scrivere la modernità

imgres-2Qualche giorno fa, ho letto l’intervista che lo scrittore (che io adoro) Michael Cunningham ha fatto a Ursula K. Le Guin, scrittrice di bellissimi romanzi di fantascienza e anche per ragazzi (quindi di genere che più genere non si può). Entrambi discutevano sulla caduta del muro letterario dei generi, perché molti ottimi romanzi oggi sono thriller o fantascienza, e sanno, attraverso il genere, raccontare la modernità, la condizione umana contemporanea, con le idiosincrasie, le angosce, le paure, le spinte distruttive che formano l’ombra di società del benessere, che incitano a un’inafferrabile felicità e alla realizzazione nevrotica dei propri sogni individui concentrati narcisisticamente sulla propria immagine, sulla perfezione estetica e sul proprio successo a scapito altrui.
dumasNaturalmente, molti non sono d’accordo. Rimane ben salda l’idea che la letteratura sia qualcosa di più alto e permanente dell’effimero dei generi. Si dimentica che alcuni grandi scrittori del passato erano anche questo, scrittori di genere, come Dumas che, pagato a pagine, scriveva dialoghi interminabili tanto per fare massa, e che raccontava l’avventura, come Stevenson o Mark Twain, anche loro autori per giovani. In Italia ancora si fatica ad accettare che la narrativa per ragazzi possa essere letteratura e non narrativa pedagogica, concentrata soltanto sui contenuti o sulla cosiddetta tematica: che sia letteratura perché è originale, perché assume un punto di vista speciale sul mondo, e adotta anche i linguaggi della modernità, fotografando, attraverso il filtro della sensibilità dell’autore, la nostra vita, i nostri rapporti, il cambiamento sociale molto di più di certa narrativa che vogliamo definire come? “tout court” come dicevano i prof al liceo? O “alta” o “per adulti”? Ahi, che brutte le definizioni che non tengono conto dei bambini e dei ragazzi! Sembrano subito losche.

dahlSarà per questo che tanta narrativa oggi assume lo sguardo degli adolescenti, se non dei bambini, senza però abbassarsi al loro sguardo, quello che invece sapeva fare Singer o che consigliava Roald Dahl (chinarsi fino all’altezza dello sguardo di un bambino). Come mai tanti protagonisti giovani (ho giusto recensito Donna Tartt e la Di Pietrantonio, con i loro personaggi feriti, resi entrambi, guarda caso, orfani di mamma)? E anche nel cinema, tanti bambini e ragazzi, per provare a guardare il mondo da occhi innocenti, senza velature adulte? Oppure perché oggi è “di moda” e i bambini, i ragazzi, sono il mercato più forte, l’unico che non ha avuto cadute in libreria, l’unico che ancora è disposto a comprare libri cartacei, non e-book né tantomeno roba scaricata gratuitamente? E anche se è un mercato piccolo, si venderà pur qualcosa e capita anche di beccare il bestseller mondiale, che i ragazzi oggi più degli adulti sono pronti a consumare in frettissima.

Essere scrittrice di genere significa probabilmente riuscire a mantenere aperto il proprio piccolo laboratorio di storie in un mercato di strilloni, ignorando l’ingiuria della moda, ovviamente dell’ignoranza, senza però chiudersi orgogliosamente a lavorare convinti di creare lo splendore artistico. Grazie al genere, si è liberi di non essere grandi autori, di non scimmiottare la letteratura del passato e di concentrarsi sull’espressione, la mutazione della parola, la comunicazione del nostro tempo.

 

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