infatti uno sforzo. Piccolo o grande che sia, ma uno sforzo di attenzione e oggi è proprio questo sforzo di attenzione che si è scardinato, con l’uso di dispositivi che portano anzi alla distrazione, a non essere mai dove siamo fisicamente, a sentirsi altrove, a non prestare granché attenzione non solo quando passeggiamo o siamo in compagnia di altri, ma nemmeno al cinema, dove scintillano come lucciole gli schermi di chi non ce la fa a reggere neanche un quarto di film senza controllare lo smartphone.

Figurarsi leggere. Trasmutare parole e frasi in immagini, in scene, in personaggi che si muovono e provano emozioni! Come si fa a provare piacere di leggere se non si riesce nemmeno a leggere?

Il fatto è che si legge non per il “piacere di leggere”. Si legge per conoscere, prima di tutto la profondità insondabile di noi stessi, per provare a contattare quel nocciolo ignoto sepolto dentro di noi, per dipanare l’intreccio di emozioni e pulsioni, dare loro un linguaggio e una voce, saperli definire, riconoscere, comprendere. Si legge per imparare quel linguaggio, dargli forma e narrazione, ma si legge soprattutto per saper leggere, per trovare una nostra posizione, un equilibrio, per essere più sicuri di noi stessi, più solidi, e dunque meno volubili e preda di facili manipolazioni, suscettibili di seguire subito il suono del primo pifferaio magico che ci porta via.

Ho letto che, con l’apocalittica preveggenza di alcuni anziani, Philip Roth, lo scrittore americano, immagina che tra vent’anni la lettura sia divenuta un esercizio stilistico pari alla traduzione di una lingua morta. Credo sia l’augurio del capitalismo finanziario, basato sull’ignoranza e la compulsione consumista: un nuovo millennio di barbarie dove restano soltanto pochi drappelli di adepti che leggono, come un tempo i frati medievali. E’ meglio che ci sbrighiamo a togliere l’etichetta del piacere dalla conoscenza. Che è profonda e misteriosa e complessa e difficile, una sfida, un viaggio lungo quanto lunga è la vita, il cui obiettivo non è “il piacere”, ma l’essere e il comprendere, prima di tutto chi veramente siamo.

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ghelliLa notte di San Valentino se n’è andato un caro amico, Giuliano Ghelli, un artista solare e gioioso, che con i suoi quadri e le sue sculture ci ha offerto una visione armoniosa, serena, del mondo.

Ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare Giuliano grazie ad amici comuni e visitare le sue mostre sempre incantevoli, ammirando in più occasioni il suo famoso “esercito di terracotta” formato da busti di donna con frasi incise, un esercito tutto femminile, anziché di guerrieri, e dunque un “esercito della pace”. Giuliano ha dato così il suo meraviglioso contributo alla pace e alla comprensione, a cominciare da quella tra uomini e donne.

Giuliano è scomparso fisicamente, ma non il suo spirito che resta con noi grazie alla sua arte rasserenante e luminosa.

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timiSe le donne comandano, noi uomini cosa facciamo? Facciamo i bambini.

Ecco qua in sintesi il don Giovanni pensiero secondo Filippo Timi, regista e protagonista dello spettacolo omonimo, una rivisitazione da Mozart (per forza, ci sono tutti i personaggi dell’opera, rivisti e corretti in storture varie) con molto eccesso: di volgarità, balletti, nudismo, che fanno ridere e applaudire la platea bambinizzata. Operazione dunque compiuta.

Però. Capirai che scandalo vedere gente nuda sul palco, o sentire parolacce. Non è questo il problema. Il problema è una messa in scena pasticciata, la solita pretesa di essere registi di quasi tutti (ormai) gli attori, con il risultato che quando il mattatore non c’è, gli altri sembrano una filodrammatica, anche attrici brave come la Mascino.

Le donne sono virago dominatrici o indovinate cosa, si sa, è Don Giovanni. Certo, personalmente preferisco che si metta in scena un’opera anziché il trionfo narcisistico di personali ossessioni. A qualcuno sfugge ancora che Mozart era un genio della musica e che nella musica si dispiega la sua potenza simbolica senza tempo e senza barriere, di qualsiasi tipo esse siano.

cohenTutto quel che la critica esalta nell’ultimo film dei fratelli Cohen, A proposito di Davis, può essere detto a suo detrimento. Si è capito che c’è chi fa cinema per ribaltare gli stereotipi cinematografici e qui se la prende con un certo cinema edificante che racconta di gente di talento che dopo molti sacrifici arriva al successo, dunque al riscatto di una vita grama. Invece no, ci dicono i Cohen in questo film. Si può fare gavetta e boheme quanto vi pare e non sfondare mai, perché ci vuole anche quella cosetta non indifferente che si chiama talento.

Così il Davis del titolo, cantante folk proprio degli anni della gavetta di Bob Dylan (che arriva alla fine, tutto sfocato ma si sa che è lui: chi altro volete che canti così?), poca roba era e poca roba rimane, tant’è che il film ha andamento circolare: si conclude dove era iniziato, in un circolo vizioso e infinito, dove rimane chiuso un tizio che oltre di poco talento (e canzoni mortali) è pure presuntuosello e poco grintoso, molla subito appena c’è un po’ di difficoltà.

Uno pensa: vabbé, se ne tornerà a fare il marinaio, suo mestiere. Macché, ha pure perso il brevetto. Magari, come in altre storie, si unirà alla donna che ha amato e dalla quale ha avuto un figlio di cui sa solo dopo due anni. Macché, passa accanto alla cittadina della sua potenziale famiglia e addio.

Allora, si esce abbastanza perplessi e pure infuriati nell’aver visto un film che sembra dire al pubblico di non illudersi e di smetterla di aspettarsi che i film ci diano qualche speranza. Magari gli americani ridono pure di qualche battuta e delle canzoni che imitano il folk d’epoca. Nella sala italiana, ovviamente, era caduto un silenzio di piombo e qualcuno è fuggito molto prima della fine.

deiSe vi chiedessi cosa pensate del copiare a scuola, immagino che sareste tutti d’accordo sul fatto che è antipatico e fastidioso per chi lo subisce e furbacchione per chi lo pratica. Ma certo non lo valutereste una grave infrazione come invece è considerato in altri paesi, dove copiare non è considerato un giochetto, una bambinata, ma una frode, la prima frode che si compie da giovani che, se non mostrata nella sua serietà, diventa un comportamento illecito.

Nel volume assai interessante “Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane” (Il Mulino), Marcello Dei si spinge ben oltre. Definisce il copiare una “devianza” che fa capire bene come mai nel nostro paese siano tollerati evasori fiscali e truffatori, e che non vi sia vergogna per chi danneggia imbrogliando, sfruttando, rubando. Purtroppo, dalla sua impressinante ricerca, emerge che una maggioranza di studenti copiano, a volte (orrore) tra l’indifferenza dei professori, e la benevolenza dei genitori.

Ora, c’è anche da chiedersi come mai non ci inventiamo magari un altro modo di fare scuola e dare una valutazione che non sia meramente matematica e si basi soltanto sul risultato di un compito o un’interrogazione. Che si smetta di fare le medie tra un compito sbagliato e uno giusto e che si lavori in modo meno meccanicistico, legato a una prestazione.

Ho frequentato una scuola davvero d’altri tempi, i prof facevano sfoggio di erudizione, ci davano del lei e ci atterrivano. Copiare era inconcepibile, ma era più soddisfacente e piacevole trovarsi tra noi, con un compagno bravissimo che ci spiegava fisica e, anziché passare il compito, faceva in modo che lo facessimo bene perché avevamo capito. Questa la chiamo solidarietà e crescita, contro la passiva accettazione di un sistema che premia l’imbroglio.e non rende né liberi né coscienti.

A proposito, il mio ex compagno è diventato professore di astrofisica ad Harvard.

riccardo3Riccardo III versione Alessandro Gassman è una messa in scena cupa, buia, in una scenografia vagamente somigliante alla casa e al giardino degli Addams. Riccardo cioè Alessandro è una specie di Frankestein altissimo, con la maschera bianca tipo scheletro, che barcolla in scena ed è abbigliato come un generale, nella commistione di moderno e antico che non si può più sfuggire quando si propongono classici a teatro. Purtroppo, a me ha ricordato anche la “piattola” di Men in black, sarà che anche la piattola gigioneggia con voce teatrale e si muove a scatti.

La storia, si sa, è quella di una strage del re sanguinario, il personaggio più fosco di Shakespeare. Ma varrebbe la pena darne una lettura meno letterale, credo, e trasformarla (sottraendo ogni orpello) nell’assassinio della coscienza, come del resto Shakespeare ci suggerisce, evocando sogni, fantasmi, ammonizioni. Sarà per questo che secondo me funziona meglio il film che Gassman ha tratto dallo spettacolo e che si sofferma sulle scene principali.

Invece, in teatro è tutto rovesciato sul palco e confuso con i costumi un po’ medievali, un po’ settecenteschi, la musica un po’ blues e pop, un po’ sottofondo thriller. Sarà che tra l’altro la faccia truccata di Gassman somiglia a quella di Tim Curry in Rocky Horror Picture Show, ma questo Riccardo III sembra un Ricky Horror Picture Show.

A tutti quelli che mi hanno scritto in questi giorni: abbiate un po’ di pazienza, risponderò a tutti. Sono impegnata a scrivere un nuovo romanzo, con tempi un po’ stretti e non riesco a fare tutto quel che dovrei, scusatemi!

Prometto però che vi scriverò, ciao!