nutrire la mente

Riporto qualche stralcio della lezione “Nutrire la mente” tenuta ieri al Convegno “Il corpo consapevole. Donne, nutrizione, salute” organizzato dall’Associazione Italiana Donne Medico a Firenze:

 

Il mio lavoro è di intrattenere le persone attraverso il racconto scritto.

E’ forse l’intrattenimento più antico e viscerale, prima della musica e della rappresentazione, legato al linguaggio verbale che da puro veicolo di informazione si trasforma in strumento di espressione e di condivisione, costruttore di senso, evocatore ed esorcizzatore di paure, alimentatore di fantasie.

La scena è questa: davanti al fuoco, nella capanna o nella casa, si riuniscono le persone dopo una lunga giornata di fatica, spesso non ripagata dal conforto di un pranzo adeguato. Fuori è buio, è freddo, e domani ci aspetta un’altra giornata dura. E’ allora che prende la parola la novellatrice, spesso una donna anziana, seduta su una bassa sedia di legno. Una donna perché le donne spesso si narrano storie mentre filano (interessante corrispondenza con l’elaborazione della trama in senso letterario) o mentre fanno i lavori di casa o nell’orto o in campagna, e anzitutto si occupano dei bambini, li crescono, li addormentano con ninna nanne, li educano.

Con voce profonda e sicura, l’anziana racconta una storia antica, una fiaba tramandata di bocca in bocca, una leggenda che ricorda tempi antichi ed eroici o una storia buffa o ancora spaventosa, orrenda, un percorso di riscatto, dove l’eroe, dopo tante peripezie, si merita un grande onore, forse un regno, di sicuro un lauto pranzo:

“e tanto stettero e tanto godettero e a me nulla dettero”

“fecero tanto lusso e spatusso/ma io ero dietro l’uscio/per mangiare andai all’osteria/e così finisce la storia mia” (fiaba piemontese)

“Fecero un gran pranzo; io stavo sotto il tavolo, mi tirarono un osso, mi picchiò sul naso e m’è rimasto lì” (fiaba genovese)

Così dicono i finali, dove i cantastorie avvertono che c’erano anche loro, ma che non hanno avuto alcun beneficio, perché non erano protagonisti, ma semplici osservatori e novellatori.

 La figura del “cantastorie” o “racconta storie” è antica e presente in tutte le culture. Sono, come ci ricorda Clarissa Pinkola Estes in Donne che corrono con i lupi (1992):

“le mesemondok, vecchie ungheresi che raccontano sedute sedie di legno con il libro in grembo, le ginocchia larghe, le gonne che sfiorano il pavimento; le cuentistas vecchie latino americane dai seni generosi i fianchi larghi, che stanno in piedi e declamano la storia in stile ranchera.”[1]

Sono le “chitrakar” del Bengala occidentale, sono le donne che trasmettono le novelle africane che Nelson Mandela raccoglie nel libro Le mie fiabe africane (2013) con l’augurio che “la figura del cantastorie non muoia mai”; sono le figure arcaiche come Regina Marcucci, la nonna che in un podere del Casentino racconta le sue fiabe a nipoti e figli davanti al focolare nella celebre raccolta Le fiabe della nonna scritte da Emma Perodi nel 1893.

Sono insomma donne che raccontano fiabe, come l’antica Sherazad de Le mille e una notte o le dieci novellatrici de Lo cunto de li cunti (o Pentamerone) di Giambattista Basile (1634-36). E le fiabe, come spiega l’antropologia, sono derivati da riti e miti, con la commistione della vita quotidiana di una comunità contadina, legata alla terra e agli animali, che immagina un’esistenza senza fame e miseria, una vita “da re” in un contesto sociale monarchico e autoritario.

Ma le fiabe non sono solo racconti di riscatto né rifacimenti popolari di antiche ritualità. Studiate dai formalisti, i linguisti, gli antropologi, sono utilizzate dagli psicanalisti, gli psicoterapeuti, nel loro lavoro con i pazienti perché sono stratificazioni psichiche, e contengono potenti elementi simbolici che possono aiutare a comprendere disagi, angosce, carenze e disfunzioni mentali.

(…)

Negli ultimi quarant’anni abbiamo subito lo sviluppo e l’accelerazione verso una monocultura televisiva con modelli consumistici pervasivi che puntano su un modello narcisista e dipendente dalle merci (prodotti per essere giusti, adeguati, accettati, vincenti, più belli, più visibili, di successo). Il geniale sociologo Zygmunt Bauman, nelle sue lucide e folgoranti analisi sulla società consumista planetaria, spiega molto bene cos’è successo in questi decenni di trionfo del mercato “Habitat naturale dei consumatori”: “nei consumatori futuri le principali virtù da piantare e coltivare sono la pronta e convinta risposta alle attrattive e al fascino delle merci e una spinta irrefrenabile all’acquisto che sconfina nella dipendenza; essere indifferenti alle seduzioni controllate del mercato o privi delle risorse necessarie per rispondere correttamente alla seduzione equivale a un peccato capitale che dev’essere sradicato o sanzionato con la messa al bando.”[1]

I bambini sono voraci consumatori di prodotti di ogni tipo, compreso quelli culturali vagliati dalla famiglia, che prendono la forma di film a cartoni animati e serie televisive. Questi arrivano direttamente nel salotto di casa attraverso la pay-tv depurata, unilaterale come direbbe Bettelheim, tesa a fare dello scenario fantastico un mondo spensierato dove non ci sono conflitti e dove tutto è “carino”, piacevole e soprattutto alla moda.

Lo svago passa attraverso lo schermo e in casi rarissimi dalla narrazione, orale o letta, da parte di adulti sovraccarichi di lavoro perché soli (una coppia dove uno dei due magari è presente, l’altro lavora fino a tardi, il genitore separato o single) e dunque indisponibili a passare il tempo leggendo una fiaba o un racconto. Scomparso anche quel ruolo di custodi della memoria dei nonni del buon tempo antico, i nonni novellatori anche di storie familiari o personali, perché gli stessi nonni non ricordano o non hanno rapporto con l’affabulazione, soggetti anch’essi al trionfo della ciarla televisiva. Non sto qui ad aggiungere l’apporto nefasto delle nuove tecnologie nell’assenza di narrazione familiare: tutti sappiamo quanto siamo costantemente connessi e dipendenti dai cellulari e dai tablet che mostriamo e offriamo ai bambini per trastullarsi, senza altro scopo che “tenerli buoni” o “farli divertire”.

Mia nonna non raccontava mai storie per “farci divertire”. Nessuna novellatrice, nessun racconta storie lo fa con l’intento di “tenere buoni”. Chi racconta, spesso usa toni di voce diversi, cupi o rochi, e suscita brivido e ansia prima di uno scioglimento finale che spesso lascia comunque inquieti. Ho ancora memoria di quando, da piccolissima, ascoltavo “Cappuccetto Rosso”: ne ero terrorizzata. Ma mia madre non diceva: “E’ soltanto una fiaba!” oppure decideva di non raccontarmela per non turbarmi. Sapeva, come donna (lo sapeva inconsciamente) che era un modo di mettermi in guardia dai lupi che potevano aggredirmi e anche da quel lupo interiore che covavo, sempre in quanto donna, il lupo che ti divora e ti impedisce di essere quel che sei, se pecchi di eccessivo candore.

 Ora, scrivere storie comincia a non apparire proprio quell’attività effimera, sempre più relegata all’hobbistica e al dopolavorismo, diretta al passatempo e al divertimento di persone frettolose, stanche, stressate, impegnate in mille incombenze quotidiane, in doveri ansiogeni e private del loro tempo, della loro libertà di movimento e di scelta, sottratte in pratica a loro stessi e convinti di aver bisogno di riposo e distrazioni, anziché di riflessione e di raccoglimento in uno spazio che sia proprio, privato e personale, dove nessuno li invada. Per me che scrivo romanzi da almeno un paio di decenni e che ho dedicato tutta la mia vita adulta ai libri e gran parte della mia adolescenza e della mia infanzia da lettrice accanita, leggere e scrivere sono attività che mi restituiscono sempre a me stessa e spero di riuscire nell’intento di dare questa chiave d’accesso allo spazio insondabile e misterioso del sé a chiunque legga le mie storie, grande o piccolo che sia.

[1] Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza 2005, p.124

[1] C.Pinkola Estes, Donne che corrono con i lupi, Frassinelli 1993, p. 19

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: