il piacere di leggere

libriPer anni, bibliotecari e insegnanti, scrittori, librai, lettori, non abbiamo fatto altro che ripetere l’importanza di attivare nei più giovani “il piacere della lettura”. Sembrava così facile! Non “il piacere del testo” di cui parlava l’illustrissimo Roland Barthes e che pretendeva strumenti interpretativi, ma il semplice abbandonarsi alla narrativa, all’intreccio, all’avventura, alla storia!

Già, ma poi si scopriva che ai giovani leggere non sembrava quasi mai questo gran piacere. Che i libri consigliati non erano poi questo gran divertimento, questa bellezza. Erano sempre troppo lunghi, o noiosi, o descrittivi, o qualcos’altro che non era mai piacevole, né positivo.

Leggere prevede infatti uno sforzo. Piccolo o grande che sia, ma uno sforzo di attenzione e oggi è proprio questo sforzo di attenzione che si è scardinato, con l’uso di dispositivi che portano anzi alla distrazione, a non essere mai dove siamo fisicamente, a sentirsi altrove, a non prestare granché attenzione non solo quando passeggiamo o siamo in compagnia di altri, ma nemmeno al cinema, dove scintillano come lucciole gli schermi di chi non ce la fa a reggere neanche un quarto di film senza controllare lo smartphone.

Figurarsi leggere. Trasmutare parole e frasi in immagini, in scene, in personaggi che si muovono e provano emozioni! Come si fa a provare piacere di leggere se non si riesce nemmeno a leggere?

Il fatto è che si legge non per il “piacere di leggere”. Si legge per conoscere, prima di tutto la profondità insondabile di noi stessi, per provare a contattare quel nocciolo ignoto sepolto dentro di noi, per dipanare l’intreccio di emozioni e pulsioni, dare loro un linguaggio e una voce, saperli definire, riconoscere, comprendere. Si legge per imparare quel linguaggio, dargli forma e narrazione, ma si legge soprattutto per saper leggere, per trovare una nostra posizione, un equilibrio, per essere più sicuri di noi stessi, più solidi, e dunque meno volubili e preda di facili manipolazioni, suscettibili di seguire subito il suono del primo pifferaio magico che ci porta via.

Ho letto che, con l’apocalittica preveggenza di alcuni anziani, Philip Roth, lo scrittore americano, immagina che tra vent’anni la lettura sia divenuta un esercizio stilistico pari alla traduzione di una lingua morta. Credo sia l’augurio del capitalismo finanziario, basato sull’ignoranza e la compulsione consumista: un nuovo millennio di barbarie dove restano soltanto pochi drappelli di adepti che leggono, come un tempo i frati medievali. E’ meglio che ci sbrighiamo a togliere l’etichetta del piacere dalla conoscenza. Che è profonda e misteriosa e complessa e difficile, una sfida, un viaggio lungo quanto lunga è la vita, il cui obiettivo non è “il piacere”, ma l’essere e il comprendere, prima di tutto chi veramente siamo.

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