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Archivio mensile:novembre 2014

settisDiritto alla città: è questo il concetto-chiave che Salvatore Settis, illustre archeologo e studioso dell’arte, espone nel suo libro imperdibile: Se Venezia muore, appena pubblicato da Einaudi. Se abitate a Venezia, e se abitate a Firenze come me, o a Roma, Siracusa, in una delle nostre uniche città storiche e artistiche, e se abitate in un piccolo centro italiano, un borgo, un paese, una cittadina dal cuore medievale o rinascimentale o settecentesco, come sono quasi tutti i centri piccoli e grandi dell’Italia, troverete in questo saggio di denuncia e di proposta un utilissimo strumento per comprendere e agire, per non subire la tiritera dell’inesorabile “legge di mercato” che caccia le persone dalle proprie città, dai centri storici, per deportarle in periferie lontanissime o in agglomerati finto antichi o finto moderni in campagne spesso desolate.

Venezia è città di tale bellezza sconvolgente che bisogna pur trovare modo di addomesticarla, renderla più “consumabile” di quanto già si sta facendo: per esempio cingendola di una corona di grattacieli per danarosi proprietari che possono guardarla dall’alto e da lontano come uno sfondo; per esempio trasformandola in Veniceland, dove gente in abiti settecenteschi ci spiega  monumenti che non riusciamo più a leggere, a conoscere, dal momento che arte e storia sono bandite dalle nostre scuole. Progetti assurdi? Macché, progetti per il momento solo ventilati, ma non del tutto aborriti. Del resto, il passaggio di navi mastodontiche non cessa mai, per via del “business”.

Vabbé, Venezia, si sa. E’ improduttiva, è invivibile, non è moderna. Perché la si vuole così, meschina e attraversata da colonne di turisti, e simile destino è toccato al centro di Firenze, ed è chiaro che nessun cittadino può competere con un albergo e abbandona la sua casa, anche perché i costi altissimi, la mancanza di servizi e la fuga delle scuole lo fa emigrare in periferie più comode. Ma quel “diritto alla città” deve ricordare a tutti quanti noi che le città non sono state costruite per il turismo di massa mondiale, ma per e dalle persone che lo vivono, che il patrimonio nazionale non è una spa per pochi soci, che è anzitutto patrimonio di chi vive e lavora, gli antichi e i nuovi cittadini, italiani antichi e nuovi, coloro che tessono da sempre relazioni anzitutto culturali tra le piazze e le vie, e che contribuiscono, essi, i cittadini, al cambiamento e alla modernità, non orrende costruzioni che rendono il mondo omologato al brutto.

Ci si domanda allora chi siano i conservatori e i nemici della modernità: chi pretende una città armoniosa, vivibile e ricca di progetti adatti ad essa o chi si piega al pensiero unico, a un modello autoritario di chi decide che cosa deve “valere” come rappresentazione convenzionale e come merce.

 

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Riporto qualche stralcio della lezione “Nutrire la mente” tenuta ieri al Convegno “Il corpo consapevole. Donne, nutrizione, salute” organizzato dall’Associazione Italiana Donne Medico a Firenze:

 

Il mio lavoro è di intrattenere le persone attraverso il racconto scritto.

E’ forse l’intrattenimento più antico e viscerale, prima della musica e della rappresentazione, legato al linguaggio verbale che da puro veicolo di informazione si trasforma in strumento di espressione e di condivisione, costruttore di senso, evocatore ed esorcizzatore di paure, alimentatore di fantasie.

La scena è questa: davanti al fuoco, nella capanna o nella casa, si riuniscono le persone dopo una lunga giornata di fatica, spesso non ripagata dal conforto di un pranzo adeguato. Fuori è buio, è freddo, e domani ci aspetta un’altra giornata dura. E’ allora che prende la parola la novellatrice, spesso una donna anziana, seduta su una bassa sedia di legno. Una donna perché le donne spesso si narrano storie mentre filano (interessante corrispondenza con l’elaborazione della trama in senso letterario) o mentre fanno i lavori di casa o nell’orto o in campagna, e anzitutto si occupano dei bambini, li crescono, li addormentano con ninna nanne, li educano.

Con voce profonda e sicura, l’anziana racconta una storia antica, una fiaba tramandata di bocca in bocca, una leggenda che ricorda tempi antichi ed eroici o una storia buffa o ancora spaventosa, orrenda, un percorso di riscatto, dove l’eroe, dopo tante peripezie, si merita un grande onore, forse un regno, di sicuro un lauto pranzo:

“e tanto stettero e tanto godettero e a me nulla dettero”

“fecero tanto lusso e spatusso/ma io ero dietro l’uscio/per mangiare andai all’osteria/e così finisce la storia mia” (fiaba piemontese)

“Fecero un gran pranzo; io stavo sotto il tavolo, mi tirarono un osso, mi picchiò sul naso e m’è rimasto lì” (fiaba genovese)

Così dicono i finali, dove i cantastorie avvertono che c’erano anche loro, ma che non hanno avuto alcun beneficio, perché non erano protagonisti, ma semplici osservatori e novellatori.

 La figura del “cantastorie” o “racconta storie” è antica e presente in tutte le culture. Sono, come ci ricorda Clarissa Pinkola Estes in Donne che corrono con i lupi (1992):

“le mesemondok, vecchie ungheresi che raccontano sedute sedie di legno con il libro in grembo, le ginocchia larghe, le gonne che sfiorano il pavimento; le cuentistas vecchie latino americane dai seni generosi i fianchi larghi, che stanno in piedi e declamano la storia in stile ranchera.”[1]

Sono le “chitrakar” del Bengala occidentale, sono le donne che trasmettono le novelle africane che Nelson Mandela raccoglie nel libro Le mie fiabe africane (2013) con l’augurio che “la figura del cantastorie non muoia mai”; sono le figure arcaiche come Regina Marcucci, la nonna che in un podere del Casentino racconta le sue fiabe a nipoti e figli davanti al focolare nella celebre raccolta Le fiabe della nonna scritte da Emma Perodi nel 1893.

Sono insomma donne che raccontano fiabe, come l’antica Sherazad de Le mille e una notte o le dieci novellatrici de Lo cunto de li cunti (o Pentamerone) di Giambattista Basile (1634-36). E le fiabe, come spiega l’antropologia, sono derivati da riti e miti, con la commistione della vita quotidiana di una comunità contadina, legata alla terra e agli animali, che immagina un’esistenza senza fame e miseria, una vita “da re” in un contesto sociale monarchico e autoritario.

Ma le fiabe non sono solo racconti di riscatto né rifacimenti popolari di antiche ritualità. Studiate dai formalisti, i linguisti, gli antropologi, sono utilizzate dagli psicanalisti, gli psicoterapeuti, nel loro lavoro con i pazienti perché sono stratificazioni psichiche, e contengono potenti elementi simbolici che possono aiutare a comprendere disagi, angosce, carenze e disfunzioni mentali.

(…)

Negli ultimi quarant’anni abbiamo subito lo sviluppo e l’accelerazione verso una monocultura televisiva con modelli consumistici pervasivi che puntano su un modello narcisista e dipendente dalle merci (prodotti per essere giusti, adeguati, accettati, vincenti, più belli, più visibili, di successo). Il geniale sociologo Zygmunt Bauman, nelle sue lucide e folgoranti analisi sulla società consumista planetaria, spiega molto bene cos’è successo in questi decenni di trionfo del mercato “Habitat naturale dei consumatori”: “nei consumatori futuri le principali virtù da piantare e coltivare sono la pronta e convinta risposta alle attrattive e al fascino delle merci e una spinta irrefrenabile all’acquisto che sconfina nella dipendenza; essere indifferenti alle seduzioni controllate del mercato o privi delle risorse necessarie per rispondere correttamente alla seduzione equivale a un peccato capitale che dev’essere sradicato o sanzionato con la messa al bando.”[1]

I bambini sono voraci consumatori di prodotti di ogni tipo, compreso quelli culturali vagliati dalla famiglia, che prendono la forma di film a cartoni animati e serie televisive. Questi arrivano direttamente nel salotto di casa attraverso la pay-tv depurata, unilaterale come direbbe Bettelheim, tesa a fare dello scenario fantastico un mondo spensierato dove non ci sono conflitti e dove tutto è “carino”, piacevole e soprattutto alla moda.

Lo svago passa attraverso lo schermo e in casi rarissimi dalla narrazione, orale o letta, da parte di adulti sovraccarichi di lavoro perché soli (una coppia dove uno dei due magari è presente, l’altro lavora fino a tardi, il genitore separato o single) e dunque indisponibili a passare il tempo leggendo una fiaba o un racconto. Scomparso anche quel ruolo di custodi della memoria dei nonni del buon tempo antico, i nonni novellatori anche di storie familiari o personali, perché gli stessi nonni non ricordano o non hanno rapporto con l’affabulazione, soggetti anch’essi al trionfo della ciarla televisiva. Non sto qui ad aggiungere l’apporto nefasto delle nuove tecnologie nell’assenza di narrazione familiare: tutti sappiamo quanto siamo costantemente connessi e dipendenti dai cellulari e dai tablet che mostriamo e offriamo ai bambini per trastullarsi, senza altro scopo che “tenerli buoni” o “farli divertire”.

Mia nonna non raccontava mai storie per “farci divertire”. Nessuna novellatrice, nessun racconta storie lo fa con l’intento di “tenere buoni”. Chi racconta, spesso usa toni di voce diversi, cupi o rochi, e suscita brivido e ansia prima di uno scioglimento finale che spesso lascia comunque inquieti. Ho ancora memoria di quando, da piccolissima, ascoltavo “Cappuccetto Rosso”: ne ero terrorizzata. Ma mia madre non diceva: “E’ soltanto una fiaba!” oppure decideva di non raccontarmela per non turbarmi. Sapeva, come donna (lo sapeva inconsciamente) che era un modo di mettermi in guardia dai lupi che potevano aggredirmi e anche da quel lupo interiore che covavo, sempre in quanto donna, il lupo che ti divora e ti impedisce di essere quel che sei, se pecchi di eccessivo candore.

 Ora, scrivere storie comincia a non apparire proprio quell’attività effimera, sempre più relegata all’hobbistica e al dopolavorismo, diretta al passatempo e al divertimento di persone frettolose, stanche, stressate, impegnate in mille incombenze quotidiane, in doveri ansiogeni e private del loro tempo, della loro libertà di movimento e di scelta, sottratte in pratica a loro stessi e convinti di aver bisogno di riposo e distrazioni, anziché di riflessione e di raccoglimento in uno spazio che sia proprio, privato e personale, dove nessuno li invada. Per me che scrivo romanzi da almeno un paio di decenni e che ho dedicato tutta la mia vita adulta ai libri e gran parte della mia adolescenza e della mia infanzia da lettrice accanita, leggere e scrivere sono attività che mi restituiscono sempre a me stessa e spero di riuscire nell’intento di dare questa chiave d’accesso allo spazio insondabile e misterioso del sé a chiunque legga le mie storie, grande o piccolo che sia.

[1] Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza 2005, p.124

[1] C.Pinkola Estes, Donne che corrono con i lupi, Frassinelli 1993, p. 19

co&soEcco il racconto inserito nel volumetto “Visioni” di Co&So (Gruppo Cooperativo di Firenze) sulle donne migranti:

Raccontare storie ha un’origine che è anche un limite: la realtà. Troppo complicata e tremenda, se ne può giusto afferrare un piccolo lembo e trasmutarla in parole, trasformarla in una storia emozionante, con tanto di lieto fine. E’ così che da sempre ci consoliamo e continuiamo a illuderci che tutto dipenda da noi, dalla nostra volontà e da un po’ di fortuna. Però è anche il nostro modo umano di rintracciare un senso che nella realtà si smarrisce. Ricucendo insieme le nostre personali vicende, formiamo un disegno comprensibile e coerente, ci riappropriamo di noi stessi, attribuendo valore e significato a quel che sembrava non averne perché determinato da forze estranee, potentissime, che ci hanno gettato in balia di pericoli, sull’orlo di abissi impensabili, di un orrore intollerabile che non si riesce a dire, e chissà se a dirlo saremmo creduti.

Al principio di un’antica storia, c’era una giovanissima donna che scappava con il figlioletto in braccio. Era a piedi o in sella a un asino, si diceva che ci fosse il marito al suo fianco, ma in alcune illustrazioni il marito non si vede. Era lei, tutta sola, ad affrontare il viaggio nel deserto, con il velo che le copriva la testa e proteggeva il piccolino addormentato. Scappavano da un pericolo tremendo, da un massacro di bambini, attraversavano lentamente un deserto, arrivarono in un paese straniero. Ma la storia non ci racconta in dettaglio il viaggio, che di sicuro fu faticoso e pieno di pericoli, né la vita che trascorsero per tanti anni all’estero. La storia ci dice che la donna e il figlio tornarono sani e salvi nel loro paese, e che il figlio diventò un maestro.

Al principio delle storie delle donne che incontro nel centro Paci c’è sempre, come in questa antica e sacra storia, una ragazza che scappa, con il figlioletto tra le braccia, forse insieme con un marito o una madre o una sorella. Quel viaggio è spaventoso, è lungo e non è detto che la conduca in un posto dove sarà al sicuro, sana e protetta, né che avrà la possibilità un giorno di tornare da dove è fuggita. Il viaggio è come il percorso all’Inferno, è indicibile. Si attraversano il fuoco del deserto e il suo gelo notturno, le trappole di morte, le bolge degli assassini, si soffre la fame, il caldo, la sete, il sonno, le malattie. E’ un viaggio che sembra non finire, e anche quando infine si conclude, lascia il suo marchio funereo addosso, indelebile. E’ come se il viaggio avesse permeato le persone di un’essenza velenosa di paura, incertezza e precarietà, come se si fosse impadronito della stabilità e della volontà delle persone. Se anche le lasciasse in pace per qualche tempo, qualche mese o qualche anno, presto verrebbe a riprendersele, e rimetterle sulla sua giostra infernale dove in palio c’è la vita.

Così per molte ragazze che hanno attraversato il deserto, come Aminat, per andarsene dalla Nigeria in Libia, lo spettro del viaggio riappare dopo pochi anni, per afferrarle e stavolta gettarle malignamente su una barca, a sfidare un mare infido e profondo come una muraglia, pronto a inghiottire le barche che non sanno galleggiare o che rompono il motore, un mare cui ci si affida quando non c’è nient’altro a cui rivolgersi, se il paese dove eri arrivato è improvvisamente scosso dalla guerra, se la casa dove vivevi è bombardata e le persone dove lavoravi sono morte e se proprio in quel momento in cui è scoppiata una rivoluzione, tuo marito è tornato in patria per rinnovare il passaporto e non può più raggiungerti, non può stare accanto a te nel viaggio di fuga e allora, da ragazza determinata, da madre protettiva, prendi tuo figlio in braccio, ti copri la testa con il velo e affidi la tua e la sua vita alla mano invisibile di Dio, che ti porti oltre il confine blu del mare.

Stavolta possiamo scrivere la parte di storia che un tempo non interessava a nessuno: la ragazza è giunta sana e salva nel paese straniero dov’è accolta e per sua fortuna può essere inserita in un programma per rifugiati. E’ ospitata in un centro dove impara la lingua italiana, e dove può crescere il bambino. Inizia a lavorare in un ristorante dove la assumono, perché è brava, è volenterosa, è dolce e determinata insieme e ha in testa un obiettivo: riunire la sua famiglia. Proprio perché ha rischiato tanto la sua vita e quella di suo figlio, è consapevole che ha bisogno di progettare il loro futuro e cioè avere una casa, un lavoro, ottenere il permesso per far venire in Italia suo marito e la figlia di nove anni rimasta in Nigeria con la nonna.

E’ questo il lieto fine che ci consola? Ma è solo il principio per Aminat, il nuovo inizio di una storia che deve ancora svilupparsi, che può provare a immaginare attraverso lo sguardo gioioso di suo figlio che frequenta l’asilo e non sa niente del viaggio e della paura. Come per tutte le madri, anche per Aminat il piccolo Ibrahim è la luce dei suoi occhi. Di colpo, parlando di lui, s’accendono. Il viso le s’illumina, si trasmuta nella speranza della felicità che ancora ha uno spazio nel suo cuore. E’ come se intorno a lei riverberasse la luce della stella che l’ha condotta fin qui, proteggendola dal male e anche dalla contaminazione con il male.

Perché nella storia antica della ragazza che fuggì con suo figlio in braccio, c’era una stella, ricordate? Aveva una lunga coda, che sembrava indicare il cammino ai re verso Betlemme, da Oriente a Occidente e alla giovane mamma per fuggire, illuminandole il cammino.

Ma a volte l’occhio del cielo appare impenetrabile e le stelle anziché indicare vie, sembrano spegnersi di colpo come successe a Lilit, che insegnava danza ad Artashat in Armenia, aveva un fidanzato e una famiglia e dovette fuggire insieme a sua madre e sua zia, per sottrarsi alla morte per assassinio. Allora, la storia che si ripete qui non è quella arcaica, ma più recente di crimini politici, di sicurezza personale e di richiesta di protezione che non viene dal cielo, ma più umanamente dalla tutela di una comunità civile. Per questo, il desiderio più forte di Lilit è di sentirsi finalmente al sicuro, in un posto da cui non debba più scappare. E quando riuscirà a ottenere il permesso di soggiorno, potrebbe tornare sui suoi passi, laggiù dove si sono persi suo padre e suo fratello, i suoi nipoti, che non hanno mai raggiunto le donne scappate per prime, e chissà dove sono.

Siamo anche qui al principio di una possibile storia di una donna che ha perso tutto ciò che aveva e che pure, mentre afferma che vive giorno per giorno, ha un’idea di futuro: il semplice e realizzabile sogno di un ristorante armeno. Mentre si commuove al ricordo di un padre perduto che spera di ritrovare un giorno e afferma che per una donna è più difficile affrontare la condizione di esule, emana un luminoso alone di forza, da piccola stella indomita.

Prima o poi, accanto alle costellazioni di dei ed eroi, di animali mitologici e oggetti fatati, ci sarà anche quella del migrante, composta dal pulviscolo luminoso di tutte queste preziose vite. Le sue stelle proteggeranno i passi di chi è in viaggio, è partito, è arrivato o è in transito da qualche parte, anche adesso che state leggendo

IMG_2830Si fa presto a dire e-book. Certi libri sono insostituibili: il pop-up, per esempio, soprattutto quando è così raffinato e, già che ci siamo, istruttivo. Ecco “La meraviglia di Firenze” (Marsilio, 2014) realizzata da un mago dell’arte con la carta qual è l’italiano (e veneziano) Dario Cestaro. Si tratta di un libro con pagine di cartoncino dai colori acquatici, nei toni dell’azzurro e verde mare. Aprendole, formano piccole sculture di carta che riproducono fedelmente i monumenti più famosi di Firenze, perfetti nella loro geometria rinascimentale o nella robustezza medievale, meravigliosi nei loro colori che queste immagini incoraggiano a vedere dal vivo: la cromia bianco-verde dei marmi con gli inserti rosso-arancio del cotto nel Duomo. il bruno terra del bugnato dei palazzi, il rosa che s’insinua tra il verde acqua della cattedrale gotica di Santa Croce.

E’, insomma, un piccolo capolavoro adatto a tutti, forse più ai grandi che ai piccini possibilmente non troppo piccini, perché il libro va gustato con gli occhi e non aggredito da manine che senz’altro amerebbero infilarsi nelle arcate del ponte Vecchio o di palazzo Pitti. Invece, il testo di Franca Lugato, che ci offre alcune indispensabili informazioni sui monumenti (e discretamente posto sotto linguette illustrate, in modo da non risultare una didascalia che guasterebbe la grafica), è in linea con immagini architettoniche di massima precisione, lo rende un libro per amanti dell’arte e dei libri, dell’architettura, della storia e soprattutto del nostro patrimonio che non c’è bisogno di andare a scovare chiusi in qualche museo o galleria: è disponibile a cielo aperto, basta soffermarsi a guardarlo.

pizzaPizza, che passione! Soprattutto se a raccontarcela è un vero pizzaiolo e pure scrittore bravo, divertente, simpatico, oltretutto umile, perché da vent’anni scrive e pubblica libri di un certo successo (e di lettori affezionati come la sottoscritta) con la stessa piccola-media casa editrice (Marcos y Marcos), senza mai vantarsene e continuando oltretutto a fare il pizzaiolo.

Sto parlando di Cristiano Cavina, trentottenne romagnolo, che con quest’ultimo libro, La pizza per autodidatti, ci fa passare qualche bella ora filosofeggiando intorno alla pizza, alla sua realizzazione non così semplice come si possa pensare, alla varietà di composizioni, al giusto grado di cottura, per non parlare del forno adatto, imparando un po’ anche i termini tecnici del mestiere. Ci si diverte, si ride, si legge ad alta voce agli amici e ai consorti e si ride insieme, facendo così, con la lettura, la stessa esperienza conviviale dell’andare in pizzeria, uno dei posti ancora accessibili a tutti e a tutte le età.

Bravo Cristiano! Non mi resta che venire su a Casola, come pare facciano numerosi lettori, a vederti fare la pizza e a gustarmela. Del resto, nella dedica a questo libro gustosissimo, Cavina ha messo anche l’indirizzo: questo libro non sarebbe mai stato scritto senza l’aiuto di mio zio Antonio Norrito, titolare della pizzeria Il Farro di Casola Valsento, via Roma 76/A, aperta tutti i giorni tranne il martedì per riposo settimanale.

 

Poesie di luceLuce sulla poesia, la piccola Cenerentola dell’editoria, che tanto soffre perché, a quanto si dice “non vende” o “vende troppo poco” e allora vale l’impietosa legge del mercato: via, sparita la poesia a meno che il poeta non sia morto o illustremente straniero, magari letto in televisione.

Così è una vera gioia avere tra le mani Poesie di Luce di Sabrina Giarratana (Motta junior), un libro che regala frammenti di luce, illustrato da un’artista del calibro di Maria Luce Possentini, che la luce ha nel nome. Sfogliandolo, leggendo, questo volumetto bellissimo ci ricorda il potere evocativo e anche terapeutico della parola, per i grandi e i piccini.

“Voglio lavarmi pensieri e parole” inizia così Bagni di luce e prosegue con divertimento: “Mi farò un bagno di luce di sole./ Poi farò un bagno di luce di sabbia / per ripulirmi di dosso la rabbia.”

Sapete cosa? Leggendo queste rime vitali, solari, si capisce che di poesia si ha proprio fisicamente molto bisogno.