archivio

Archivio mensile:luglio 2014

La città dimenticata ovvero L’Aquila, distrutta dal terremoto del 6 aprile del 2009 e mai ricostruita, sebbene siano state molte le promesse mirabolanti e illusorie di un restauro immediato e della realizzazione di case confortevoli per i cittadini che tutti definirono tanto dignitosi nel loro tremendo dolore.

Ma poi, passano i mesi, passano gli anni e chi volete che si ricordi, che si occupi più di un terremoto, di gente mai tornata a casa sua? Nessuno, tranne la letteratura perché questo è uno dei compiti che la letteratura si assume: ricordare, e disturbare chi vorrebbe tanto non sapere, con la memoria, e la denuncia insita nel solo atto di ricordare, la trascuratezza e l’inganno, il dolore e il presente ancora disperato e assai faticoso.

Bella-mia-Donatella-Di-Pietrantonio-195x300Così, il bellissimo romanzo di Donatella di Pietrantonio, Bella mia (Elliot, 2014), ci spinge invece ad attivare la funzione della memoria e anche quella della riflessione, oltretutto con una scrittura densa, ricca, di quella letterarietà che raramente incontriamo in epoca di racconti di genere. Una scrittura che decolla con incisività e precisione, senza indulgere nel lirismo della prima parte, quando i personaggi sono focalizzati e sembrano prendere per mano l’autrice per farla correre con loro tra le macerie della città fantasma, dove si narra che è rimasta seppellita la sorella gemella della narratrice, madre di un bambino divenuto adolescente fosco, portato dal padre musicista e poco presente a vivere con la zia e la nonna in quelle C.A.S.E. (acronimo che sta per Complessi Antisismici ecocompatibili) della nuova città, costruite dopo il sisma e che fanno rimpiangere quel “L’Aquila bella me, te voglio reveté” della canzone abruzzese cantata da una vicina.

Bello, elegante, commuovente, attuale, questo romanzo avrebbe potuto competere per il premio Strega, se i soliti meccanismi pilotati non avessero imposto libri di grossi editori, e diciamo libri, non romanzi, perché c’è un limite all’esagerazione del marketing.

Forse una chiave per capire la goleada della Germania contro il Brasile può essere racchiusa in una parola: verein. Che significa? Associazione, sodalizio, circolo, unione. Ovvero squadra.

ho dormito nella camera di HitlerNe parla con sferzante ironia il giornalista ebreo americano (nato a Tel Aviv e di origini tedesche) Tuvia Tenenbom nel suo “Ho dormito nel letto di Hitler” (Bollati Boringhieri, 2014), ingiustamente presentato come una specie di libretto razzista sui tedeschi dediti a birra e discorsi neonazisti. Capita quando i libri non sono ancora letti ma sulle riviste appaiono interviste e stralci basati sulle bandelle o sulle cartelle fornite dagli uffici stampa.

Certo, la penna sarcastica di Tenenbom non risparmia i verein, cioè i circoli, di fanatici e razzisti, che vi sono qui come in tutto il mondo, America compresa, ma nel viaggio in tutta la Germania, tra la gente, nelle aziende e nelle banche, in ospedali attrezzati al punto di fornire l’eroina di Stato trattando i tossici al pari di malati gravi, ospite di Helmut Schmidt, il venerato cancelliere e (scopro, ma in molti scopriranno con me) di origine ebraica, a colloquio con Giovanni De Lorenzo, direttore di Die Zeit, Tenenbom ci offre il punto di vista (americano, certo, e anche del figlio di chi fu perseguitato e ucciso sessant’anni fa) di chi osserva le persone, le loro idee, la loro percezione di una nazione (e in pochissimi si dicono fieri di essere tedeschi), le paure e le idiosincrasie, il razzismo e l’antisemitismo mai sopito in nessun luogo al mondo, perché è una delle forme di razzismo più antiche e dunque sempre buone da farvi ricorso quando c’è bisogno di un capro espiatorio.

Per stanare pregiudizi sotto la patina della generica tolleranza, Tuvia si spaccia per polacco, giordano, tedesco (addirittura un ragazzo gli dice che è il tipico bavarese). Da americano qual è, ascolta chi gli dice ammirato che “Obama è intelligentissimo, per essere un nero”. Da ebreo, si sente accusare delle colpe di Israele contro i palestinesi. Discorsi che tutti quanti noi sentiamo scorrere per le strade, mentre camminiamo orgogliosi della nostra bandiera della tolleranza stesa sopra di noi.

Ma quando Tuvia sferza gli studenti che ripetono a pappagallo le solite formule sulla politica internazionale chiedendo: “perché in una società democratica tutti la pensano allo stesso modo? Che cosa è successo alla pluralità di opinioni?” Ci domandiamo in effetti perché ci affidiamo alle formule dietro cui c’è il vuoto e siamo pronti a credere a una versione dei fatti, invece che approfondire. Si chiama comodità.

Però, viaggiare, oggi è piuttosto assecondare una forma di consumismo. Quale conoscenza ci procura, quale arte si pratica intruppati in queste masse di turisti che oggi ho rischiato almeno un paio di volte di travolgere mentre procedevano assiepati sulla pista ciclabile, rischiando io stessa di essere travolta da uno dei loro pullman, chiamato appunto Earth a la carte? Sì tutta la terra disponibile ad essere consumata, basta pagare per tornare a casa sfiniti e carichi di cianfrusaglie che presto butteremo via e di foto che dimenticheremo nel “cloud”.

Allora, oggi per viaggiare sul serio, per essere permeati da un po’ di conoscenza, bisogna tornare a piedi (o in bici), andare lentamente sui percorsi, leggere, riflettere, sforzarsi di capire, recuperare la storia.

La_strada_delle__5371dc42bfc78Così ci propone Paolo Ciampi, giornalista e scrittore, nel suo “La strada delle legioni. L’Inghilterra coast to coast lungo le vie romane” (Mursia) appena uscito. Non è una guida, anzi, non c’è nemmeno una cartina dell’itinerario che è quello bellissimo del Vallo di Adriano, che io stessa ho percorso lo scorso anno nel tratto più alto (Walltown crags), da cui si apre uno spettacolare scenario sulla campagna dei Borders.

Accompagnato dal più celebre libro di Marguerite Yourcenar, Le memorie di Adriano (un libro che oggi nessuno potrebbe più scrivere e anche se lo facesse, nessun editore probabilmente pubblicherebbe), Ciampi percorre il National Trail sviluppato lungo quest’antica costruzione di difesa (che in certi punti quasi scompare o si mimetizza tra i muretti dei giardini), ricordando non solo la frontiera che delimitava l’Impero antico, ma soprattutto offrendoci spunti per approfondire la letteratura (poesie, romanzi, la letteratura latina di Tacito o il Virgilio del discusso verso “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”), la storia, l’etimologia, confrontando passato e presente di muri più recenti e confini attuali.

Certo è che si rimane affascinati dal magnifico paesaggio e dalla cortesia delle persone che s’incontrano (posso confermare), e dal fatto che una frontiera antica sia diventata una meta turistica, per quel tipo di viaggiatori che scarpinano per scoprire e godere di luoghi diversi, sfuggendo la banalità dell’Ovunque, i soliti alberghi, gli stessi stabilimenti balneari, le stesse merci in ogni parte, anche la più remota, del mondo. Queste sì, sono oggi le lacrimae rerum.

Perché si viaggia?

terzaniNei suoi appunti, una specie di diario mai davvero fatto e sempre abbozzato (promettendo a se stesso di iniziarne uno, preciso), ma rintracciabile in quelle note sparse e ricomposte ora dalla moglie Angela nel bel libro “Un’idea di destino”, Tiziano Terzani, instancabile e curioso viaggiatore, ci offre la sua idea:

“Per me è un modo di scappare dal conosciuto in cerca di qualcosa che non conosco… un modo per scappare da casa per cercare casa”

Questa “casa” è anzitutto la Cina, dove si sente a suo agio, ma da dove è cacciato per gli articoli critici degli anni ’70; è la Thailandia, è l’India, è il Tibet, è comunque e sempre l’Asia, che Terzani percorre nelle strade, in mezzo alla gente, tra disperazione, mendicanti, sporcizia, a volte chiedendosi “Cosa ci faccio qui?”, a volte furioso contro quegli occidentali che vanno in Oriente al seguito di un cosiddetto guru, a volte felice di essere “nessuno” in mezzo alla folla di ignoti, dove perdere il proprio narcisistico “sé”.

“Viaggiare è un arte. Il problema è che oggi viaggiano tutti e con ciò si rovina il mondo, si inviliscono i veri viaggiatori”, prosegue l’11 luglio 1999 a Roma, qualche anno dopo la cura in USA per un tumore, dopo aver deciso di smettere la vita di cronista, pure tanto voluta e accettata in Italia solo come collaborazione occasionale dai grandi giornali (e ci sono pagine che fanno indignare), per fortuna svolta per un giornale tedesco, lo Spiegel.

Lui, italiano che scrive per un giornale tedesco dall’Asia dove si sente cinese, spiega così il suo grande amore per il viaggio: “Il sogno di ogni viaggiatore è di arrivare dove nessuno è stato… adoro essere in mezzo alla folla, essere in incognito.”

Ma c’è anche un segreto per chi viaggia molto lontano, e va sicuro: “Sono qui solo perché so che, non da qualche parte del mondo, ma lì, in quella casa, a tenere acceso il fuoco di tutti ci sei tu.” La moglie Angela, angelo del focolare.