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Archivio mensile:agosto 2014

imgres-2Qualche giorno fa, ho letto l’intervista che lo scrittore (che io adoro) Michael Cunningham ha fatto a Ursula K. Le Guin, scrittrice di bellissimi romanzi di fantascienza e anche per ragazzi (quindi di genere che più genere non si può). Entrambi discutevano sulla caduta del muro letterario dei generi, perché molti ottimi romanzi oggi sono thriller o fantascienza, e sanno, attraverso il genere, raccontare la modernità, la condizione umana contemporanea, con le idiosincrasie, le angosce, le paure, le spinte distruttive che formano l’ombra di società del benessere, che incitano a un’inafferrabile felicità e alla realizzazione nevrotica dei propri sogni individui concentrati narcisisticamente sulla propria immagine, sulla perfezione estetica e sul proprio successo a scapito altrui.
dumasNaturalmente, molti non sono d’accordo. Rimane ben salda l’idea che la letteratura sia qualcosa di più alto e permanente dell’effimero dei generi. Si dimentica che alcuni grandi scrittori del passato erano anche questo, scrittori di genere, come Dumas che, pagato a pagine, scriveva dialoghi interminabili tanto per fare massa, e che raccontava l’avventura, come Stevenson o Mark Twain, anche loro autori per giovani. In Italia ancora si fatica ad accettare che la narrativa per ragazzi possa essere letteratura e non narrativa pedagogica, concentrata soltanto sui contenuti o sulla cosiddetta tematica: che sia letteratura perché è originale, perché assume un punto di vista speciale sul mondo, e adotta anche i linguaggi della modernità, fotografando, attraverso il filtro della sensibilità dell’autore, la nostra vita, i nostri rapporti, il cambiamento sociale molto di più di certa narrativa che vogliamo definire come? “tout court” come dicevano i prof al liceo? O “alta” o “per adulti”? Ahi, che brutte le definizioni che non tengono conto dei bambini e dei ragazzi! Sembrano subito losche.

dahlSarà per questo che tanta narrativa oggi assume lo sguardo degli adolescenti, se non dei bambini, senza però abbassarsi al loro sguardo, quello che invece sapeva fare Singer o che consigliava Roald Dahl (chinarsi fino all’altezza dello sguardo di un bambino). Come mai tanti protagonisti giovani (ho giusto recensito Donna Tartt e la Di Pietrantonio, con i loro personaggi feriti, resi entrambi, guarda caso, orfani di mamma)? E anche nel cinema, tanti bambini e ragazzi, per provare a guardare il mondo da occhi innocenti, senza velature adulte? Oppure perché oggi è “di moda” e i bambini, i ragazzi, sono il mercato più forte, l’unico che non ha avuto cadute in libreria, l’unico che ancora è disposto a comprare libri cartacei, non e-book né tantomeno roba scaricata gratuitamente? E anche se è un mercato piccolo, si venderà pur qualcosa e capita anche di beccare il bestseller mondiale, che i ragazzi oggi più degli adulti sono pronti a consumare in frettissima.

Essere scrittrice di genere significa probabilmente riuscire a mantenere aperto il proprio piccolo laboratorio di storie in un mercato di strilloni, ignorando l’ingiuria della moda, ovviamente dell’ignoranza, senza però chiudersi orgogliosamente a lavorare convinti di creare lo splendore artistico. Grazie al genere, si è liberi di non essere grandi autori, di non scimmiottare la letteratura del passato e di concentrarsi sull’espressione, la mutazione della parola, la comunicazione del nostro tempo.

 

pompidouCos’è questa cosa che chiamiamo arte contemporanea? Uno si aggira per il Museo del Centro Pompidou di Parigi intristendosi. Quell’uno sono io che da ragazza trovavo tanto interessante e stimolante l’arte del momento, e che oggi vorrei scappare e basta dopo essermi aggirata in sale con opere che sembrano più l’ingrandimento di certi esperimenti d’illusione ottica, più divertenti se si vanno a vedere alla non molto lontana Villette, il Museo della Scienza, e altre opere che francamente sembrano quei lavori delle scuole, con il cartone e lo scotch a vista, e posso garantire che nelle scuole medie e elementari si fa molto meglio, se non altro la visione è più solare.

banksyFuori, per le strade, mi sembra ci sia più arte contemporanea che non dentro musei che sono nati piuttosto per la conservazione di quanto è già storicamente determinato. Per le strade, ci sono fontane e sculture, graffiti anche immensi come questo di Banksy, ci sono store ricavati in fabbriche, ci sono persone abbigliate in modi originali, uomini con gonne lunghe, ragazze in vestiti da monaci giapponesi e pettinature rasta, c’è il design di accessori per la casa o di borsette da donna, ci sono i giovani turisti giapponesi o coreani, ragazzi con grandi camere che filmano mentre camminano, mostrando la stolidità e l’ossessione dell’immagine e della registrazione di un’esperienza.

le balconSi dirà che è un modo di pensare vecchio, di chi, cioè la sottoscritta, andando al Museo d’Orsay s’incanta davanti all’eterno Manet, questo “Le balcon” più ancora del famosissimo Dejeuner sur l’herbe, con quei personaggi pensosi, eterei nella loro voluminosa gravità. Si sa che quest’arte ottocentesca così luminosa piace a tutti, ma è quel “si sa” discutibile: quest’arte colpisce ancora, storicizzata certo, non solo per l’immediatezza della rappresentazione, ma per l’espressione luminosa dell’essere, per il piacere dell’armonia che sembra un regno perduto nelle ossessioni odierne di artisti declamati tali da un gruppo di critici e curatori di musei dai quali si esce snervati. Ti domandi perché la gente (ed è gente motivata, preparata, non il turista di massa che va alla torre Eiffel per tre ore di coda disneyana) debba arrivare a dire che non s’intende, non ne capisce, e debba magari studiare un pamphlet prima di arrivare al nocciolo della questione sollevata da qualcuno che ha fatto una sala di labirinti arancioni tutti uguali.

cardellinoNon ci sarebbe bisogno di un attentato terroristico che squassa il Metropolitan Museum, se uno scrittore italiano volesse raccontare la sparizione di un quadro bellissimo, un pezzo unico, come Donna Tartt fa ne “Il cardellino” (Rizzoli), romanzo fiume che ho iniziato ad affrontare da qualche settimana e ora sto portando a termine un po’ come una di quelle arrampicate che chiamiamo “impresa”. Non fraintendetemi: Il romanzo è bellissimo, scritto con maestria e con pagine belle e struggenti. Ma un romanzo narrato in prima persona a mio parere dovrebbe avere un numero più contenuto di pagine (sono quasi 900), potrebbe essere più “breve”, in riferimento a un concetto letterario di Calvino, anche per non avvitarsi in certe parti dove sembra che l’autrice si avvoltoli con un certo autocompiacimento.

Detto questo, la storia è quella della sparizione di un quadro magnifico durante l’esplosione dentro il Museo di Manhattan, dove perde la vita la madre del protagonista e io-narrante Theo, tredicenne che proprio durante l’evacuazione del palazzo, porta via con sé il quadro, affidatogli da un mercante d’arte agonizzante. Orfano e con una di quelle solite famiglie americane dove non ci sono nonni né zii, ma solo genitori separati che vivono esistenze unicellulari, casomai in simbiosi con il proprio figliolo, Theo viene prima affidato a una facoltosa famiglia newyorkese, poi portato d’autorità dal padre alcolizzato e furfante a Las Vegas dove impara a bere, drogarsi e mentire, infine torna a New York a vivere con il socio del mercante d’arte morto nell’attentato e dalle cui mani ha preso il famigerato quadro fiammingo, curandosi di nasconderlo nelle sue diverse camerette e infine in un deposito, come la valigetta piena di soldi che Robert De Niro chiude in un armadietto per quarant’anni in C’era una volta in America.

Il povero Theo comprensibilmente soffre di depressione e certe pagine mettono i brividi, alla luce del suicidio di un attore osannato come Robin Williams, perché la depressione è acuita vertiginosamente dall’uso di alcol e droga che, durante l’uso, anestetizzano il dolore per poi ampliarlo e renderlo insopportabile, mostruoso.  Come si vede, l’attualità di certi romanzi di letteratura non sta soltanto nel tema (l’attentato terroristico, l’adolescenza spezzata…), quanto nella scrittura che rimanda echi a tutto ciò che avviene anche mentre leggiamo, e dunque non solo mentre l’autore lo ha scritto. Una società anestetizzata, consumista, superficiale, che cerca in tutti i modi di rimuovere il limite, la finitezza e il dolore che esse provocano, che dimentica e ignora le sofferenze altrui, concentrata narcisisticamente sull’individuo e le sue nevrosi, inevitabilmente si rispecchia in pagine di scrittori di grande sensibilità e lucidità d’osservazione.

Dunque, alla notizia di oggi della bellissima Madonna di Guercino rubata impunemente a Modena si rischia di pensare che Donna Tartt sia pure un po’ profeta, se non i patria di sicuro qui da noi, paese di ladri anche della nostra stessa, impareggiabile, arte.

Venerdì sera in città smobilitata per la prossima settimana di Ferragosto, si guarda desolati la proposta del cinema e poi si decide per questo “Chef”di Jon Favreau, dove spiccano addirittura Dustin Hoffman, Robert Downey jr e Scarlett Johansson. Al cinema siamo in sei, quasi una proiezione privata e il film è di quelli che si dicono “filmetto”, aggiungendo “carino” e potremmo anche aggiungere occasione sprecata o fatua: possibile che non si vada oltre alla solita storiella americana di sfida, creatività versus accondiscendenza, e riscatto con happy end?

chefViene da pensare che la sceneggiatura sia stata scritta da un bambino, forse quello molto bravo che appare nel film, il figlio decenne del cuoco in questione, un ragazzino che sa tutto sui social network, e che perpetua il mito dell’onniconoscenza istintiva dei bambini con le tecnologie. Grazie a questo piccolo nativo digitale lo chef licenziato dal ristoratore Dustin Hoffman (al peggio della sua performance) diventa molto popolare, seguitissimo nel suo tour americano su un food track dove serve sfiziosissimi panini cubani e infine ottiene il massimo riscatto con l’assunzione in un gran ristorante da parte del critico di cucina che lo aveva stroncato e che, lasciato il lavoro di giornalista e blogger, diventa ristoratore. L’ultima scena è un gran ballo con musica cubana e forse lo chef che si risposa con la mamma del suddetto genietto, bellissima di bianco vestita, anche qui per chiudere la fiaba come farebbe un figlio di separati che amerebbe vedere i genitori di nuovo insieme.

Viene una gran gola a vedere queste salsine, gli spaghetti fumanti, il french toast fatto a puntino, certe carni che s’immaginano tenerissime, e si fa quattro risate quando entra in scena Robert Downey, con un cameo da mattoide (forse parte che gli piace). Insomma, ci si ferma agli stuzzichini.