quattro stagioni

jersey boysAttenzione, io non faccio testo quando si tratta di Clint Eastwood. Perché lo considero un regista magnifico, un grande vecchio in grado di fornire ispirazione ed emozione, un uomo che sa esplorare temi esistenziali e sociali con libertà e soprattutto con un modo di girare classico, morbido, ampio, capace di abbracciare lo spettatore e per esempio, con questo Jersey Boys, riportarlo agli anni Cinquanta dello scorso secolo, anni molto epicizzati dalla narrativa americana in generale, letteraria, cinematografica, teatrale, perché sembrano l’adolescenza di un paese, dunque anni spensierati e pieni di promesse che presto si infrangeranno in guerre odiose e nel massacro di una generazione in Vietnam.

Ma qui siamo appunto in un’epoca scanzonata, in cui un gruppo di ragazzi malandrini, che vivono di furtarelli, mettono su un gruppo musicale e si trovano proiettati dentro un successo enorme, tale da fronteggiare addirittura i Beatles, che nel film non compaiono. Non c’è bisogno: si sa chi c’era negli anni ’60 e nei ’70, c’era tutta la storia del rock, dunque anche chi è appena venuto al mondo musicale lo sa, o comunque ha appena visto che una certa band chiamata Rolling Stones e composta da ultrasettantenni è appena stata al Circo Massimo a Roma, tappa di un tour mondiale.

Come tutti i gruppi, anche questo con il tempo si sfalda: cresce la personalità del cantante dalla voce unica, e del compositore che ha firmato successoni come “Sherry” o “I love you baby” (che io ricordavo cantata dalla scintillante Gloria Gaynor), ma quel che resta saldo è il senso e il mito del “gruppo”, dell’appartenenza a un quartiere italo-americano, della provenienza dalla strada e dalla miseria, che spingono il cantante Valli a ripagare una montagna di debiti contratti dall’amico chitarrista.

Come al solito, Eastwood sembra dirci che non si sfugge al nostro destino e che si deve molto sudare e lavorare, e si è fortunati se si è ripagati un poco, sicuramente più dall’arte (e dalla musica) che non dai fragili, complicati rapporti umani.

Ma usciamo dal cinema allegri, per la bella musica, la coreografia elegante e allegra, quel senso di gioia che sa dare una musica da ragazzini innamorati, e il richiamo a Broadway, al musical: Eastwood si è misurato, qui, anche con quello e ha fatto centro.

 

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