archivio

Archivio mensile:ottobre 2014

Per festeggiare il Premio Nobel a Malala, pubblico il racconto scritto due anni fa dalla quindicenne Nitasha, mia allieva nel laboratorio di scrittura all’Istituto Dagomari di Prato. Allora non conoscevo la storia di Malala e grazie a Nitasha ho potuto esserne informata. Il suo racconto si trova anche nell’antologia storica della rivista on-line Fuorilegge.

AP_malala_sk_141010_16x9_992

“I speak up! Alzo la voce” di Nitasha Afzal
<I bambini certe volte non riescono a prendere sonno perché sono tenuti svegli da invisibili mostri nascosti sotto il letto. Malala, conosceva benissimo l’aspetto dei mostri che non la facevano dormire di notte né vivere di giorno. Avevano lunghe barbe e vestiti di colore opaco, erano entrati come una nube d’insetti a Mingora, nella valle di Swat, nel nord-ovest del Pakistan. Un tempo, questo luogo era lussureggiante e incontaminato. Era una stazione sciistica dove arrivavano tantissimi turisti. Ma quel giorno del 2003, quando giunsero i talebani, la città e la valle scomparvero dal resto del mondo e divennero una base militare operazione nel vicino Afghanistan. Sparirono i turisti, la bellezza, la pace, e arrivarono la violenza, la sopraffazione, la paura, l’ignoranza. Malala era nata nel 1997, e nel 2003 aveva soltanto sei anni. Suo padre, Ziaudin Yousafai era poeta e preside di una scuola e aveva chiamato così sua figlia, Malala, cioè “addolorata”, in ricordo di Malala Maiwand, poetessa e guerriera afghana, di etnia pashtun, come la famiglia Yousafai. Anche Malala Yousafzai ha dovuto combattere e soffrire, ma a differenza della guerriera, ha usato come unica arma il proprio coraggio. Aveva appena undici anni, Malala, nel gennaio 2009, quando i Talebani dichiararono il divieto alle ragazze di frequentare la scuola. “E’ inaccettabile! E’ orribile!” commentò Ziauddin. Malala non lo aveva mai visto così furioso. Fino a quel giorno, la presenza dei Talebani era stata accettata come un brutto capitolo che prima o poi sarebbe finito. Ma ora, Ziauddin vedeva che il capitolo che stava per chiudersi era l’educazione nel suo paese. Che la sua scuola sarebbe stata chiusa, che le ragazze ne avrebbero sofferto. Che sua figlia, per prima,ne avrebbe sofferto. Chi avesse osato di fare il contrario, avrebbe pagato con la vita o con terribili umiliazioni in pubblico. Ma questo non era il mondo in cui Malala aveva deciso di vivere. Continuò ad andare a scuola, sebbene il numero di studentesse diminuisse di giorno in giorno. Da 700 alunne, erano rimaste solo in 70. Poi da 70 passarono a 24. Era un vero stillicidio. In quel periodo, Abdul Hai Kakkar, reporter della BBC in Pakistan, chiese a Ziauddin se qualcuna delle studentesse avesse voluto descrivere la sua vita sotto i  Talebani, che, guidati da Maulana Fazlullah avevano il controllo su tutta la valle di Swat, e vietavano sia la scuola che la semplice uscita delle donne.Corpi di poliziotti senza testa pendevano nelle piazze delle città, per mostrare che nessuno poteva contrastare i talebani, neppure le forze dell’ordine. Una ragazza di nome Aisha accettò di scrivere per la BBC però poi i suoi genitori la fermarono perché avevano troppa paura dei Talebani. “Lo farò io” disse Malala, che era molto più giovane di Aisha. Benché avesse soltanto dodici anni, i redattori della BBC la accettarono. Malala era seduta alla finestra, chiusa in casa. Era già un gesto azzardato perché le ragazze, secondo i Talebani, non dovevano neanche affacciarsi alla finestra, per evitare che maschi estranei potessero guardare il suo viso e avere cattivi pensieri. Malala pensava. Pensava che fosse una grande responsabilità quella di scrivere per il blog della BBC. Andare contro a gente spietata non era di certo senza conseguenze, era molto impaurita, pensava: se l’avessero scoperta cosa ne sarebbe stato di lei? Come tutti gli altri ribelli, sarebbe stata uccisa e nessuno avrebbe saputo di lei, al massimo dopo la morte ci sarebbe stato un articolo su di lei, magari intitolato “La ragazza che sfidò i Talebani”. Ma lei non voleva una simile fama, voleva vivere! Il padre, vedendola triste e immersa nei suoi pensieri, capì cosa stava vagando nella testa di sua figlia. Sapeva che il compito assegnatole era davvero difficile. “Non essere triste, Malala, figlia mia.” Le disse. “Ho paura, papà” confessò allora lei. “Tu sei di gran lunga più forte delle tue paure” la incoraggiò Ziauddin, abbracciandola. Allora, Malala si sentì subito più forte, e quella sera stessa cominciò a scrivere per il blog, con lo pseudonimo di Gul Makai, fiore di mais, tratto da un racconto popolare Pashtun. Era il 3 gennaio. Scriveva a mano, poi il padre passava il foglio a un reporter che faceva una scansione e la inviava per e-mail alla BBC. I talebani decisero che nessuna ragazza poteva più andare a scuola dopo il 15 Gennaio 2009. Avevano ormai fatto chiudere centinaia di istituti femminili. Nei giorni seguenti, nella scuola di Malala, benché alcune studentesse si presentassero in classe, il preside decise, per la loro sicurezza, di non far più indossare l’uniforme ma abiti normali, per evitare di attirare l’attenzione dei Talebani su di loro. Nel frattempo, la città era diventata un campo di guerra, con assassinii, bombardamenti, sparatorie. Violenze che Malala testimoniò nel suo blog di bambina. Una mattina, Ziauddin stava bevendo il caffè, come sua abitudine, al bar, quando un suo amico esclamò ad alta voce con un misto di stupore e felicità: “Guardate qua, un articolo di denuncia contro i talebani! Dio sia lodato! Ma chi l’ha scritto? Una certa Gul Makai! Che coraggio ha questa ragazza a scrivere una denuncia così aperta contro i talebani. Vorrei tanto conoscere chi è il padre di questa coraggiosa ragazza! Sono sicuro che sarà orgoglioso di sua figlia. Che meraviglia! Mashallah!” Per tutta la mattina, gli uomini discussero apertamente dell’articolo e dunque del peso da portare tutti i giorni nel loro paese occupato. Il papà di Malala ritornò a casa felicissimo con il giornale in mano, chiamò subito la figlia e le mostrò l’articolo. Lei apparve sconcertata. “Oh mio Dio! Papà, non sapevo che l’avrebbero anche pubblicato! Cosa hanno detto gli altri signori? Hanno reagito bene o male?” Ziauddin guardò con dolcezza e benevolenza la propria figlia, si accorse che era come diventata tutta rossa dalla gioia, e che aveva gli occhi lucidi. Non rispose, non disse niente, ma le diede un bacio sulla fronte e la benedì con tutto il cuore e l’affetto che un padre può volere a sua figlia. Malgrado lo pseudonimo, non ci volle molto a scoprire che l’autrice dell’articolo era Malala. I giornalisti chiesero di intervistarla, anche con il patto di non mostrarsi, ma lei accettò di non nascondere il suo volto. Apparve perciò prima sui telegiornali locali, poi nelle televisioni nazionali e nei media internazionali: dalla BBC e dal New York Times. Ma i pakistani e i suoi sostenitori non furono gli unici ad ascoltare e leggere le sue interviste. Benché avesse acquistato una certa notorietà, Malala conduceva una vita normale e ogni giorno andava e tornava da scuola in pullman, insieme con le compagne. Così, dopo una faticosa giornata di scuola in cui lei, stanchissima, non vedeva l’ora di tornare a casa per riposarsi un po’, il pullman si fermò. Non era mai accaduto, e le ragazze si inquietarono. “Cos’è successo” si chiedevano. “Un incidente? Un guasto?” Il cuore di Malala batteva forte, perché aveva un brutto presentimento. Di colpo, apparvero sul pullman uomini armati, con lunghe barbe e turbanti sulla testa. Le ragazze repressero le grida, quasi si impietrirono per la paura, alcune di abbracciarono. Un uomo fissava ciascuna di loro e domandava in tono brusco: “Sei tu Malala?” Ogni ragazza scuoteva la testa, balbettava: “No”. L’uomo, seguito dai suoi compagni armati, sfilò lungo tutto il pullman, fino alla ragazza seduta proprio in fondo. La squadrò, ma non le chiese nulla. Si rivolse invece alle altre ragazze: “E’ lei Malala?”. Nessuna ebbe il coraggio di rispondere. Anzi, tutte chiusero gli occhi e proprio allora esplosero gli spari. “Questo succede agli infedeli che osano sfidarci” disse il capo. Poi, il gruppo armato scese in fretta dal pullman e ripartì sulla macchina con cui aveva bloccato la strada. Finalmente, l’autista chiamò l’ambulanza e la famiglia di Malala, che conosceva bene. Quando Ziauddin ebbe la notizia, per poco non sentì fermarsi il cuore. Si precipitò sulla strada e arrivò poco prima dell’ambulanza che portò Malala e una sua amica rimasta ferita nell’attentato all’ospedale di Peshawar, la città più vicina. Quella fu una notte interminabile per Ziauddin e sua moglie. Malala rimase in sala operatoria per tutto il pomeriggio e per tutto questo tempo le lacrime della mamma scesero sul suo volto. Sembrava non si fermassero più, come un fiume. I fratelli di Malala, aspettando e aspettando, si addormentarono. Ma Ziauddin non si dava pace, camminava senza sosta per il corridoio dell’ospedale, convinto che quella disgrazia fosse colpa sua. Infine un medico chirurgo uscì dalla sala operatoria e disse: “La situazione è molto critica, l’hanno colpita in un punto molto sensibile del collo e della testa, non sappiamo se riusciremo a estrarle il proiettile. Anche se ci riuscissimo, sarà difficile, per non dire impossibile che sua figlia rimanga in vita. Ci proveremo, cerchi di farsi coraggio.” Ziauddin era sempre stato ottimista, ma stavolta si sentì crollare il mondo addosso. Firmò dei fogli come un automa, e non gli restò che pregare. Nel frattempo, la notizia che Malala Yousafzai era stata ferita dai talebani era stata diramata e il presidente inviò esperti medici-chirurghi nell’ospedale di Peshawar. Fu subito deciso di trasferire Malala in Inghilterra, dove avrebbe potuto avere cure migliori. Così, Malala volò in cielo, ma in elicottero e con tutta la sua famiglia. Volò via dal suo paese e dal pericolo che ancora rappresentava per lei, volò fino in Inghilterra, nell’ospedale pediatrico di Birmingham, su un’eliambulanza messa a disposizione degli Emirati Arabi. Perché la storia di Malala non apparteneva più soltanto alla sua città e al suo popolo, ma era seguita con il fiato sospeso da tante persone nel mondo. Appena riuscì a parlare, Malala fu intervistata. Le chiesero se fosse pentita di quel che aveva fatto e lei rispose, con sicurezza: “Non sono affatto pentita, se avessi la possibilità di tornare indietro, lo rifarei non una ma cento volte! Ho il diritto di giocare. Ho il diritto di cantare. Ho il diritto di parlare. Ho il diritto di apprendere. Di vivere la vita come voglio, chi sono i talebani a togliermi questo diritto? Ho diritto di alzare la voce contro le ingiustizie” “Perché rischiare la vita per alzare la voce?”, le chiese un giornalista. “Se non lo faccio io, chi lo fa?” disse allora lei. “Le ragazze dovrebbero combattere la loro paura, come ho fatto io. Non ho paura a lottare per quel che mi spetta di diritto.” Poi fece un appello alle sue coetanee: “Non state sedute nelle vostre stanze. Dio vi chiederà il giorno del giudizio: <<dove eravate quando le persone a voi più care, le persone che vedevate ogni giorno chiedevano il vostro aiuto, quando i vostri compagni chiedevano il vostro aiuto e quando la vostra scuola chiedeva il vostro aiuto?>> ” Quando il 10 novembre Malala si alzò in piedi per la prima volta dopo il terribile attacco, era come se decine di milioni di bambine si fossero alzate in piedi. Quel giorno infatti è stato proclamato in Inghilterra la giornata internazionale di azione per Malala e per tutte le altre 32 milioni di bambine a cui era stata negata l’istruzione.>

mammanaNon ho potuto fare a meno di associare il titolo “Un affare di donne” al libro bello, appassionante e persino divertente di Antonella Ossorio, La mammana (Einaudi 2014). Certo, nel film di Claude Chabrol si parlava di un’ostetrica che si occupava di far abortire le donne, mentre in questo romanzo  si racconta di Lucina, ragazza bellissima e solitaria, che fa nascere i bambini.

Siamo a metà dell’Ottocento, nell’Italia risorgimentale che rimane però sullo sfondo con i tumulti, la passione rivoluzionaria e gli stravolgimenti politici e sociali che vennero. Finalmente un’autrice che se ne guarda bene da scrivere, e anche pensare “nulla fu più come prima”, perché tutto cambia, figurarsi per una ragazza che ha un segreto inconfessabile, che adotta una bambina albina, chiamandola Stella proprio perché bianca e luminosa come gli astri e che va a vivere a Napoli proprio quando stanno per scoppiare i moti del 1848. Ma della politica e delle rivolte non interessa a Lucina, del resto le donne erano poco o nulla toccate da “affari da uomini”, mentre ben più importanti per lei sono le relazioni tra le persone, e il conformismo che le permea, la cosiddetta normalità che sembra non prevedere scelte alternative o nuclei familiari diversi. Insomma, Lucina sembra proprio precorrere i tempi, fingendosi vedova, adottando una figlia reietta dalla famiglia d’origine e scegliendosi un compagno che la ama per quel che è.

Ed è “quel che è”(e che qui non diremo per non togliere il piacere di leggere) che rende tanto attraente il romanzo, raccontato con leggerezza, ironia, senza indugiare sulla crudeltà o sulla tragedia, invece insistendo sulla bellezza e l’insostituibilità delle relazioni, soprattutto l’amicizia e la solidarietà tra le donne che, anche prima di averla coniata, sapevano che esisteva, tra di loro, un legame fortissimo: la sorellanza.