il futuro è negli occhi di mio figlio

co&soEcco il racconto inserito nel volumetto “Visioni” di Co&So (Gruppo Cooperativo di Firenze) sulle donne migranti:

Raccontare storie ha un’origine che è anche un limite: la realtà. Troppo complicata e tremenda, se ne può giusto afferrare un piccolo lembo e trasmutarla in parole, trasformarla in una storia emozionante, con tanto di lieto fine. E’ così che da sempre ci consoliamo e continuiamo a illuderci che tutto dipenda da noi, dalla nostra volontà e da un po’ di fortuna. Però è anche il nostro modo umano di rintracciare un senso che nella realtà si smarrisce. Ricucendo insieme le nostre personali vicende, formiamo un disegno comprensibile e coerente, ci riappropriamo di noi stessi, attribuendo valore e significato a quel che sembrava non averne perché determinato da forze estranee, potentissime, che ci hanno gettato in balia di pericoli, sull’orlo di abissi impensabili, di un orrore intollerabile che non si riesce a dire, e chissà se a dirlo saremmo creduti.

Al principio di un’antica storia, c’era una giovanissima donna che scappava con il figlioletto in braccio. Era a piedi o in sella a un asino, si diceva che ci fosse il marito al suo fianco, ma in alcune illustrazioni il marito non si vede. Era lei, tutta sola, ad affrontare il viaggio nel deserto, con il velo che le copriva la testa e proteggeva il piccolino addormentato. Scappavano da un pericolo tremendo, da un massacro di bambini, attraversavano lentamente un deserto, arrivarono in un paese straniero. Ma la storia non ci racconta in dettaglio il viaggio, che di sicuro fu faticoso e pieno di pericoli, né la vita che trascorsero per tanti anni all’estero. La storia ci dice che la donna e il figlio tornarono sani e salvi nel loro paese, e che il figlio diventò un maestro.

Al principio delle storie delle donne che incontro nel centro Paci c’è sempre, come in questa antica e sacra storia, una ragazza che scappa, con il figlioletto tra le braccia, forse insieme con un marito o una madre o una sorella. Quel viaggio è spaventoso, è lungo e non è detto che la conduca in un posto dove sarà al sicuro, sana e protetta, né che avrà la possibilità un giorno di tornare da dove è fuggita. Il viaggio è come il percorso all’Inferno, è indicibile. Si attraversano il fuoco del deserto e il suo gelo notturno, le trappole di morte, le bolge degli assassini, si soffre la fame, il caldo, la sete, il sonno, le malattie. E’ un viaggio che sembra non finire, e anche quando infine si conclude, lascia il suo marchio funereo addosso, indelebile. E’ come se il viaggio avesse permeato le persone di un’essenza velenosa di paura, incertezza e precarietà, come se si fosse impadronito della stabilità e della volontà delle persone. Se anche le lasciasse in pace per qualche tempo, qualche mese o qualche anno, presto verrebbe a riprendersele, e rimetterle sulla sua giostra infernale dove in palio c’è la vita.

Così per molte ragazze che hanno attraversato il deserto, come Aminat, per andarsene dalla Nigeria in Libia, lo spettro del viaggio riappare dopo pochi anni, per afferrarle e stavolta gettarle malignamente su una barca, a sfidare un mare infido e profondo come una muraglia, pronto a inghiottire le barche che non sanno galleggiare o che rompono il motore, un mare cui ci si affida quando non c’è nient’altro a cui rivolgersi, se il paese dove eri arrivato è improvvisamente scosso dalla guerra, se la casa dove vivevi è bombardata e le persone dove lavoravi sono morte e se proprio in quel momento in cui è scoppiata una rivoluzione, tuo marito è tornato in patria per rinnovare il passaporto e non può più raggiungerti, non può stare accanto a te nel viaggio di fuga e allora, da ragazza determinata, da madre protettiva, prendi tuo figlio in braccio, ti copri la testa con il velo e affidi la tua e la sua vita alla mano invisibile di Dio, che ti porti oltre il confine blu del mare.

Stavolta possiamo scrivere la parte di storia che un tempo non interessava a nessuno: la ragazza è giunta sana e salva nel paese straniero dov’è accolta e per sua fortuna può essere inserita in un programma per rifugiati. E’ ospitata in un centro dove impara la lingua italiana, e dove può crescere il bambino. Inizia a lavorare in un ristorante dove la assumono, perché è brava, è volenterosa, è dolce e determinata insieme e ha in testa un obiettivo: riunire la sua famiglia. Proprio perché ha rischiato tanto la sua vita e quella di suo figlio, è consapevole che ha bisogno di progettare il loro futuro e cioè avere una casa, un lavoro, ottenere il permesso per far venire in Italia suo marito e la figlia di nove anni rimasta in Nigeria con la nonna.

E’ questo il lieto fine che ci consola? Ma è solo il principio per Aminat, il nuovo inizio di una storia che deve ancora svilupparsi, che può provare a immaginare attraverso lo sguardo gioioso di suo figlio che frequenta l’asilo e non sa niente del viaggio e della paura. Come per tutte le madri, anche per Aminat il piccolo Ibrahim è la luce dei suoi occhi. Di colpo, parlando di lui, s’accendono. Il viso le s’illumina, si trasmuta nella speranza della felicità che ancora ha uno spazio nel suo cuore. E’ come se intorno a lei riverberasse la luce della stella che l’ha condotta fin qui, proteggendola dal male e anche dalla contaminazione con il male.

Perché nella storia antica della ragazza che fuggì con suo figlio in braccio, c’era una stella, ricordate? Aveva una lunga coda, che sembrava indicare il cammino ai re verso Betlemme, da Oriente a Occidente e alla giovane mamma per fuggire, illuminandole il cammino.

Ma a volte l’occhio del cielo appare impenetrabile e le stelle anziché indicare vie, sembrano spegnersi di colpo come successe a Lilit, che insegnava danza ad Artashat in Armenia, aveva un fidanzato e una famiglia e dovette fuggire insieme a sua madre e sua zia, per sottrarsi alla morte per assassinio. Allora, la storia che si ripete qui non è quella arcaica, ma più recente di crimini politici, di sicurezza personale e di richiesta di protezione che non viene dal cielo, ma più umanamente dalla tutela di una comunità civile. Per questo, il desiderio più forte di Lilit è di sentirsi finalmente al sicuro, in un posto da cui non debba più scappare. E quando riuscirà a ottenere il permesso di soggiorno, potrebbe tornare sui suoi passi, laggiù dove si sono persi suo padre e suo fratello, i suoi nipoti, che non hanno mai raggiunto le donne scappate per prime, e chissà dove sono.

Siamo anche qui al principio di una possibile storia di una donna che ha perso tutto ciò che aveva e che pure, mentre afferma che vive giorno per giorno, ha un’idea di futuro: il semplice e realizzabile sogno di un ristorante armeno. Mentre si commuove al ricordo di un padre perduto che spera di ritrovare un giorno e afferma che per una donna è più difficile affrontare la condizione di esule, emana un luminoso alone di forza, da piccola stella indomita.

Prima o poi, accanto alle costellazioni di dei ed eroi, di animali mitologici e oggetti fatati, ci sarà anche quella del migrante, composta dal pulviscolo luminoso di tutte queste preziose vite. Le sue stelle proteggeranno i passi di chi è in viaggio, è partito, è arrivato o è in transito da qualche parte, anche adesso che state leggendo

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