diritto alla città

settisDiritto alla città: è questo il concetto-chiave che Salvatore Settis, illustre archeologo e studioso dell’arte, espone nel suo libro imperdibile: Se Venezia muore, appena pubblicato da Einaudi. Se abitate a Venezia, e se abitate a Firenze come me, o a Roma, Siracusa, in una delle nostre uniche città storiche e artistiche, e se abitate in un piccolo centro italiano, un borgo, un paese, una cittadina dal cuore medievale o rinascimentale o settecentesco, come sono quasi tutti i centri piccoli e grandi dell’Italia, troverete in questo saggio di denuncia e di proposta un utilissimo strumento per comprendere e agire, per non subire la tiritera dell’inesorabile “legge di mercato” che caccia le persone dalle proprie città, dai centri storici, per deportarle in periferie lontanissime o in agglomerati finto antichi o finto moderni in campagne spesso desolate.

Venezia è città di tale bellezza sconvolgente che bisogna pur trovare modo di addomesticarla, renderla più “consumabile” di quanto già si sta facendo: per esempio cingendola di una corona di grattacieli per danarosi proprietari che possono guardarla dall’alto e da lontano come uno sfondo; per esempio trasformandola in Veniceland, dove gente in abiti settecenteschi ci spiega  monumenti che non riusciamo più a leggere, a conoscere, dal momento che arte e storia sono bandite dalle nostre scuole. Progetti assurdi? Macché, progetti per il momento solo ventilati, ma non del tutto aborriti. Del resto, il passaggio di navi mastodontiche non cessa mai, per via del “business”.

Vabbé, Venezia, si sa. E’ improduttiva, è invivibile, non è moderna. Perché la si vuole così, meschina e attraversata da colonne di turisti, e simile destino è toccato al centro di Firenze, ed è chiaro che nessun cittadino può competere con un albergo e abbandona la sua casa, anche perché i costi altissimi, la mancanza di servizi e la fuga delle scuole lo fa emigrare in periferie più comode. Ma quel “diritto alla città” deve ricordare a tutti quanti noi che le città non sono state costruite per il turismo di massa mondiale, ma per e dalle persone che lo vivono, che il patrimonio nazionale non è una spa per pochi soci, che è anzitutto patrimonio di chi vive e lavora, gli antichi e i nuovi cittadini, italiani antichi e nuovi, coloro che tessono da sempre relazioni anzitutto culturali tra le piazze e le vie, e che contribuiscono, essi, i cittadini, al cambiamento e alla modernità, non orrende costruzioni che rendono il mondo omologato al brutto.

Ci si domanda allora chi siano i conservatori e i nemici della modernità: chi pretende una città armoniosa, vivibile e ricca di progetti adatti ad essa o chi si piega al pensiero unico, a un modello autoritario di chi decide che cosa deve “valere” come rappresentazione convenzionale e come merce.

 

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