contemporaneità

pompidouCos’è questa cosa che chiamiamo arte contemporanea? Uno si aggira per il Museo del Centro Pompidou di Parigi intristendosi. Quell’uno sono io che da ragazza trovavo tanto interessante e stimolante l’arte del momento, e che oggi vorrei scappare e basta dopo essermi aggirata in sale con opere che sembrano più l’ingrandimento di certi esperimenti d’illusione ottica, più divertenti se si vanno a vedere alla non molto lontana Villette, il Museo della Scienza, e altre opere che francamente sembrano quei lavori delle scuole, con il cartone e lo scotch a vista, e posso garantire che nelle scuole medie e elementari si fa molto meglio, se non altro la visione è più solare.

banksyFuori, per le strade, mi sembra ci sia più arte contemporanea che non dentro musei che sono nati piuttosto per la conservazione di quanto è già storicamente determinato. Per le strade, ci sono fontane e sculture, graffiti anche immensi come questo di Banksy, ci sono store ricavati in fabbriche, ci sono persone abbigliate in modi originali, uomini con gonne lunghe, ragazze in vestiti da monaci giapponesi e pettinature rasta, c’è il design di accessori per la casa o di borsette da donna, ci sono i giovani turisti giapponesi o coreani, ragazzi con grandi camere che filmano mentre camminano, mostrando la stolidità e l’ossessione dell’immagine e della registrazione di un’esperienza.

le balconSi dirà che è un modo di pensare vecchio, di chi, cioè la sottoscritta, andando al Museo d’Orsay s’incanta davanti all’eterno Manet, questo “Le balcon” più ancora del famosissimo Dejeuner sur l’herbe, con quei personaggi pensosi, eterei nella loro voluminosa gravità. Si sa che quest’arte ottocentesca così luminosa piace a tutti, ma è quel “si sa” discutibile: quest’arte colpisce ancora, storicizzata certo, non solo per l’immediatezza della rappresentazione, ma per l’espressione luminosa dell’essere, per il piacere dell’armonia che sembra un regno perduto nelle ossessioni odierne di artisti declamati tali da un gruppo di critici e curatori di musei dai quali si esce snervati. Ti domandi perché la gente (ed è gente motivata, preparata, non il turista di massa che va alla torre Eiffel per tre ore di coda disneyana) debba arrivare a dire che non s’intende, non ne capisce, e debba magari studiare un pamphlet prima di arrivare al nocciolo della questione sollevata da qualcuno che ha fatto una sala di labirinti arancioni tutti uguali.

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2 commenti
  1. Perché molta parte dell’arte contemporanea ha fatto proprio il rifiuto del “piacere retinico” di Marcel Duchamp: si rivolge più al cervello che agli occhi e lo fa in modi spesso spiazzanti, provocatori, a volte sgradevoli.

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