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Archivio mensile:giugno 2014

pasoliniMi è sempre sembrato così noto e familiare, Pasolini, così presente con la sua bella faccia, oltre che con le sue indimenticabili osservazioni, le poesie e gli articoli, i libri, i film, che non mi sono accorta che, da quando ero ragazza e tutti parlavano di lui, a oggi, la coltre del tempo la ha nascosto, lo ha fatto sparire nella confusione di chiacchiere che ci ostiniamo a chiamare informazione e persino cultura, e che insomma per i giovani, per i ragazzi che sono nati vent’anni dopo la sua morte, quest’uomo non esisteva nemmeno, non diceva più niente.

mostra pasoliniPeccato, perché quel che è stato scritto quaranta, cinquanta anni fa è ancora attuale e commuovente. Dunque, ben vengano mostre come quella di Roma, al Palazzo delle Esposizioni, che ripercorrono gli anni cruciali dell’affermazione di Pasolini come artista, intellettuale, poeta e cineasta, figura tormentata e indomita tra persecuzioni e accuse e censure, intellettuale di un’epoca che non esiste più, forse l’ultimo intellettuale, perché oggi nell’età dell’effimero e dell’insensato, chi come lui esplorava l’esistenza nella profondità e nelle contraddizioni del senso, è più che mai marginale, è del tutto emarginato.

PasoliniRoma_copertinaLa mostra dura fino al 20 luglio, ma chi non potesse andare di persona, può procurarsi il bellissimo ed esauriente catalogo, dove ancor meglio si può soffermare su tutti gli scritti, di tale forza e bellezza che suscitano meraviglia e gratitudine, e commozione. Vi garantisco: anche ai ragazzi del nuovo Millennio.

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jersey boysAttenzione, io non faccio testo quando si tratta di Clint Eastwood. Perché lo considero un regista magnifico, un grande vecchio in grado di fornire ispirazione ed emozione, un uomo che sa esplorare temi esistenziali e sociali con libertà e soprattutto con un modo di girare classico, morbido, ampio, capace di abbracciare lo spettatore e per esempio, con questo Jersey Boys, riportarlo agli anni Cinquanta dello scorso secolo, anni molto epicizzati dalla narrativa americana in generale, letteraria, cinematografica, teatrale, perché sembrano l’adolescenza di un paese, dunque anni spensierati e pieni di promesse che presto si infrangeranno in guerre odiose e nel massacro di una generazione in Vietnam.

Ma qui siamo appunto in un’epoca scanzonata, in cui un gruppo di ragazzi malandrini, che vivono di furtarelli, mettono su un gruppo musicale e si trovano proiettati dentro un successo enorme, tale da fronteggiare addirittura i Beatles, che nel film non compaiono. Non c’è bisogno: si sa chi c’era negli anni ’60 e nei ’70, c’era tutta la storia del rock, dunque anche chi è appena venuto al mondo musicale lo sa, o comunque ha appena visto che una certa band chiamata Rolling Stones e composta da ultrasettantenni è appena stata al Circo Massimo a Roma, tappa di un tour mondiale.

Come tutti i gruppi, anche questo con il tempo si sfalda: cresce la personalità del cantante dalla voce unica, e del compositore che ha firmato successoni come “Sherry” o “I love you baby” (che io ricordavo cantata dalla scintillante Gloria Gaynor), ma quel che resta saldo è il senso e il mito del “gruppo”, dell’appartenenza a un quartiere italo-americano, della provenienza dalla strada e dalla miseria, che spingono il cantante Valli a ripagare una montagna di debiti contratti dall’amico chitarrista.

Come al solito, Eastwood sembra dirci che non si sfugge al nostro destino e che si deve molto sudare e lavorare, e si è fortunati se si è ripagati un poco, sicuramente più dall’arte (e dalla musica) che non dai fragili, complicati rapporti umani.

Ma usciamo dal cinema allegri, per la bella musica, la coreografia elegante e allegra, quel senso di gioia che sa dare una musica da ragazzini innamorati, e il richiamo a Broadway, al musical: Eastwood si è misurato, qui, anche con quello e ha fatto centro.

 

leggere volareOppure crisi nella lettura o della lettura? La lettura si può dire che sia nata in crisi perché quando mai si è avuto un numero di lettori soddisfacente, diciamo in linea con il numero di lettori del resto d’Europa? Mai. Dunque, la crisi non fa che spolpare un osso dove carne non ve n’è mai stata se non a brandelli.

I brandelli erano i numeri in leggera crescita degli anni ’90, quando si investiva un po’ di più nella lettura a scuola. Poi, la frana. Non c’è da stupirsene, quando ormai in una scuola allo stremo si chiudono le biblioteche e si lascia che siano i pochi, volenterosi insegnanti a promuovere – singolarmente e per loro interesse personale – progetti di lettura.

Dunque la notizia di ieri sullo stato pietoso – ma poco preoccupante perché francamente non preoccupa nessuno – della lettura, imputato alla crisi economica, è vero fino a un certo punto. Perché è vero che si deve fare a meno di tante cose, e dunque si taglia l’acquisto dei libri, però i libri sono a disposizione nelle biblioteche, gratis, persino in formato e-book. I libri circolano sempre di più (in punti vendita vari, diffusi), e si parla di libri ovunque, in continuazione, con autori di ogni tipo, non necessariamente scrittori.

Allora, non è la crisi che pesa sulla lettura, è proprio la lettura che pesa, finché la si ritiene un peso, una consegna, e non un’attività spesso più divertente, più socializzante di altre…

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Un secolo fa, io feci una maturità catastrofica.

Frequentavo il liceo classico, che ancora si chiamava liceo ginnasio, e per una inspiegabile scelta masochista che ancora ogni tanto mi capita, scelsi di portare all’esame orale greco e italiano (allora si portavano due materie orali e si sostenevano due esami scritti). Almeno avessi optato per italiano e greco, macché, feci la spaccona e misi greco per prima materia, neanche fossi stata una maniaca della lingua antica, anzi, con il greco avevo ingaggiato fin dal primo anno una lotta appunto greco-romana che si era mitigata con lo studio appassionato del teatro e della letteratura greca.

Ora, si dà il caso che all’epoca la commissione d’esami potesse sostituire la seconda materia, anche se succedeva raramente. Bene, nel mio caso avvenne. Si dà anche il caso che il docente interno che ci portava alla maturità fosse il prof di filosofia e che io avessi buoni voti in quella disciplina. Così, indovinate? Al posto di italiano mi venne data filosofia e naturalmente fui anche una tra le prime a sostenere l’esame. Non ebbi cioè quella settimana o quindici giorni di tempo per “resettarmi”. All’epoca poi il resettaggio non esisteva.

Ovviamente ricordo la maturità come un incubo, peggiore persino del parto! La più orrenda performance della mia vita, e se mi salvai fu grazie all’ottimo tema di italiano. Mi salvò Pirandello che adoravo e che segretamente desideravo di mettere in scena prima o poi (allora m’immaginavo, tra le altre cose, pure regista teatrale). Insomma, mi salvò la letteratura che, come si vede, a qualcosa pur serve.

Meditate, ragazzi: la letteratura ti salva in corner, e magari poi si diventa scrittori.

rohrwacherAlice non abita più nel paese delle Meraviglie, soprattutto se “Le Meraviglie” sono quel casolare fatiscente dove un padre-padrone costringe le figlie a lavorare nell’orto e tra le arnie, senza mai un po’ di distrazione.
(Stiamo parlando del film di Alice Rohrwacher, Le Meraviglie, da un paio di settimane uscito in sala)
Almeno fossimo negli antichi anni ’70 di Gavino Ledda e del suo (appunto) Padre padrone! Si potrebbe consolarsi sui tempi andati… Invece siamo negli anni ’90, c’è Ambra pre-Ozpetek che canta in tivvù una canzoncina-tormentone per le bimbe dell’epoca, ma in Italia tutto sembra sempre arcaico e bloccato, incantato appunto come in una fiaba dove si può anche dormire cent’anni ma ci si sveglia sempre tra gente in abiti irsuti, ignoranza e paura di cambiamenti.
Insomma, Le Meraviglie di Alice Rohrwacher ci meraviglia per un cinema anch’esso semplice e in un certo senso “antico”, considerando la lentezza del racconto e anche la sua incertezza, la sua indefinitezza che è quella (anche) dell’adolescenza, la mancanza di qualsiasi riscatto e anzi, un finale con una casa abbandonata e in rovina, come probabilmente è questa famiglia così faticosa, dove il padre padrone non è un talebano, ma è tedesco, così magari si può riflettere su certi stereotipi.
Un cinema che ricorda Dogma, presa diretta e luci naturali, non-attori, nessun effetto che non sia quello di luci e ombre, magari proiettati sul muro.
Alice Rohrwacher, sensibile e coraggiosa, è stata appena nominata presidente della prossima Giuria di Venezia per la sezione “opera prima”: un bel traguardo per una donna giovane, una delle rarissime registe italiane.

malinconiaSe ne parla spesso, soprattutto a proposito di certa letteratura. Vi sono anche studi seri, come “Sentire l’altro” della filosofa milanese Laura Boella (2006). Ma l’empatia presentata nel romanzo dell’autore bulgaro Georgi Gospodinov in “Fisica della malinconia” (Voland) si porta su un piano diverso, metaletterario: l’empatia è la capacità di immedesimarsi totalmente nell’altro, in chiunque esso sia, umano, animale, pianta o pietra, una capacità che appunto è quella dei narratori, almeno di certi narratori che prestano la loro voce alla vita, alle vite degli altri.
L’empatia di cui si narra è però diagnosticata all’io-narrante come una malattia, che nel tempo si affievolisce e quindi è più forte nell’infanzia e nella giovinezza (“l’immortalità è possibile solo nell’infanzia”), così il narratore oltrepassa il tempo, ha tante vite, giovani e vecchie, e in quel labirinto che è l’immaginazione ha un ruolo preciso, fatale: il Minotauro che sta al centro e tace, capro espiatorio da sacrificare per l’eroismo altrui.
Insomma, non è semplice questo bel romanzo dalla voce unica e molteplice (“io sono libri”), che sa però raccontarci anche la Bulgaria degli anni sovietici, anni lontani, dimenticati, che senza la voce magica di uno scrittore del genere, non si conoscerebbero mai.
P.S. Senza il suggerimento di Tempoxme, non credo sarei arrivata a questo libro!

10301356_244375649094655_2912141466965220264_nDomenico Beccafumi nel 500 la dipinse bionda, truccata con un rossetto carminio e le guance rosee, in un abito simile a un peplo, ma di un colore verde acido cangiante e una sciarpa lilla al collo, i colori per cui il pittore manierista era celebre.
Stiamo parlando della regina etrusca Tanaquilla, che apre la galleria di ritratti nella monografia di Archeo dedicata agli Etruschi e curata dall’etruscologo Giuseppe Della Fina, con cui domani parleremo proprio del taglio narrativo e comunicativo con cui ha scelto di presentarci un popolo antico, che ha segnato un millennio di storia antica italiana e che conosciamo soprattutto attraverso le tombe e le necropoli e gli annessi (sarcofagi, arredi e affreschi di grande fascino).
Ma in questa rivista, l’etruscologo non si limita a fornire lo scenario, a ricostruire la storia e i luoghi. Cerca di calarsi in personaggi realmente vissuti e dare loro voce, corpo, storia per restituirci uno spaccato sociale e esistenziale più vivo, e più vicino a noi, un po’ come l’artista che già cinquecento anni fa aveva tratteggiato un’antica regina come una dama rinascimentale, rendendola luminosa e sensuale, appunto viva.
Ho l’impressione che la donna etrusca sia la figura che più colpisca oggi, come di certo mezzo secolo fa, per il ruolo, la centralità non solo nella famiglia ma nella società, per la cultura e la libertà che aveva.
Ne parliamo domani con Giuseppe della Fina a Firenze, all’Archivio di Stato alle 16.