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Archivio mensile:aprile 2014

voinonlaconosceteVoi non la conoscete è il titolo di un racconto di Cristina Comencini, pubblicato qualche mese fa (Feltrinelli). Il titolo è tratto da un verso di una vecchia canzone strampalata (Voi non la conoscete ha gli occhi belli… Chi? Eulalia Torricelli da Forlì), ma che sembra ricordare che nessuno è mai perfettamente conoscibile, e ancora meno lo sono le donne, per lo meno donne che all’apparenza sembrano persone semplici, carine, adattabili, docili, poi di colpo rivelano un’inaspettata e incomprensibile violenza.

E’ il caso di Nadia, io narrante di questa storia di rabbia e dolore, che colpisce il lettore con una strategia narrativa classica da thriller: la protagonista è in prigione e il racconto aiuta a dipanare la sua storia, ma non ci spiegherà del tutto la motivazione del percorso di una moglie e madre in una ladra e complice di assassini, in una donna che diventa dura, rabbiosa, maschile, staccandosi sempre più dalla maschera di brava ragazza al punto di parlare di se stessa come di qualcun altro.

E’ il racconto di una terapia, ma è anche e soprattutto un’ottima piece teatrale, per l’asciuttezza del testo e la preponderanza del dialogo. Una piece che Comencini sarebbe bravissima a mettere in scena a teatro. Ce l’auguriamo, soprattutto in un periodo come questo in cui si parla delle orrende condizioni dei carcerati, a dir la verità senza particolari progetti, e nemmeno soluzioni, salvo inviti alla pietà in un paese che di pietà ne ha sempre meno.

 

tortaEcco qua la torta vegana al cioccolato e pere che ho fatto oggi, seguendo una delle ricette del libretto “Vegano alla mano. Le ricette di Poverovegano” appena pubblicate dalla casa editrice Ouverture.

Che vuol dire vegana? Si tratta di una cucina, si potrebbe dire,del tutto vegetariana, senza uso cioè di uova o altri ingredienti di origine animale (latte, burro, latticini…). Uno pensa: va be’, per un primo ci siamo, ma una torta senza uova? E senza margarina, burro, latte?

vam_coversLa ricetta di questo dolce è semplicissima: farina (250 gr), cacao (75 gr in polvere, amaro), lievito (1 bustina), latte di riso (300ml), zucchero di canna (100 gr), pere (2) e cannella (da spolverare sulle pere a pezzetti). La preparazione è abbastanza veloce, la cottura è di 30 minuti in forno a 200°.

Garantisco che la pasta sta insieme e il risultato è ottimo. Non è vero che vegano è snob, anzi, mi sembra sia vicinissima all’antica cucina popolare e povera, molto semplice. E nemmeno che complichi la vita, anzi: meno ingredienti, quindi meno complicazioni.

Non sono vegana, dunque non sto facendo proselitismo. Ma sono curiosa e secondo me vale la pena provare gusti diversi, senz’altro più leggeri.

Ne avevo già parlato qualche tempo fa, ma mi pare utile ricordarlo in questo periodo pasquale, come riflessione personale. Si tratta di un libretto scritto da Amos Oz, uno dei massimi autori israeliani, pacifista e costruttivo. S’intitola How to cure a fanatic (come curare un fanatico), pubblicato dalla Princeton University nel 2006 (la traduzione italiana è a cura di Elena Lowenthal, intitolata “Contro il fanatismo”, ma vedete la differenza? Abbiamo il vizio italiano di fare “pro” e “contro”, quando l’autore parla di “cura”).

fanatismoEbbene, in questo libretto che raccoglie articoli e interventi dell’autore, troviamo qualche utile e semplice indicazione per confrontarsi con il fanatismo e con i conflitti, da quelli familiari o relazionali a quelli nazionali o internazionali.

“Il fanatismo inizia a casa” dice Oz e conclude dicendo: “l’antidoto può perciò essere trovato in casa, praticamente a portata di mano.John Donne dice che nessun uomo è un’isola, ma oserei umilmente aggiungere: nessun uomo e nessuna donna è un’isola, invece ognuno di noi è una penisola, per metà attaccata alla terraferma, per metà a guardare l’Oceano – metà collegata alla famiglia e agli amici e alla cultura e alla tradizione e al paese e alla nazione e al sesso e al linguaggio e a molto altro, e l’altra metà che vuole essere lasciata in pace a guardare l’oceano (…) In un certo senso, in ogni casa, famiglia, in ogni condizione umana o legame umano, ci sono relazioni con un certo numero di penisole. Dovremmo ricordarcelo quando cerchiamo di modellare qualcuno, far cambiare idea a qualcuno, costringere la persona vicina a seguirci mentre quella ha solo bisogno di guardare l’Oceano per conto suo. (…) Una dose di senso dell’umorismo, la facoltà di immaginare l’altro, la capacità di riconoscere le qualità peninsulari ciascuno di noi possono essere almeno un parziale difesa contro il gene del fanatismo che noi tutti conteniamo.”

Buona Pasqua!

Giovedì scorso ho partecipato a un dibattito sul tema dell’uso della bici in città, approfittando del mio buon vecchio libro “Firenze in 4 stagioni” pubblicato da Ediciclo nel 2009. Un libro che piace molto e che per tanti aspetti non è invecchiato, perché offre dei percorsi insoliti in una città famosa come Firenze.

1836654_262494603922892_4806837535779459967_oLa libreria è la “On The Road” di Firenze, tenuta dalla giovane libraria Martina. E qui devo complimentarmi con una ragazza, che oggi decide di aprire una libreria (!!!) in una periferia cittadina sul tema specifico del viaggio. Un’iniziativa che andrebbe benissimo in Germania o in Inghilterra, ma nel “paese dei non lettori” stupisce e suscita una immensa ammirazione.

Non solo, c’era anche un folto pubblico! Interessato a tal punto da rimanere fino alle 20.30, orario che in Italia è praticamente intoccabile. Evidentemente il tema della  bicicletta, della città a mobilità sostenibile e la proposta di percorsi storico artistici da realizzare semplicemente (senza competizioni sportive), per scoprire o ricordare personaggi e pagine importanti della nostra cultura, riesce ad affascinare le persone.

10257897_262494570589562_1663005688227098504_oPubblico qui delle foto tratte dalla pagina facebook della libreria On The Road, con me, Andrea Vannucci (Consigliere Comunale) e Massimo Boscherini (Presidente dell’Associazione “Firenze in bici – FIAB”)

 

 

 

 

Bello l’ultimo romanzo di Francesco D’Adamo “Oh, Freedom” (Giunti), ma con certi autori si può dire che si va a colpo sicuro. oh-freedomBella la storia, attuale in un momento in cui si ricordano le tristi pagine della schiavitù americana (per esempio il film Oscar “12 Anni schiavo”, ma anche “Django”), bella la scrittura, che sa rievocare sia una ambientazione ottocentesca, avventurosa sulla scia di Mark Twain e Stevenson e che sa ricostruire il linguaggio dei protagonisti basato sui testi spiritual, peraltro citati e in parte trascritti nel testo. Belli i personaggi, dal protagonista Tommy (altro omaggio a un classico della letteratura mondiale sulla condizione dei neri, che è la “Capanna dello Zio Tom” di Harriet Becher Stowe, che diventa nella storia Harriet, una schiava eroica…) al magico meraviglioso Peg Leg Joe, cioè Joe gamba di legno, liberatore degli schiavi.

La storia ci racconta un percorso di liberazione, da una piantagione dell’Alabama fino alla “terra promessa” Canada (che ha assonanza con la biblica Canaan) al seguito della Guida Peg Leg Joe, che mostra l’Underground Railroad alla famiglia di Tommy e ad una coppia di giovani sposi, pronti a seguirlo per essere finalmente liberi.

Ma la vera libertà si ottiene con l’emancipazione dall’ignoranza, dunque Tommy deve imparare a leggere e scrivere per diventare a sua volta una Guida liberatrice di altri schiavi. Questo è il messaggio potente di un libro che si legge d’un fiato, per la scrittura concisa, la struttura lineare come una fiaba o anche come una ballata simile ad uno spiritual, dove si può immaginare il viaggio e le sensazioni di Tommy, grazie alla capacità evocativa di un bravo autore.

Chi lo avrebbe mai detto che gli statunitensi fossero il pubblico meno interessato all’arte del mondo? Camille Paglia, docente di studi umani e mass media negli Stati Uniti, accusa il proprio paese di ignoranza, rozzezza e persino sospetto nei confronti degli artisti (considerati “fannulloni” in una società materialista e con il mito degli affari). In questo suo brillante, e per certi versi sconcertante, saggio sull’arte, intitolato “Seducenti Immagini”, edizioni Il Mulino 2013.

Sconcertante perché nell’introduzione la nostra autrice non risparmia i suoi strali a nessuno: al sistema scolastico americano, all’accademia, ai musei che non sanno dialogare con il pubblico … se volesse ampliare la sua visione e venire anche in Italia, culla dell’arte antica e rinascimentale, potrebbe scrivere una nuova enciclopedia delle miserie in cui versa la comprensione e l’apprezzamento dell’arte, oggi.

Ma tornando al libro, è utile raccogliere il consiglio di avere in casa almeno un volume di educazione alla storia dell’arte, soprattutto per i bambini e i giovanissimi, che dell’arte sanno poco o nulla, né certo possono accontentarsi di avere frammentarie e incomplete informazioni dalla rete. Bisogna “reimparare a guardare” attraverso Seducenti immagini“la contemplazione artistica”, ci dice Paglia. Perciò nel libro ci propone un percorso di immagini, dall’antico Egitto fino al cinema contemporaneo di George Lucas, considerato dall’autrice uno dei più importanti artisti contemporanei, per il rinnovamento del linguaggio cinematografico e pittorico.

Certo, per apprezzare questo volume, bisogna avere una buona conoscenza d’arte, cinema, danza e altre discipline artistiche, per poter raccogliere le molte citazioni che accompagnano la sua esposizione, non certo divulgativa, ma critica e interpretativa.

Il saggio di AArte terapialain de Botton e John Armstrong “L’arte come terapia” ci propone una metodologia per avvicinarci e apprezzare l’arte, dall’antichità fino a oggi, che aiuti non soltanto a comprendere la cultura, ma la conoscenza di se stessi e degli altri e a comprendere come l’arte possa essere uno strumento di serenità, di equilibrio e di comprensione di molto altro.

Il libro è corredato da moltissime immagini, tratte da tutto il mondo: molta pittura, ma anche scultura, architettura e le cosiddette “arti minori” come la ceramica. In questo modo si può vedere i capolavori a cui fanno riferimento i due autori ed avere un percorso molto concreto dei temi che trattano. Il libro inizia con “Le sette funzioni dell’arte”, dalla memoria come prima funzione all’apprezzamento passando per il dolore e la conoscenza di sé. In tal modo si capisce come l’arte, oltre che esperienza culturale o mondana, è un’esperienza sensoriale ed emotiva, che oggi può assumere un valore personale anziché una esperienza effimera, come spesso succede (si va ai musei come all’outlet, comprando i cataloghi alla fine, per far vedere che ci siamo stati).

Alain de Botton suggerisce anche quello che potrebbe essere il “museo ideale”, dove anziché percorsi storiografici, per nazionalità  o per autore, sono proposti percorsi sulle emozioni o i grandi temi dell’esistenza. Per esempio la tenerezza. Come scrive l’autore: “Lo scopo fondamentale dei musei non dovrebbe essere insegnarci ad apprezzare l’arte, ma indurci ad amare quello che gli artisti hanno amato ammirando le loro opere: una piccola ma cruciale differenza”.