l’aura di un quadro

cardellinoNon ci sarebbe bisogno di un attentato terroristico che squassa il Metropolitan Museum, se uno scrittore italiano volesse raccontare la sparizione di un quadro bellissimo, un pezzo unico, come Donna Tartt fa ne “Il cardellino” (Rizzoli), romanzo fiume che ho iniziato ad affrontare da qualche settimana e ora sto portando a termine un po’ come una di quelle arrampicate che chiamiamo “impresa”. Non fraintendetemi: Il romanzo è bellissimo, scritto con maestria e con pagine belle e struggenti. Ma un romanzo narrato in prima persona a mio parere dovrebbe avere un numero più contenuto di pagine (sono quasi 900), potrebbe essere più “breve”, in riferimento a un concetto letterario di Calvino, anche per non avvitarsi in certe parti dove sembra che l’autrice si avvoltoli con un certo autocompiacimento.

Detto questo, la storia è quella della sparizione di un quadro magnifico durante l’esplosione dentro il Museo di Manhattan, dove perde la vita la madre del protagonista e io-narrante Theo, tredicenne che proprio durante l’evacuazione del palazzo, porta via con sé il quadro, affidatogli da un mercante d’arte agonizzante. Orfano e con una di quelle solite famiglie americane dove non ci sono nonni né zii, ma solo genitori separati che vivono esistenze unicellulari, casomai in simbiosi con il proprio figliolo, Theo viene prima affidato a una facoltosa famiglia newyorkese, poi portato d’autorità dal padre alcolizzato e furfante a Las Vegas dove impara a bere, drogarsi e mentire, infine torna a New York a vivere con il socio del mercante d’arte morto nell’attentato e dalle cui mani ha preso il famigerato quadro fiammingo, curandosi di nasconderlo nelle sue diverse camerette e infine in un deposito, come la valigetta piena di soldi che Robert De Niro chiude in un armadietto per quarant’anni in C’era una volta in America.

Il povero Theo comprensibilmente soffre di depressione e certe pagine mettono i brividi, alla luce del suicidio di un attore osannato come Robin Williams, perché la depressione è acuita vertiginosamente dall’uso di alcol e droga che, durante l’uso, anestetizzano il dolore per poi ampliarlo e renderlo insopportabile, mostruoso.  Come si vede, l’attualità di certi romanzi di letteratura non sta soltanto nel tema (l’attentato terroristico, l’adolescenza spezzata…), quanto nella scrittura che rimanda echi a tutto ciò che avviene anche mentre leggiamo, e dunque non solo mentre l’autore lo ha scritto. Una società anestetizzata, consumista, superficiale, che cerca in tutti i modi di rimuovere il limite, la finitezza e il dolore che esse provocano, che dimentica e ignora le sofferenze altrui, concentrata narcisisticamente sull’individuo e le sue nevrosi, inevitabilmente si rispecchia in pagine di scrittori di grande sensibilità e lucidità d’osservazione.

Dunque, alla notizia di oggi della bellissima Madonna di Guercino rubata impunemente a Modena si rischia di pensare che Donna Tartt sia pure un po’ profeta, se non i patria di sicuro qui da noi, paese di ladri anche della nostra stessa, impareggiabile, arte.

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