verein

Forse una chiave per capire la goleada della Germania contro il Brasile può essere racchiusa in una parola: verein. Che significa? Associazione, sodalizio, circolo, unione. Ovvero squadra.

ho dormito nella camera di HitlerNe parla con sferzante ironia il giornalista ebreo americano (nato a Tel Aviv e di origini tedesche) Tuvia Tenenbom nel suo “Ho dormito nel letto di Hitler” (Bollati Boringhieri, 2014), ingiustamente presentato come una specie di libretto razzista sui tedeschi dediti a birra e discorsi neonazisti. Capita quando i libri non sono ancora letti ma sulle riviste appaiono interviste e stralci basati sulle bandelle o sulle cartelle fornite dagli uffici stampa.

Certo, la penna sarcastica di Tenenbom non risparmia i verein, cioè i circoli, di fanatici e razzisti, che vi sono qui come in tutto il mondo, America compresa, ma nel viaggio in tutta la Germania, tra la gente, nelle aziende e nelle banche, in ospedali attrezzati al punto di fornire l’eroina di Stato trattando i tossici al pari di malati gravi, ospite di Helmut Schmidt, il venerato cancelliere e (scopro, ma in molti scopriranno con me) di origine ebraica, a colloquio con Giovanni De Lorenzo, direttore di Die Zeit, Tenenbom ci offre il punto di vista (americano, certo, e anche del figlio di chi fu perseguitato e ucciso sessant’anni fa) di chi osserva le persone, le loro idee, la loro percezione di una nazione (e in pochissimi si dicono fieri di essere tedeschi), le paure e le idiosincrasie, il razzismo e l’antisemitismo mai sopito in nessun luogo al mondo, perché è una delle forme di razzismo più antiche e dunque sempre buone da farvi ricorso quando c’è bisogno di un capro espiatorio.

Per stanare pregiudizi sotto la patina della generica tolleranza, Tuvia si spaccia per polacco, giordano, tedesco (addirittura un ragazzo gli dice che è il tipico bavarese). Da americano qual è, ascolta chi gli dice ammirato che “Obama è intelligentissimo, per essere un nero”. Da ebreo, si sente accusare delle colpe di Israele contro i palestinesi. Discorsi che tutti quanti noi sentiamo scorrere per le strade, mentre camminiamo orgogliosi della nostra bandiera della tolleranza stesa sopra di noi.

Ma quando Tuvia sferza gli studenti che ripetono a pappagallo le solite formule sulla politica internazionale chiedendo: “perché in una società democratica tutti la pensano allo stesso modo? Che cosa è successo alla pluralità di opinioni?” Ci domandiamo in effetti perché ci affidiamo alle formule dietro cui c’è il vuoto e siamo pronti a credere a una versione dei fatti, invece che approfondire. Si chiama comodità.

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