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Archivio mensile:settembre 2014

hemonIl libro delle mie vite dello scrittore bosniaco Aleksandar Hemon è uno di quei libri che ci toccano. Perchè ci ricorda cos’è successo vent’anni fa in un paese non molto lontano da noi, la Bosnia, attraverso gli occhi di un giovane “ribelle” qual era lo scrittore che collaborava a una rivista, leggeva come un matto, e si interessava di una cultura proibita nel suo paese, la Bosnia, fino agli anni ’90 sotto la dittatura comunista, che teneva insieme stati della penisola balcanica pronti a affilare le armi e fare un macello appena caduto il regime.

Non ci sono numeri di capitoli, ma titoli, come se fossero tanti racconti riuniti in un’antologia che compone come un puzzle la biografia dell’autore. Il primo è, significativamente, “Le vite degli altri” citazione del celebre film di Henkel sulla Germania poliziesca per raccontare appunto la vita di una bambino ai tempi del regime comunista. La vita umana non è una sola, soprattutto per chi deve attraversare l’orrore di guerre, emigrazione, condizione di rifugiato, come succede a Aleksandar che ha la fortuna di essere chiamato negli Stati Uniti per una borsa di studio proprio quando Sarajevo viene assediata e rimane a Chicago cercando di cavarsela come può. I suoi genitori nel frattempo sono fuggiti in Canada e sua sorella si è rifugiata in Serbia. Così, ecco la “Vita al tempo di guerra” o la “Vita di un flaneur”.

Ma il romanzo delle vite e dei sogni, della giovinezza e dell’amore, del divenire scrittore e sentirsi anche americano, ha la lievità dell’ironia, del saper vivere  e raccontare in modo arguto e profondo, finché non si arriva alle pagine commuoventi, laceranti de “L’acquario”, in cui Aleksandar parla della malattia della sua bambina di dieci mesi. Allora tutto diventa “intensamente, gravemente reale”. Non c’è orrore più grande della malattia e della morte della propria piccola figlia.

A un certo punto ti sembra di diventare come tuo papà o come il tuo prof. Perché vai al cinema e trovi né più né meno che le riproposte di decenni fa. D’altronde si sa, l’arte si nutre di arte e dunque la letteratura di letteratura e il cinema di cinema. Certo, ci sono anche vie nuove, altrimenti si arriva allo spolpamento e anche al rigurgito. Però la visione originale e il grande talento non è da tutti.

francesIl regista Noah Baumbach non è certo Wes Andersen, per intendersi, anche se spesso ha collaborato con lui. Così questo film, Frances-Ha, che si avvale di una strepitosa protagonista, non ha certo la limpidezza e la pregnanza della produzione di Andersen. E’ un film “carino” (mi rendo conto sia termine odioso e imprecisato, né bello né brutto), in un bianco e nero da classici film di Woody Allen o della Nouvelle Vague alla quale si ispira. Perché Frances, ballerina non proprio speciale, non più così giovane né già adulta, insomma in cerca di realizzazione, amore, casa propria, ricorda tanto certe protagoniste di Rohmer, come Delphine de “Il raggio verde”, ragazza spaesata e insicura. Certo, Frances non è tristemente depressa e se ha delusioni le annega americanamente nell’alcool, è “povera” nell’accezione newyorkese di alto livello, perché comunque paga mille dollari al mese per l’affitto di una stanza in un appartamento in coabitazione. Ma ha quell’incertezza, quell’indefinizione di chi prolunga l’adolescenza e l’aurea vita da college ben oltre la soglia consentita.

Con questo, il film è estremamente attuale e ci fa molto pensare alla condizione dei giovani anche americani che non possono costruirsi non diciamo un futuro, parola grossa, ma anche un presente, sono sempre al principio della vita adulta: avere una relazione stabile, una casa, un lavoro figuriamoci, persino amicizie serie, fisse, insomma tutto quel che un tempo era dato per scontato, forse addirittura naturale, oggi sembra un’impresa al di sopra delle proprie limitate forze.

 

imageNiente fu come prima è una delle frasi più usate, anche in buoni romanzi che, almeno per me, subiscono con questa locuzione un vertiginoso crollo. Perché niente è mai “come
prima” e gli scrittori lo sanno anche più degli altri, tanto che raccontano storie su quel “prima” che non c’è più.

Per chiarirsi le idee – e anche per commuoversi – consiglio la lettura di “Non è più come prima” (Raffaello Cortina, 2014) dello psicanalista Massimo Recalcati, che seguo già da tempo per il suo interessante percorso lacantiano sul desiderio “desiderante” nelle relazioni familiari e amorose. In questo libro, Recalcati si focalizza sulla coppia, sulla promessa d’amore “per sempre” che sembra quasi d’altri tempi, in una società che ha esteso l consumismo vorace a tutto, anche agli affetti più profondi.

“l’amore apre sempre un nuovo mondo e questa apertura, in cui consiste la verità dell’amore, rifonda l’esistenza, la fa nascere un’altra volta” scrive Recalcati, ricordandoci che “non è più come prima” è concetto proprio dell’amore che non è mai garantito, ma si rinnova ogni volta nella promessa e nel desiderio.

Certo, affermare con passione e competenza da terapeuta l'”eternità” dell’amore di coppia in un mondo che proclama la relatività dei rapporti e anzi inneggia al libertinismo, è coraggioso. Considerando che, da analista, Recalcati mette in guardia dall’idealizzazione e dal narcisismo che l’amore può scatenare.

baldanziSe dici Mugello in giro per l’Italia, molti dicono: “circuito”, parlando dell’autodromo piuttosto famoso. Qualcun altro arriva anche a dire “Outlet di Barberino”, perché ha visitato quel villaggio finto rinascimentale dove si vendono griffe, altri più informati dicono “Diga del Bilancino”, per l’invaso che anni fa fece molto parlare di sé, oppure “cantieri dell’alta velocità” per il traforo lungo oltre 70 km sotto la pelle delle colline preappenniniche, che appunto contraddistinguono questa zona della toscana scelta da Simona Baldanzi per raccontarcela attraverso un lungo itinerario di trekking in “Il Mugello è una trapunta di terra” (Laterza 2014)

Simona però non è una guida sportiva, non ha intenti turistico-sportivi, né storiografici o artistici. Ci ricorda, sì, che Giotto nacque nel Mugello, a Vicchio, ma non ci propone la camminata soltanto per rimirare paesaggi dolci e silenziosi, invece ci ricorda una storia più recente che diventa emblematica della storia sociale italiana: la storia di una terra in cui abitavano contadini e allevatori, in cui insegnò don Milani (a Barbiana), e che si riempì di piccole e grandi fabbriche per cinquant’anni, fino all’esaurirsi del boom industriale e manifatturiero italiano e languire oggi in una crisi che ci si affanna a sperare “passi” come una lunga siccità.

Il racconto autobiografico dell’infanzia e dell’adolescenza si mescola con la storia del paesaggio in cui Simona è nata e cresciuta e dove, “per non essere da meno” di cittadini che (illusoriamente) si suppone siano più colti e preparati, più aperti e raffinati, un professore spiegava ai ragazzi la letteratura e l’arte, li trascinava a vedere musei e a sentire conferenze, a dimostrazione che scrittori non si nasce, si diventa e anche osservatori attenti e pensosi si diventa con l’educazione, la dedizione, la nutrizione culturale, in una parola: la buona scuola.

braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.

Per i tanti amici che hanno intenzione di passare qualche giorno a Firenze, consiglio una visita al nuovo Museo del Novecento in piazza Santa Maria Novella, proprio di fronte alla magnifica chiesa disegnata da Leon Battista Alberti, nell’ex convento delle Leopoldine.

leopoldineE’ una di quelle architetture rinascimentali di tale armonia e bellezza, con il tipico bianco e grigio fiorentino, che contribuiscono a dare serenità e piacere a chi le abita, anche per poco tempo, per esempio quello della visita ai tre piani che offrono una testimonianza dell’arte dello scorso secolo in una città che ha sempre rischiato di restare impietrita ad ammirare il sontuoso passato e che pure molti artisti hanno cercato di sfidare, seguendo il suggerimento di critici del calibro di Carlo Ludovico Ragghianti, che esortava a non subire il “cabotaggio archeologico” del passato. Operazione difficilissima, perché Firenze non è Milano, più disinvolta e proiettata sulla modernità, ma è cittadina conservatrice, e dunque lo sforzo di artisti, architetti, designer e illustratori è quasi stato ignorato.

Certo, il Museo rammenta l’importanza editoriale e letteraria di una città che fu, per quasi tutto il Novecento, luogo di riviste letterarie e artistiche (per non dire degli editori oggi quasi del tutto scomparsi) e dunque potenziale piazza della discussione artistica, se non che il facile e più lucroso turismo di massa ha spazzato via ogni altra vocazione che non sia quella di spremere fragilissimi musei e un centro storico trasformato in una specie di Disneyland dove soprattutto si mangiano gelati panini e pizze.

Così, è commuovente aggirarsi in un Museo nuovo di zecca, progettato e realizzato da giovani fiorentini competenti, preparati e appassionati (la curatrice è Valentina Gensini), che alla città di consumo e molto consumata hanno saputo offrire una traccia concreta di cura, conservazione e valorizzazione, dinamica visione della modernità.

fuadazizE’ sempre un po’ un mistero la scelta del titolo e della copertina dei libri. Lo penso davanti al libro di Giuseppe Cattozzella, Non dirmi che hai paura (Feltrinelli 2014) sulla cui copertina campeggia una farfalla gialla. Che sì, è sinonimo di leggerezza e libertà e anima, però poco comunica della storia vera che qui si narra e che è molto attuale e di sicuro utile da conoscere per chi ogni giorno assiste sgomento (ma anche chi è distratto) all’Odissea di migliaia di rifugiati che sfidano il mare. Così, almeno per questo post scelgo la bellissima immagine di Fuad Aziz, artista di grande talento.

Si è detto storia vera, cioè quella della giovanissima atleta somala Samia Yusuf Omar, arrivata ultima nella gara dei duecento metri alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, ma pronta ad affrontare quelle di Londra con maggiore preparazione. Se soltanto l’avesse ricevuta, perché fuggita dal suo paese per l’impossibilità di diventare una vera atleta e con il desiderio di raggiungere la sorella rifugiata in Finlandia, affronta il famoso “viaggio” che Cattozzella ci descrive in tutto il suo orrore, per annegare tragicamente in mare. Per chi ancora si domandasse come mai tanti rischiano la vita per quel viaggio orrendo, rifletta su passi come questo: “il viaggio è una cosa che noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. E’ come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare.”

Certo, si tratta di una biografia romanzata, quindi sembra ovvio la scelta della narrazione in prima persona, eppure mi viene il dubbio che una terza persona in soggettiva sarebbe stata più incisiva. Un po’ per smussare il ritratto dell’armonia perfetta e perduta della prima parte, di un’infanzia in un luogo dove ci si vuole tutti bene, un po’ per trasformare questa biografia in un romanzo di formazione. Per carità: si tratta solo un giudizio personalissimo, “a mio gusto”.